​La mia Asia - Mantanani

Dedicato a chi perde la vita in mare. Riflessioni a voce bassa durante un viaggio in solitaria (1)

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 25 gennaio 2019
Mantanari, Borneo
Mantanari, Borneo © Mirella Caldarone

Lambìto dal mare meridionale cinese ad ovest e bagnato a nord dal mare Sulu, che contende alle Filippine, il Borneo è terra di parchi e di foreste pluviali. Qui nidificano tartarughe, è la terra degli Oran-Gutan, degli elefanti.

Mantanani è un'isola breve, un lembo di sabbia nel mare cinese.

Un boccone del mare venuto fuori per indigestione, forse. C'era, per fortuna; alla fine c'era.

Questo lembo di terra mi ha accolta grondante d'acqua. Il piccolo scafo ha lottato col nervosismo del mare. Non so precisamente cosa sia stato ad urtare la sua suscettibilità. Era irritato, lasciava intravvedere la profondità delle sue rughe.

E bagnava, Dio se bagnava.

Il timore lascia immobili. Bisogna solo stare attenti all'osso del collo, mentre il corpo sbatte insieme allo scafo sulla pelle irritata del mare. La migliore idea mi è sembrata quella di chiudere gli occhi per non vedere le immagini scure di un manto bruno che, in continuazione, cambiava violentemente la linea di orizzonte. È così che si annunciano le tragedie, quelle che non si riescono più a raccontare. Sei lì ferma, immobile, il respiro si fa lento per dominare la paura. Doccia in viso a vari nodi all'ora. Scopro che è piacevole sentire il sapore di quella pelle liquida che brontola. È salata ed è calda.

Questo mare cinese è caldo. Lo sento ora nei piedi mentre solco la sabbia. Tutt'intorno al verde, una spiaggia di sabbia orlata di palme da cocco. Il mare scava, toglie spazio, erode le radici di queste creature dall'acconciatura che rispetta un verso, quello ordinato dal vento imperante. Come gengive che si ritraggono, le radici restano visibili sotto il lobo che sorregge la struttura. Le spiagge sono disseminate di antenati a cui è già accaduta la sorte cui vanno incontro gli alberi dalle gengive scoperte. Scheletri bellissimi, privati da poco della loro funzione originaria, oppure già adulti nella loro nuova vita. Sì, nuova. Il legno si rifà il trucco. Le acque lo levigano, lo sbiancano, lo risistemano. Affascinante arredo marino.

Su questo fazzoletto di sabbia c'è un villaggio di pescatori. Quasi null'altro, oltre all'alloggio garantito ai coraggiosi turisti che raggiungono l'isola che offre immersioni come principale attività.

Il giro dell'isola si compie a piedi in un'ora. Sessanta minuti in cui la sequenza dei passi incontra sabbia, acqua salata, tronchi, scheletri di cocco caduti dalle palme prospicienti.

Ospiti sgraditi, tanti, tantissimi, gli scheletri del “progresso” importato. Il merletto dell'isola è fatto anche di bottiglie di plastica. Migliaia. Da lontano sembrano elementi di flora locale. L'idillio dura poco, presto lo scenario diviene inquietante. Noci di cocco e bottiglie di plastica. E pensare che tutto questo è servito solo, in precedenza, a contenere pochi litri di acqua! Qual è il prezzo delle comodità moderne? Non basterebbero i numeri dei disavanzi di tutti gli stati del mondo a quantificarlo. Non si sa da dove arrivino: dal mare, dai turisti, dagli abitanti del villaggio? Chi è che non è interessato al proprio benessere? A chi questo scenario è indifferente? Solo la fotografia digitale può salvare queste scene, solo così questi splendidi orli potranno essere “ripuliti”.

