Le mie mani in basso: superare il limite della disabilità

“Ho capito che il limite degli altri era la mia libertà”

Gabriella Ieva Stanze di vita quotidiana
Andria - venerdì 25 gennaio 2019
Simona Atzori
Simona Atzori © n. c.

Qualche sera fa ho avuto la possibilità di assistere ad uno spettacolo di Simona Atzori, e ascoltare le sue parole, il suo narrarsi. Una storia di sogni, opportunità e di libertà.

La sua capacità di trasformare ogni giorno la propria condizione, un handicap, in un punto di vantaggio, perché è proprio dalla convivenza forzata con la disabilità che ha imparato a lottare. Corpo a corpo coi propri limiti. Perché Simona Atzori è una ballerina, pittrice, scrittrice nata senza braccia.

La psicologia ci insegna che lo sviluppo della mente, delle emozioni e dei meccanismi cognitivi nel bambino parte anche dal corpo. Le esperienze corporee sono indispensabili per crescere armoniosamente: fin da piccolissimo il bambino fa esperienza del mondo, sensoriale e corporea; il corpo diviene per lui uno strumento di esplorazione della realtà e delle relazioni.

Il bambino può fare esperienze e svilupparsi all’interno di una relazione significativa. Il bambino che nasce con una disabilità, fisica o psichica, ha bisogno di confrontarsi con il proprio corpo di più e per più tempo.

Bruner sostiene che gli stessi limiti biologici imposti all’uomo dalla natura costituiscono un potente stimolo per l’invenzione, per la ricerca, per il progresso culturale. Il limite si manifesta all’uomo attraverso la sua condizione e la sua storia, attraverso ognuna delle esperienze che comportano il rischio della frustrazione, della sconfitta, dello scacco.

Nella storia di Simona ha avuto un ruolo significativo il sostegno ricevuto costantemente dai suoi genitori, come lei stessa afferma: “quel loro credo non era abbastanza, era tutto ciò che mi serviva”.

Riconoscere, accettare la propria diversità non deve necessariamente voler dire essere etichettati, emarginati, appartenere ad una categoria che al suo interno non conosce alcuna differenziazione, che non permette la costruzione di una propria identità, di una propria soggettività, che mette necessariamente chi è definito tale in un ruolo di subordinazione dove sono i “sani”, l’altra categoria, a decidere, a stabilire dove e come può avvenire il tuo accesso alla vita. Il limite è anche la difficoltà a essere “riconosciuto” nella manifestazione della propria specifica identità da parte di persone significative.

Accettare il proprio handicap significa, invece, conoscere i propri limiti per poterli affrontare e poter scoprire anche le proprie potenzialità: “ una volta un bambino mi disse: non è vero che tu non hai le mani… hai le mani in basso!” racconta ancora Simona. Parole che toccano, emozionano, commuovono, ma che al tempo stesso diventano il simbolo di quanto si può andare avanti oltre ogni limite.

Di quanto le mancanze possono diventare opportunità.

L’unico modo per modificare la realtà è quello di confrontarsi con essa tutti i giorni: come scriveva Laing “le porte della nostra mente sono le più difficili da aprire