​Io grido e tu mi ascolti

La comunità cristiana è chiamata a dare un segno di vicinanza e di sollievo a coloro che sono nel bisogno e sono sotto i nostri occhi

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 16 novembre 2018
povertà
povertà © n.c.

In un mondo in cui, seppur “immersi in tante forme di povertà”, spesso si eleva la ricchezza a primo obiettivo e molte iniziative sono rivolte più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero, la comunità cristiana è chiamata a dare un segno di vicinanza e di sollievo a coloro che sono nel bisogno e sono sotto i nostri occhi, collaborando anche con altre realtà di solidarietà. Così il Papa nel messaggio per la seconda Giornata mondiale dei poveri, che quest’anno ricorre domenica 18 novembre p.v., sul tema: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”. Questa Giornata è stata istituita da Francesco a conclusione del Giubileo della Misericordia come “una piccola risposta” ai poveri perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto, ma siano accolti all’insegna della gioia.

Unire diverse esperienze e umiltà

Siamo mossi dalla fede e dall’imperativo della carità - scrive il Papa soffermandosi su tre verbi: gridare, rispondere e liberare - ma “sappiamo riconoscere altre forme di aiuto e solidarietà che si prefiggono in parte gli stessi obiettivi”: purché, sottolinea, “non trascuriamo quello che ci è proprio, cioè condurre tutti a Dio e alla santità”.

Il dialogo tra le diverse esperienze e l’umiltà di prestare la nostra collaborazione, senza protagonismi di sorta, è una risposta adeguata e pienamente evangelica che possiamo realizzare.

D’altra parte, aggiunge, la povertà non è cercata, ma è “creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia”, mali antichi quanto l’uomo, pur sempre peccati che coinvolgono tanti innocenti, portando a conseguenze sociali drammatiche. Non a caso il Pontefice ricorda una certa “fobia” contemporanea per i poveri, considerati anche come “gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani”. Davanti ai poveri, “non si tratta di giocare per avere il primato di intervento”, riflette Papa Francesco: piuttosto “possiamo riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio.

Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione. Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza”.

Il Signore ascolta gli oppressi da politiche indegne

Il Signore, assicura il Papa, “ascolta i poveri”, “quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l'alto per ricevere luce e conforto”, “coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza”. Sulla scia di San Paolo, il Papa parla dell’atteggiamento evangelico nei confronti dei membri più deboli e bisognosi della comunità cristiana, soprattutto di fronte ai percorsi che anche oggi conducono a forme di precarietà, come la mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità.

Francesco invita a non avere sentimenti di disprezzo e di pietismo verso i bisognosi, bensì a “rendere loro onore, dare loro la precedenza, perché sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi. Ed è qui, che il Papa evidenzia, che si comprende quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna. In fondo una parola di speranza diventa “l’epilogo naturale a cui la fede indirizza”.

Non basta un gesto di altruismo

Nella misura in cui, scrive il Pontefice, si riesce a dare il giusto e vero senso alla ricchezza, si cresce in umanità e si diventa capaci di condivisione, nel silenzio dell’ascolto.

Si è talmente intrappolati in una cultura che obbliga a guardarsi allo specchio e ad accudire oltremisura sé stessi, da ritenere che un gesto di altruismo possa bastare a rendere soddisfatti, senza lasciarsi compromettere direttamente.

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