La mia Asia

Cambogia, Villaggi Flottanti

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 08 marzo 2019
Cambogia
Cambogia © Mirella Caldarone

Cambogia! Il rassicurante cartello “Mirella Cadarone” mi accoglie al varco. Il mio driver è venuto a prendermi col tuk-tuk. Deve aver scommesso che quella Mirella fossi io, perché all'uscita i vari drivers si sono scambiati sorrisi di approvazione. Questi tuk-tuk sono straordinari mezzi di locomozione: motorini con a seguito vere e proprie carrozze da quattro posti. C'è chi ne ha di essenziali e chi si spreca con orpelli e romantici dettagli. Ho il mezzo tutto per me. La luce è bella, le forme anche. Sono estasiata da questa locomozione all'aperto, col vento tra i capelli, ad una velocità “umana”. E ne vedi altri, tanti altri. Nella stessa direzione, in senso inverso, tutti scarrozzano gente in giro. È una finestra itinerante da cui osservare la vita del posto. Le due ruote sono molto presenti, che utilizzino carburante oppure no. Si trasporta di tutto su due ruote, di tutto davvero, da un numero esagerato di cocchi ad un fascio di lunghissimi tubi da costruzione.

Appena a Siem Reap, diamo la precedenza ad uno strano animale che attraversa piano la strada: credevo fosse un vitello, ne guardo le zampe e ne scorgo una forma suina, mah. L'ultimo tratto di strada è di terra rossa. Bello che si veda il dettaglio di ciò che il progresso sta coprendo. Gusto un semplice ed ottimo piatto cambogiano a base di riso, pesce, fagiolini innaffiati con latte di cocco e comincio il giro al villaggio flottante. Meravigliose le forme delle scritte locali: disegni, non parole. Rotondità diverse da tutto ciò che ho visto finora. Sembra una scrittura senza interruzioni, un filo conduttore che fluisce, non capisco in quale direzione, indisturbato, su supporti di ogni tipo. Gentile, mi sembra, questa scrittura.E gentile è il sorriso di questa gente che ti chiede di comprare di tutto, dai servizi di trasporto ad oggetti di ogni genere. Il loro sorriso nasce dal solco della loro povertà.

Ho provato sconcerto ad attraversare il fiume ed il lago sulle cui sponde sorgono i villaggi flottanti. Una vita in oscillazione sulle case galleggianti. Costruiti su bidoni di latta o aventi come base vecchie barchette, questi alloggi sono ammassi di bambù e di paglia e di lamiere e quant'altro è reperibile per coprirsi. Ma questo è un mondo di acqua. L'acqua è intorno, l'acqua arriva dal cielo (questa è la stagione delle piogge), l'acqua è sotto, l'acqua è dentro, dentro le ossa, nei vestiti, sugli oggetti. E loro dondolano; continuamente oscilla questo sistema su bidoni; basta una barca che passa ed ecco che il movimento di passanti distratti si ripercuote sull'assetto di chi in questo luogo ci passa una vita.

Passando piano davanti a questi ricoveri si riesce a scorgerne le scene. Vita semplice che si svolge sul fragile lembo di materia sotto i loro corpi, frapposto fra le acque. L'amaca, questo strumento da noi usato come quint'essenza di un esotico relax, è l'unico elemento che erge il corpo e lo stacca dal fazzoletto di bamboo oscillante. Le onde stesse muovono le amache. Le vedi dondolare con o senza qualcuno che le occupi.

Ogni abitazione pullula di bambini, almeno 4 o 5. Credo sia la ricchezza maggiore per questo popolo, fatta di braccia che con l'andar del tempo diventano forti, in grado di sopportare e di supportare. La povertà qui riesci a toccarla, a sentirne l'odore acre. Ti guarda negli occhi, implora sostegno mentre mostra attitudini straordinarie nel cercare sussistenza in tale difficile sistema. Vorrei abbracciarli tutti questi volti bellissimi, interrotti da scure pupille intelligenti. Ma sento il peso della “ricchezza” che mi disegna diversa.

Vorrei svestirmi, privarmi dello zainetto, telefono, macchina fotografica, kway. Ma non sarei così forte come loro. Cadrei nel baratro della non sopravvivenza se mi spogliassi delle mie difese contro la morte. I miei “anticorpi” mi sono indispensabili e devo accettare il fatto che sono una viaggiatrice in mezzo a quel sistema acquoso.