Il Pittore

Carmine Conversano: una Vita per l’Arte

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 22 febbraio 2019
il pittore Carmine Conversano
il pittore Carmine Conversano © Mirella Caldarone

Navigare nel mare di opere lasciate da questo artista è un’esperienza assai emozionante.

La ricchezza di stili racconta la personalità poliedrica del pittore andriese che ha dato il meglio di sé tra gli anni ‘50 ed il 2008, anno in cui è volato a nuova vita.

Me ne rendo conto passeggiando tra le sue opere nella Casa-Galleria in cui abita sua figlia Iolanda, che con grande dedizione sta sistematizzando tutta la sua opera in una sequenza consultabile di fotografie, articoli di giornali, critiche, appunti dello stesso maestro, inviti e cataloghi delle mostre: un vero e proprio archivio della sua opera.

La Casa-Galleria è al primo piano di un palazzo storico nella Piazza La Corte di Andria. Iolanda mi accoglie con fierezza nell’atelier dove Carmine Conversano ha dipinto i suoi quadri negli ultimi quarant’anni: uno splendido salone con vista sul palazzo Ducale e la Cattedrale; una vista privilegiata, quotidiana scena davanti alla postazione di lavoro ancora intatta con il suo cavalletto ed i pennelli ancora pronti a scivolare sulle tele. Le pareti sono adorne dei suoi quadri, tanti, dei vari periodi pittorici, dai più piccoli e storici, ai più imponenti e recenti. Non è stata sufficiente una vetrina per contenere i premi ricevuti e le coppe, tante, sono mille statuine messe a guardia delle opere.

Pare di vederlo, il maestro, di spalle, con lo sguardo rivolto alla tela e la luce che gli arriva dalla sinistra, a tratteggiare le visioni dal suo interno, a scrivere la sua eredità con colori ad olio in un ambiente inondato di profumo di olio e acqua ragia. Una figura immobile negli anni, sempre alla sua postazione: ve ne si allontanava solo per andare a mangiare nella parte in fondo alla casa, quando sua moglie emetteva il noto suono per il pranzo pronto.

Era sempre felice di ricevere ospiti con cui adorava chiacchierare di arte, delle proprie visioni, del suo mondo a colori. Il suo sguardo un po’ severo, la radicata condizione di un’esistenza che lascia il segno, la sua debordante passione, facevano di lui una persona assai unica, sia pur complessa ed un po’ tormentata, come tutti gli artisti. I suoi occhi erano continuamente alla ricerca di informazioni che diventassero foraggio per l'espressione creativa. Un pozzo, ecco, una riserva a cui attingere anche oltre la sua vita.

Carmine nasce ad Andria nel 1923 da famiglia contadina, numerosa e povera. La sua vena artistica è corredo paterno. Contadino povero ma incline alla bellezza, suo padre spronava i figli alla lettura e a curare la cultura nonostante la sua indigenza gli impedisse di mantenerli agli studi: i suoi geni sopravvivono nelle generazioni a seguire che hanno potuto realizzare il sogno del sapere. Le tre figlie di Carmine, infatti, Maria, Susanna e Iolanda, hanno seguito le sue orme in pittura. Iolanda ci racconta «A sette anni, Carmine vide suo padre dipingere, sulla parete di casa, un vaso di fiori con colori in polvere per calce senza colla e quindi soggetti a svanire col primo alito di vento. Capì in quel momento l’importanza del colore e provò anche lui: riprodusse su una parete l’immagine della Madonna dell’Altomare con gli stessi colori usati da suo padre, spennellando le pareti da dipingere con la colla di pesce per ovviare all’inconveniente dello spolveramento del colore».

Opponendosi al destino del contadino, Carmine insegue il suo fermento costruendosi da solo. Autodidatta, continuò sempre a dedicarsi all’arte; anche nel periodo di leva (1942) si costruì un laboratorio dipingendo vari ritratti dei colleghi eroi.

