Il racconto della domenica

Il corredo di San Nicola

Il figlio "du frroir" e la figlia "du casrataur" che convogliano a nozze e costruiscono il loro amore pezzo per pezzo, giorno per giorno

Cultura
Andria domenica 28 giugno 2020
di Vincenzo D'Avanzo
Chiesa di San Nicola
Chiesa di San Nicola © n.c.

L’alba era il momento magico per la vita degli andriesi negli anni cinquanta e sessanta. Nelle case il tepore del letto era subito abbandonato presto perché la mamma doveva preparare le pagnotte di pasta per il fornaio che si era prenotato il giorno prima. I figli erano attorno a lei perché non dimenticasse di mandare al forno la focaccia. Anche il marito, mentre si vestiva per andare in campagna (se non lavorava lontano) si avvicinava per vedere che non avesse dimenticato la “tiella” nostrana con le patate. Ecco perché la mamma era la regina della casa: era uno dei momenti in cui tutta la famiglia dipendeva dalla sua buona volontà. Possiamo dire che era anche la sacerdotessa della famiglia per il rituale antico che seguivano: il segno di croce sulla pagnotta era la consacrazione di un bene che non si poteva sprecare, che, come l’ostia per l’anima, era nutrimento per il corpo ma anche testimonianza d’amore per la famiglia.

Intanto fuori sulla strada sterrata era tutto un calpestio di cavalli e un cigolio delle ruote dei traini: gli uomini che avevano la fortuna di dormire nel letto di casa perché dovevano andare vicino a lavorare, facevano capannelli lungo le direttrici di uscita della città aspettando il traino del proprio padrone che li avrebbe raccolti mentre si fumavano la prima sigaretta della giornata.

Mest’Antonie faceva il fabbro. Aveva la bottega all’angolo tra via sant’Andrea e via Marco Polo ma ogni mattina all’alba era al lato opposto di via Polo con tutto l’occorrente pronto a intervenire se dovesse rendersi necessario “ferrare” gli animali. Inevitabilmente intorno a lui si creava il capannello di persone in attesa, di persone sfaccendate, di persone che non sapevano come passare la giornata. A volte si aggiungeva a lui u casrataur, colui che tagliava la peluria agli animali. Il lavoro più faticoso per costoro era l’attesa: a volte anche vana.

Capitava allora che si offrissero per un lavoro: un giorno nel capannello si inserisce un cane randagio. Pensando che appartenesse a un uomo lì presente u casrataur chiese al malcapitato se poteva procedere a ripulirlo della peluria: “fall” rispose l’uomo. “Vogliamo pettinarlo così?” Riprese l’operaio: “fall” rispose ancora l’uomo. E il dialogo proseguì fino a quando u casrataur non chiese il compenso, al che l’uomo rispose: “combà, u coin nan ha u muie”. Il poveretto rimase fortemente deluso tanto che i presenti misero qualche lira ciascuno per fargli portare un po' di pane a casa. I poveri condividono sempre quello che hanno.

Ma la Regia che governa il mondo riserva sempre qualche sorpresa. U frroir aveva un figlio maschio e u casrataur una figlia femmina più o meno della stessa età. Parla oggi e chiacchiera domani ai due venne l’idea di combinare un matrimonio. In maniera discreta crearono le condizioni per fare incontrare i due giovani, i quali, con reciproco piacere, furono felici di cadere nella trappola: fu amore a prima vista (capitava spesso allora). Era ancora il tempo in cui lo spiritello di Eros colpiva senza problemi. Il popolino allora sapeva che l’amore non era una fiammata ma una costruzione che si realizzava mattone dopo mattone. Stare insieme, darsi una comune prospettiva, aiutarsi nelle difficoltà, concepire nuova vita: questo è l’amore. Il problema si presentò al momento di stabilire il corredo: il fabbro aveva maggiori disponibilità ed era “p panna iott”, u casrataur aveva difficoltà ad arrivare a “panna” sei. Insieme rinunziarono all’esposizione dei corredi per non mettere in difficoltà il più povero. La moglie du casrataur poi voleva nascondere il problema alla figlia per non mortificarla. Fu lei ad affrontare di petto la situazione. Ne parlò in confessione al viceparroco della parrocchia di san Nicola, chiesa di appartenenza. Don Mimi era persona molto presente in parrocchia, conosceva bene tutti gli abitanti della zona, i loro problemi, le loro ansie. Il pio sacerdote non fu sorpreso davanti alla confessione della signora, anzi la incoraggiò a parlare dicendo che non è una colpa essere poveri: i poveri sono i più vicini al cuore di Gesù e le raccontò l’episodio più famoso di san Nicola. La dote offerta a tre ragazze bisognose del suo tempo. Mentre parlava accompagnò la signora davanti al busto di san Nicola situato sulla destra dell’altare sul presbiterio, facendole notare le tre palle sul libro che reggeva con la mano sinistra. “Pregalo”, disse e aggiunse: “in parrocchia c’è qualche persona di buoni sentimenti e di grande generosità”. E sembrava che tutto fosse finito lì. Ma don Mimì non era persona che lasciava le parole sospese nell’aria. C’era in parrocchia una signora vedova e senza figli che ogni mese lasciava una cospicua offerta per le messe perpetue a suffragio del marito morto. Quando si presentò il mese successivo don Mimì respinse l’offerta e le propose un baratto: “io continuo a dire le messe tu trasforma le offerte in corredo per una nostra parrocchiana povera”. La signora accolse con piacere la richiesta. A casa tirò fuori dagli armadi tutta quella parte del suo corredo che non aveva usato e che ora non serviva più (succedeva spesso che i corredi acquistati con immani sacrifici solo per apparire si rivelassero non più utili nel tempo), ne fece l’elenco e lo portò alla sua sarta perché completasse l’occorrente per arrivare almeno a panna sei. La sarta chiese se avesse una figlia nascosta visto che a casa non si vedeva nessuno.