La sequenza dei passi attraversa un villaggio. Un crogiolo di case, tutte palafitte, sabbia, arnesi, barche dismesse, roba accatastata, panni sventolanti. Una scena ricca di particolari. Baracche di legno sistemate casualmente sulla sabbia. Sistema urbanistico inesistente. La composizione risulta confusa. Si respira uno stato brado, essenziale. Sereno, però. Qui la gente sorride, saluta, chiede il nome agli stranieri. Ho trascorso con loro del tempo a parlare la lingua comprensibile a tutti, trasversalmente; quella fatta di sorrisi, di gesti semplici. I bambini sembrano la ricchezza maggiore. Sono loro ad accoglierti venendoti incontro o sorridendoti, semplicemente. Li vedi giocare con tutto ciò che c'è: una barca capovolta sotto cui si nascondono e da cui escono uno alla volta; giocano con la vegetazione, con le pietre, correndo sulla sabbia, col pallone, unico elemento di gioco “riconoscibile”. È imbarazzante il pensiero del numero esagerato di giochi in cui sguazzano i nostri bambini. Provo un po' di imbarazzo anch'io, fornita di k-way, di macchina fotografica, di iPhone. Vorrei chiedere scusa per i quintali di plastica che arriva dall'ovest. Poi intuisco che quell'habitat puntinato di PVC è per loro sopportabile, loro stessi lo alimentano con le proprie abitudini. Ho visto buttare in mare involucri di cartone inservibili, buste in plastica con contenitori in plastica e polistirolo monouso in cui sono soliti vendere il cibo da asporto. Qualcuno che, dalla terra ferma, è tornato con cibo comprato e pluff, c'è il mare che monta il suo turno di netturbino (ora si chiama operatore ecologico).

Il nervosismo del mare diviene broncio. Raggiungo a piedi l'estremità sud ed è tramonto. Niente di buono, si intuisce, per le ore successive. Vado a letto sull'albero.

Mi sveglio tra la chioma dell'albero sotto cui è costruito un capanno di legno elevato da terra. Qualcosa che sarebbe somigliato al paradiso se non fosse stato accompagnato dal suono del vento, dell'acqua che veniva giù a fiotti e del mare, sempre più nervoso. Il broncio di Eolo è sempre più potente. Meglio guardarlo in faccia mentre solco in lungo la spiaggia dimezzata dall'avanzare del mare. Questo tempo senza tempo mi fa tornare alla comunità dei pescatori. Bella gente. Sulla veranda di una palafitta, una famiglia intera accovacciata. È bastato che mi vedessero per invitarmi a sedermi con loro sulla veranda. Nonna con figlie, generi, nipoti: una decina di esemplari del proprio albero genealogico. I pescatori sono a terra per via delle condizioni atmosferiche. Sono tutti lì, a sentire il tempo passare. In pace. Non si sente strillare, né si odono pianti infanti. Per una mezz'ora siamo tutti una famiglia. Mi fotografano, li fotografo, ci fotografiamo.

Il mio Redstyle riscuote sempre maggiori consensi. Come un lasciapassare, ricevo sempre sorrisi e saluti di apprezzamento e mi sento rafforzata nel senso della sicurezza.

La sera ormai incalza. Eppur trascorse quel tempo senza tempo, quell'apnea in cui poter cogliere meglio il suono della costa alla ricerca di una melodia migliore. Niente. Intanto un pescatore ha cominciato ad erigere una barriera di pietre sulla sabbia.

Non è affatto sicuro che si possa viaggiare su queste acque. Un giovane isolano è sulla spiaggia, attenta vedetta, per scorgere all'orizzonte una barca in arrivo, foriera di navigabilità. Domani potrebbe essere peggio di oggi. Due minuti e la decisione è presa. Parto. Un gioco al Lotto, questa decisione. Si tratta di decidere della propria sorte. Ho rifiutato di vivere altre 24 ore nell'apnea. Vado. Insieme alla sorte.

Viaggio terribile su questo miniscafo a motore. Continui singulti. Sembrava che il mare non si capacitasse della presenza di questi folli sulla giostra della vita. Silenzio, spruzzi d'acqua, onde enormi. Può essere così il naufragio, quello che non puoi raccontare. Un giro di giostra più lungo e pluff, si cambia stato. Ormai sono a terra. La vita ha, ora, un sapore più forte.