Scalata sociale, ma verso dove?

“Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore. Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui.” F. Nietzsche

Andria - venerdì 07 dicembre 2018
Lily Furedi, “Subway” 1934
Lily Furedi, “Subway” 1934 © n.c.

La corsa sfrenata contro il tempo.
La mortificazione del nostro essere in stili di vita mediocri; monotoni e alienanti, omologati e omologanti. L’eccessiva complessità delle nostre realtà sociali, vere e proprie inestricabili tirannie burocratiche.
Diamo per ovvio e indiscutibile il fatto che possediamo libertà di scelta e perfino il convincimento del fatto che soliamo quotidianamente pensare. Ma qual è l’oggetto del nostro pensiero? Verso cosa tendono gli sforzi di una vita? Quale sorte ci attende alla fine di questa sfrenata corsa verso un capolinea di cui oggi si aborrisce perfino concepire l’esistenza?
Una vita vissuta nel solco della competizione sfrenata, dell’alienazione disumanizzante, dell’incoscienza più profonda, della deliberata disattenzione per quanto di più alto e bello il mondo ci possa riservare.

“L’appartenenza a un tipo è la morte dell’uomo”, rimarcava Pasternak.
Infatti, nella società a cui apparteniamo, al di là dell’isterica e manierata esaltazione della libertà, si glorifica sostanzialmente, nient’altro che l’algida ritualità del gesto ordinario, del “dovere” repressivo e irrazionale, in quanto non solo socialmente determinato, ma tale da restringere sensibilmente il campo alla libera espressione della persona e da entrare in conflittualità con le sue necessita; quest’ultima, assoggettata ad una struttura sociale che tende a privarla della padronanza di sé, è compiutamente ridotta a mero individuo tipizzato, le cui possibilità di autodeterminazione, annichilite di senso, sono meccanicamente surrogate in “ventagli di scelta” preconfezionati, differenti, ma sempre socialmente determinati; efficaci, calcolabili, brutalmente pratici.

Sin dalla tenera età, difatti, l’uomo è prigioniero di un sistema culturale che contribuisce a renderlo “minorenne a vita”, occupandosi esso della necessità di impartire il concetto del dovere come un’inderogabile richiesta da parte di terzi, alla quale far seguire il gesto d’obbedienza che esperisce tale richiesta; siano “i terzi” i propri superiori, siano le norme culturali, siano i bisogni della società.

Così soltanto, e cioè attraverso una diligente repressione della propria identità e mediante un mansueto atteggiamento di deferente adattamento alle condizioni contingenti, ci è permesso di risultare meritevoli di encomi e di riconoscimenti.
O almeno, così è insegnato, anche in ambito scolastico, ad ingenue e giovani menti.

L’impatto di una simile educazione risulta in una sistematica erosione dell’attitudine al ragionamento critico, che predispone l’uomo ad una forma di recepimento passivo delle dinamiche culturali e sociali vigenti, e che peggio, lo rende dimentico della natura propria e di tutte le cose, ma oltremodo sensibile alle modalità di azione collettiva e, correlata a queste, alla necessità di assegnare alle cose la modalità ontologica “dell’esser-mezzo” in vista del raggiungimento di un fine.

La ragione tecnica, id est il pensiero utilitaristico-strumentale, ha così compiutamente soppiantato il pensiero meditativo. In tal guisa, l'uomo ha perso il senso dell'Essere e “si muove solo fra cose, e cose utilizzabili, private del loro mistero" (Mounier)

La tecnica ha arruolato a suo vantaggio le forze del lavoro, le ricchezze della natura; si è accaparrata perfino la cultura, facendone, attraverso l’istituzione scolastica informata ai principi burocratici, un sostegno dell’ordine costituito; essa ha avvezzato lo spirito a servire.

Nell’ottica del reale come fondo da impiegare, tutto è laidamente ridotto a strumento in vista di fini, a oggetto di consumo della ragione calcolante; non c’è tempo per l’azione disinteressata, per la contemplazione pensosa, per il gesto estemporaneo, per la rottura della prassi.
E così, perfino il lavoro è stato privato del proprio valore intrinseco e, non più considerato come l’opera in cui la coscienza ritrova se stessa nel fare ciò di cui autenticamente sente il bisogno, esso è invece divenuto il mezzo attraverso il quale acquisire mero prestigio sociale ed economico.
Spezzato così il vecchio orgoglio professionale, tipico di chiunque svolgesse con cura e passione la propria professione avendo riguardo all’importanza che essa costituiva per se stessi e per il soddisfacimento di uno specifico bisogno della collettività, subentra, in suo luogo, un nuovo orgoglio professionale, il quale prevede la semplice remunerazione economica come propria condizione d’esistenza.
L’alienazione è ripagata con il profitto; lo status è acquistato a comodo prezzo nei negozi, nelle scuole, nelle università; tutto è studiato per incontrare i bisogni dei mediocri, promuovendo e nobilitando la loro pagante, acefala mediocrità.

La bellezza, valore sordo alle necessità di efficienza dei burocrati, diviene luce rara di un faro che brilla sempre più lontano e che si perde tra le grigie cortine del progresso.
Le città e gli spazi abitabili, plumbeo emblema a scala reale della razionalizzazione e dell’impersonalità ovunque imperanti e frutti impietosi dell’imposizione incontrastata di un progresso selvaggio e delirante, sono il regolare ritrovo per la calca di individui che, quotidie, affolla strade e mezzi pubblici nella nevrotica prassi collettiva della corsa sul posto di (un) lavoro che a tratti neppure ricordano perché svolgono; o ivi si affrettano trafelati a chinare la testa sui libri nella trasognata prospettiva del meritàto benessere (economico), come se potessero o volessero davvero scegliere altro.

Una latenza di frustrazione e di risentimento sono, perciò, la sottaciuta costante delle azioni di tali omogenee greggi di individui, reclusi in cattività da se stessi per essere congiunti sotto il credo acefalo del Consumismo e della Tecnica, che garantisce loro la sicurezza di stili di vita calcificati nel solco della disumana calcolabilità da monotonia quotidiana, il cui grigiore si tenta di colorire con un gran fracasso di mode, d’istrionico esibizionismo e di fetente fariseismo borghese.

L’appello che si intende lanciare pertanto, è per lo meno quello di condurre la collettività a prospettarsi, cogente, la necessita di interrompere la banalità della frenesia e di rimettere le cose alla loro essenza; di liberare lo spirito e restituirgli l’iniziativa e il controllo dei propri scopi, così che possa agire in aderenza a ciò che autenticamente è, adoperandosi in un lavoro che possa, così soltanto, essere precipuamente “lavoro sociale”. Riconfigurare altresì radicalmente lo stesso ordine sociale, di modo che esso sia strutturato attorno alla persona ed i suoi autentici bisogni, nel segno dei valori di umanità, bellezza ed equilibrio.

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