In molte chiese di Andria sono custodite le sue opere, eseguite verso la seconda metà degli anni cinquanta: gli Affreschi del Santuario del SS. Salvatore, “L’annunciazione” ed il “Sacro Cuore” chiesa Annunziata, “Santa Gemma” chiesa di Quarto di Palo, “Sacro Cuore” chiesa Betlemite, “San Riccardo” chiesa Cappuccini, “Il battesimo” chiesa Crocifisso, “Evangelario” Cattedrale; nel Palazzo Vescovile di Andria sono esposti una serie di ritratti di Vescovi (alcuni da lui rinnovati) da S. Riccardo ad oggi. Presso il Santuario di S. Ruggero a Canne della Battaglia sono custodite tre opere: “Madonna del sorriso”, “Maria Vergine di Nazareth” e “San Ruggero”.

La sua prima mostra personale è del 1954 in cui è rappresentata per lo più la metodica ricerca del microscopico. Le prime opere, ispirate alle scene ed attrezzi di vita quotidiana, sono scolpite da una impressionante dovizia di particolari, tra cui Mia Madre in cucina, Libri e Gioconda e Autoritratto. La sua pittura fino al 1960 è permeata dal “realismo ottico” ispirato allo studio soprattutto dell’opera di Sciltian, un artista che ha costituito una tappa fondamentale per la maturazione di Conversano.

Il quesito che il maestro si pone è quello di rappresentare l’evidenza della realtà; si delinea, così, nella sua mente un “modo” di costruire il quadro in cui la forma è un’emersione verso il chiarore. Quando dipinge egli parte da una tela preparata scura: parte dal buio per ascendere verso la luce; dipinge per sovrapposizioni, una sorta di scalata cromatica che conferirà volumetria e plasticità all’immagine. Come egli stesso diceva «Tecnicamente lavoro attorno al singolo elemento compositivo, sviluppando una figurazione che lega tutte le opere in un unico codice di lettura, dove il tutto si poggia o si appoggia su un fondo nero “cosmico” carico di energia solare che diffonde luce, colori e sapori».

Dal 1974 Conversano genera un alto numero di opere dedicando molte tele alle sue visioni metafisiche con immagini irreali e fantastiche, come nell’opera Nostalgia.

Nella sua perenne tensione verso la ricerca, l’artista approda ad un periodo pittorico in cui affronta alcune questioni sociali dell’uomo contemporaneo. Negli anni ottanta la sua sensibilità è rivolta all’orrore per la droga, come nell’opera Natale verde in cui si vede un bambino minacciato da un mostruoso rapace che reca una grande siringa ed è allucinante il cumulo di siringhe su cui esso giace. Altro tema caro al Pittore è questa nuova era di meccanizzazione. Egli ha il terrore della tecnologia malvagia, quella che prevale sull’umanità, quasi ad anticipare i tempi della storia recente, come è visibile in Incubo n. 1 in cui una macchina crudele grava sulla testa dell’uomo nudo e indifeso.

Una ulteriore evoluzione del suo percorso artistico arriva nella prima metà degli anni novanta con opere tutte ispirate alla Mitologia.

L’inquietudine profonda di Carmine Conversano ha generato una ricerca di senso nel sopravvento dell’artificio e del meccanico sul naturale, ma nelle opere più recenti c’è un più forte richiamo alla scoperta della natura più semplice, legata alle esperienze sensoriali ed alimentari, una natura mediterranea, qua e là sottolineata da un capitello in stile composito. Non semplicemente una “natura morta”, egli vuole riaffermare la natura come cibo che nutre il nostro corpo riparando le lacerazioni, consolando le nostalgie e cercando di neutralizzare il dominio incontrastato del virtuale, e lo fa dipingendolo in grande scala ed ancora una volta con la sua magia caravaggesca.

Tantissime sono state le mostre in Italia e in Europa: di grande impatto quella a lui dedicata nel 1989 presso il Teatro Petruzzelli di Bari sotto l’egida del Ministero dei Beni Culturali, Regione Puglia e Circolo Unione.

La sua esistenza terrena ha fine nel 2008, nella stessa casa in cui ha prodotto la maggior parte delle sue opere, attualmente abitata da sua figlia Iolanda. L’augurio maggiore è di veder riconosciuto l’immenso contributo artistico di questo illustre concittadino attraverso il progetto di visitabilità della sua Casa-Galleria, in fase di realizzazione, a cura dei suoi discendenti.