All’origine del dialogo tra genitori e figli

​“Tra la vita intrauterina e la prima infanzia vi è molta più continuità di quel che non ci lasci credere l’impressionante cesura dell’atto della nascita” (Freud)

Gabriella Ieva Stanze di vita quotidiana
Andria - venerdì 02 novembre 2018
genitori e figli
genitori e figli © n.c.

Già nella vita intrauterina esiste un rapporto tra il feto ed il corpo materno, e ogni feto mostra delle caratteristiche forme di comportamento che in qualche modo sono riconoscibili anche dopo la nascita.

La prima relazione oggettuale del bambino è quella che si stabilisce tra il feto ed il “contenitore materno e possiamo pensare che all’interno di essa il feto sia in grado di fare, sulla base delle sue sensazioni, un’esperienza affettiva di piacere e di dolore.

Il mondo con cui il feto entra in contatto e nel quale cresce è rappresentato e mediato esclusivamente dal corpo della madre che lo contiene: attraverso la placenta la madre porta al feto ossigeno, nutrimento, immunità e difese e, attraverso la produzione di ormoni e le variazioni del tono muscolare e della temperatura, trasmette informazioni riguardanti non solo il suo stato biologico ma anche quello emotivo. Questa interazione, basata su dimensioni quali forma, intensità, tempo, insieme a una capacità, per quanto primitiva, di integrare queste informazioni e dominata da un’attività di tipo motorio e sensoriale, sembra essere alla base dello sviluppo della mente e sembra partecipare all’organizzazione e allo sviluppo delle successive e più complesse funzioni mentali.

La mente del feto si sviluppa proprio a partire da questa forma di dialogo prenatale, uno scambia unico e reciprocamente arricchente a cui il feto partecipa attivamente.

Da quando negli anni ’60 si è introdotta la pratica dell’esame ecografico di routine nei protocolli di controllo delle gravidanze, siamo in grado di osservare non solo il precoce e progressivo sviluppo del feto e del suo sistema sensoriale, ma anche come modifichi i suoi modelli respiratori, movimenti e reazioni in risposta diretta alle alterazioni del suo ambiente circoscritto: egli si mostra sensibile non solo ai macro-cambiamenti del contesto che lo circonda, ma anche ai cambiamenti più silenti delle funzioni endocrine, metaboliche e circolatorie della madre. Questo essere in relazione può non sempre essere gratificante, anzi, il bambino nel grembo talvolta sperimenta disaccordi e frustrazioni, proprio come in un dialogo, in cui possono esserci incomprensioni o tensioni.

Un elemento fondante di questo scambio è rappresentato dal sistema nervoso del feto e dal suo sviluppo, che comincia a quattro settimane dal concepimento. Durante tutti gli stadi evolutivi, prima e non solo dopo la nascita, l’ambiente può influenzare lo sviluppo del sistema nervoso di un singolo individuo. Già nell’utero, infatti, la formazione delle cellule nervose e l’incremento del numero di connessioni dipende dalle informazioni che provengono dal codice genetico contenuto nelle cellule stesse, ma anche dalle sollecitazioni che arrivano sia dall’ambiente sia dall’attività del feto. In altre parole potremmo dire che così come i muscoli crescono se vengono esercitati, anche il cervello e le sue funzioni devono essere esercitate, e questa possibilità, nel caso del feto, è strettamente dipendente dalle condizioni ambientali all’interno dell’utero e dalle interazioni con l’organismo materno.

Un’altra manifestazione importante dell’attività fetale e del suo sviluppo in relazione all’ambiente che lo circonda sono gli ampi movimenti nel liquido amniotico, osservabili in particolare nel terzo trimestre di gravidanza: se infatti nelle prime 20 settimane il feto è totalmente circondato dal liquido amniotico nel quale galleggia, dalla 21° settimana la quantità del liquido comincia a non essere più sufficiente e il feto , notevolmente cresciuto, può in diversi momenti entrare in contatto con le pareti uterine e di conseguenza sentirne la presenza ed eventuali contrazioni; l’essere in contatto con i movimenti spontanei dell’utero gli procura nuove e diverse percezioni attraverso cui esplora il mondo uterino che lo contiene e, anche se indirettamente, sperimenta le modificazioni di volume e di forma, spaziali e temporali a cui va incontro il “contenitore” durante la gestazione.

Sappiamo dalla ricerca in ambito neurobiologico che quando la madre sorride, il sistema nervoso del bambino viene stimolato in modo piacevole ed il suo battito cardiaco aumenta. Questi processi scatenano una reazione biochimica che coinvolge endorfina e dopamina, neurotrasmettitori che aiutano i bambini a crescere e producono uno stato di benessere; al contrario, esperienze di rifiuto, trascuratezza e abbandono producono un ottundimento delle emozioni e del pensiero, ed il blocco della maturazione cerebrale, accompagnato da ritardo emotivo e cognitivo.

L’idea di una relazione con l’altro è stata confermata dagli studi dell’Infant Research, che hanno dimostrato come il neonato abbia una consapevolezza non solo della presenza della figura materna, ma anche dei suoi stati affettivi: l’Oggetto, l’altro che si prende cura di lui, è atteso, cercato e usato. Al tempo stesso, è altrettanto importante la capacità dell’Altro di intrattenere e dare piacere: il bambino ha, infatti, bisogno di conforto, ma anche di un adulto accessibile e raggiungibile, impressionabile, interessato, contento di essere intrattenuto.

La relazione con il mondo, seppure circoscritto all’ambiente materno e nel rispetto dei tempi biologici di maturazione, si sviluppa allora già a partire dai primi momenti di una gravidanza.

Questa spinta della coppia genitori-bambino ad incontrarsi ed entrare in relazione sembra essere determinata, dunque, da un comune desiderio di conoscenza: il bambino appena nato sembra predisposto a ricercare e formare un legame sia nel piacere che nel dispiacere, e la madre ed il padre sono potenzialmente predisposti ad accettare, sostenere e ricercare a loro volta il legame stesso, in prosecuzione di quello scambio cominciato e progressivamente incrementato ed arricchito già in epoca prenatale.

Il dialogo tra i genitori ed il loro bambino è, dunque, rintracciabile anche prima della nascita, ed il neonato che si ritrovano a cullare non è poi tanto diverso da quello che si dondolava nella pancia.

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