“Come si permette”, rispose fingendosi adirata la signora, “si faccia i fatti suoi”. La sarta rientrò nei ranghi, stupita della risposta della signora, che in meno di un mese informò don Mimì che era tutto pronto. La nobil(d’animo)donna fu contenta d’aver fatto un’opera buona, Don Mimì fu felice per aver aiutato una sua parrocchiana e il giorno del matrimonio, che volle celebrare lui, consegnò agli sposi una immagine incorniciata di san Nicola. Il bello fu il secondo giorno del matrimonio: i novelli sposi con le relative mamme si dedicarono a sistemare il corredo e il maritino si accorse che il corredo della mogliettina era più prezioso del suo. Segnalò la cosa a sua madre, la quale immediatamente interrogò la consuocera: “totta chessa robb da dià vein”. E la mamma della ragazza con semplicità raccontò la storia di san Nicola e i tre corredi, concludendo: “ind a la chiessa nost stè la statue d sand Ncoul, u so prgoit i né u risultoit”. La consuocera rimase sbalordita e chiese se San Nicola si occupasse solo delle ragazze povere e non dei figli maschi. “pruv” rispose la mamma della ragazza e chiuse il discorso come se avesse lanciato un guanto di sfida.

Dalla bottega del fabbro ora non era possibile soddisfare la fame e le esigenze di due famiglie e il ragazzo cominciò a guardarsi intorno per procurarsi un lavoro. Quando è libero si aggira nei luoghi dove gli uomini si riuniscono per aspettare qualche fattore disponibile ad assumere manodopera. Una sera si trovò a una discussione accesa a Porta la Bara tra un massaro e gli operai che si lamentavano che il padrone aveva limitato le assunzioni perché aveva comprato un trattore: i braccianti volevano che si continuasse a usare la zappa, il massaro sosteneva invece che con il trattore la terra veniva coltivata meglio. Il ragazzo si introdusse nella discussione sostenendo che non bisognava fermare le macchine ma migliorare la produzione per creare posti di lavoro alternativi. Il discorso piacque molto al massaro che riferì tutto al padrone, il quale fece cercare il ragazzo. Rimase impressionato dai ragionamenti del giovane e lo volle a lavorare con se, anche perché l’esperienza di fabbro poteva essere molto utile nella gestione degli attrezzi, del trattore e della stessa masseria.

Il lavoro non è statico, le trasformazioni e l’uso delle tecnologie possono risultare utili a creare nuovi posti di lavoro. “E’ il lavoro che conferisce dignità all’uomo, non il denaro” dice papa Francesco. Non bisogna criminalizzare chi possiede il denaro ma creare le condizioni perché essi trovino vantaggioso metterlo a disposizione della comunità. Il denaro ha una funzione sociale se trova il modo di girare. Ad Andria oggi si ha paura e l’assenza di un progetto politico tiene tutti la palo. Anziché litigare per le candidature non è meglio prima gareggiare per le idee? Sveglia ragazzi, gli andriesi meritano di più.

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