“Ho paura che mio figlio si soffochi mentre mangia”

L’iperprotezione buccale

Studio Propsy ​Penso, Reagisco, Ottengo
Andria - venerdì 04 maggio 2018
L’iperprotezione buccale
L’iperprotezione buccale © n.c.

Per disfagia si intende qualsiasi difficoltà a deglutire cibi di varia consistenza che può essere obiettivamente rilevabile in maniera diretta o per le sue conseguenze (O. Schindler).

In età pediatrica, questa viene chiamata pedofagia.

La pedofagia può essere associata a diverse patologie, per esempio quelle neurologiche, oppure a situazioni di tipo comportamentale in cui il bambino si rifiuta di mangiare e alimentarsi. È questo il caso dell’iperprotezione buccale.

Che cos’è l’iperprotezione buccale?

L’iperprotezione buccale è un disturbo di alimentazione che si manifesta in tutti quei cambiamenti, rispetto all’età cronologica, che avvengono durante il momento del pasto non necessariamente accompagnati da difficoltà nell’assunzione di cibi o da particolari patologie, caratterizzata da una selettività nella scelta degli alimenti.

Essa può presentarsi:

  • associata a bambini con iperprotezione generale in cui i genitori proteggono in maniera eccessiva i bambini nei vari contesti della vita quotidiana, soprattutto di fronte ad esperienze faticose o spiacevoli;
  • in forma isolata dovuta ad una ridotta esperienza alimentare; spesso è causata da alterati rapporti genitore-figlio.

Quali sono le principali caratteristiche?

Il bambino iperprotetto presenta:

  • preferenza di cibi liquidi a discapito di quelli solidi che molto spesso vengono frullati;
  • incapacità a spezzettare, masticare, triturare i cibi solidi in quanto questo spesso è fatto dai genitori;
  • incapacità ad ingerire pastiglie e capsule;
  • scarsa abilità a riconoscere il pericolo (ossicini o parti pungenti di un alimento);
  • uso protratto di ciuccio e biberon;
  • intolleranza all’uso delle posate o di qualsiasi altro strumento.

Si può ben capire che si tratta di bambini che non sono in grado di leccare, di addentare, di masticare, di assaporare il cibo.

In generale, il bambino iperprotetto non solo è ipernutrito, ma è anche ipervestito, che si dedica poco all’igiene orale, iperfornito di oggetti personali come l’abbigliamento, i giocattoli, i dolciumi o gli alimenti dati fuori i pasti principali che vengono scelti in maniera casuale. Spesso questi bambini vengono abbandonati ad un eccessivo tempo di utilizzo della televisione, non vengono scolarizzati negli asili nido o nelle scuole materne. Infatti, ad oggi si assiste ad un maggiore consumo di alimenti morbidi per ogni fascia d’età; si tende a consumare i panini morbidi e non il pane più duro, le carni tenere e non quelle fibrose, le merendine o le torte e non i biscotti.

Qual è il ruolo dei genitori?

L’alimentazione, oltre ad avere un valore di funzione vitale, rappresenta la prima modalità relazionale della persona in generale, ancor più per un bambino, infatti il momento del pasto ha una forte valenza affettiva tra il figlio e il genitore. Molto spesso accade che il malessere di un bambino può manifestarsi anche attraverso il suo comportamento alimentare. Questo disagio emotivo non necessariamente è causato da fattori interni al bambino, ma spesso e volentieri dipende dal genitore che ha paura che il proprio figlio possa evolversi anche da un punto di vista alimentare.

“Mangerà?”, “Gli piacerà quello che ho preparato?”, “Si soffocherà?”

Queste sensazioni aleggiano durante il momento del pasto e l’ansia materna fa sì che il bambino trasforma il desiderio di mangiare in rifiuto e fuga.

Cosa fare?

In questo caso il bambino deve essere educato, e non rieducato, all’utilizzo della bocca proprio perché il piccolo non ha sperimentato. Bisogna puntare a:

  • raggiungere un’alimentazione per bocca;
  • aumentare la diversità degli alimenti;
  • masticare gli alimenti per poi deglutirli senza sputarli;
  • evitare le condotte alimentari sbagliate.

Inoltre, oltre a lavorare direttamente sul bambino, è necessario lavorare anche sulla famiglia attraverso un percorso basato sull’ascolto dell’altro e su un atteggiamento di empatia da parte del clinico che accoglie le richieste, i dubbi e le paure dei genitori del bambino. I genitori devono:

  • placare la propria ansia durante il pasto del bambino;
  • posizionare il bambino in maniera corretta mentre si alimenta;
  • rinforzare il bambino in maniera graduale nel momento in cui acquisisce una nuova abilità;
  • lasciare che il proprio figlio si sporchi durante il pasto per favorire la scoperta dei cibi;
  • essere informati sugli effetti dannosi di un’alimentazione selettiva.

Non bisogna mai dimenticare che il cambiamento delle abitudini alimentari non è mai una pratica semplice ed immediata anche perché i professionisti coinvolti e i genitori del bambino risentono spesso delle emozioni. Tale cambiamento però deve verificarsi qualunque sia l’ambito di intervento e soprattutto deve mantenersi e generalizzarsi nel tempo.

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