Battesimo di fuoco

Le Fracchie di San Marco in Lamis

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 03 maggio 2019
le Fracchie di San Marco in Lamis
le Fracchie di San Marco in Lamis © Mirella Caldarone

La fotografia crea occasioni. E se una persona cara vuole farti un regalo, ti chiama e ti dice che nel suo paese al Sud (che ha lasciato 15 anni fa), a Pasqua, c’è un rito che ti interessa. Da qui il passo è semplice: Venerdì Santo a San Marco in Lamis a vedere le Fracchie, ospite di una splendida famiglia. Cosa saranno mai queste Fracchie e, precisamente, dove si trova San Marco in Lamis?

Incastonato in una vallata ed inserito nel Parco Nazionale del Gargano, questo paesino di 15 mila anime, a 6 km da S. G. Rotondo, mi accoglie in un pomeriggio per nulla qualunque. Altri non vi furono se non persone intente al rito delle Fracchie. Chi come autore, chi come visitatore o credente: un’intera comunità, di tutte le età, si coagula nel rito sacro e popolare.

Sono ancora sul bus ed entrando in paese scorgo un gruppo di bambini in costume che trascinano una grandissima torcia in legno, quasi un mazzo di fiori pietrificati, un offertorio che diverrà fuoco e fiamme: una Fracchia.

Mi precipito fuori dal bus, ormai al capolinea, e raggiungo quel crogiolo di anime e legni. A sera si incendieranno entrambi.

Questi enormi elementi votivi sono capolavori della cultura contadina e religiosa. Le Fracchie illuminano il percorso della Vergine Addolorata che gira per le strade cittadine alla ricerca del Figlio. Le fiamme rischiarano le tenebre e innalzano le preghiere a Dio in una sera di lutto.

Il viale centrale del paesino è pieno di gente. Arrivo qui insieme ai bambini-traino di una piccola Fracchia. Saranno i primi a partire. Man mano che ci si avvicina alla chiesa in fondo al viale, da cui uscirà l’Addolorata in processione, queste strutture divengono progressivamente dei giganti parcheggiati in successione su un lato della strada.Sbigottita da tanta bellezza, mi fermo a parlare con i fracchisti che le hanno costruite, che non si allontanano dalle proprie realizzazioni per ricevere gli elogi della gente.

Il Comune assegna la legna alle Fracchie partecipanti alla Processione, definendone criteri e dimensioni: le più Grandi (lunghezza max 10 mt, diametro max 2 mt) raggiungono un peso di 60-70 quintali.

Dai fracchisti apprendo che la buona riuscita di una Fracchia dipende dalla scelta del legname. Il tronco, che sarà l’ossatura principale, dev’essere castagno o quercia: dritto, senza nodi, opportunamente lungo (dipende dalla grandezza della Fracchia). Per due terzi, il tronco è tagliato in 6-8 sezioni longitudinali, a formare un cono; un terzo rimane integro, a formare la coda. Lo si può paragonare ad un carciofo ripieno; la cavità svuotata sarà riempita con altri legni che abbiano una buona bruciatura senza fumo. Eh sì, perché la combustione, insieme all’estetica della Fracchia e al comportamento dei fracchisti tiratori, sono elementi che una giuria valuterà per conferire i premi finali.

Questi giganti bruceranno, in cammino dopo la Madonna, in un percorso che sembra un inferno dantesco. Procedendo su carrelli montanti su due grosse ruote metalliche, uno alla volta, i giganti si incendiano e stridono le ruote sulla pavimentazione stradale. Le grida dei trasportatori, le faville che si alzano al cielo e le braci che si riversano a terra ricordano il girone dell’Inferno. Le Fracchie sputano fuoco e decine di uomini tirano i giganti con catene e funi di traino, insensibili alle fiamme, sudati, affaticati dallo sforzo ma disinvolti e incuranti del pericolo: sono gli attori dello spettacolo secolare che si rinnova ogni anno.

Con una lunga pertica, la veria, durante tutto il percorso assestano colpi violenti sulla bocca della Fracchia per appiccare il fuoco, ma la combustione non deve essere eccessiva perché se ne comprometterebbe la stabilità e la durata fino al termine della corsa, dove verranno spente dai pompieri.

Sembra una colata piroclastica e, come i tiratori, sono anch’io incurante del pericolo. Le faville colorano la scena e ci voglio stare dentro. Le suole di gomma delle scarpe cedono materia alle braci sull’asfalto.

Al mattino seguente, il viale di San Marco non aveva più traccia dell’Inferno: mi sono stropicciata gli occhi e ho capito che non era un sogno, guardando sotto le mie scarpe: il battesimo di fuoco c’era stato, viste le cicatrici delle mie suole di gomma.