Liberarsi dalla libertà

“Liberiamoci dalla libertà; niente è così vincolante come la libertà” - Carmelo Bene

Andria - venerdì 14 giugno 2019
Invitation To The Coup, Wolfgang Lettl – 1981
Invitation To The Coup, Wolfgang Lettl – 1981 © n.c.

La libertà, dopo essersi lentamente affermata negli ultimi tempi come uno scontatissimo, ormai ampiamente realizzato, “diritto di massa per la massa”, si è tanto ottusa e svilita da ritrovarsi ossificata nella forma di un indiscutibile dovere, di un morto rituale da doversi celebrare indifferentemente nella forma di un obbligo, di un’ormai logora convenzione richiamata a vita da una sua sterile evocazione in parola, come se questa sola bastasse.

Ridotta a questo, si veda quindi come tutto oggi copuli tristemente con la parola “libertà”.

Essa è diventata contorno a qualsiasi piatto; centro di gravità di ogni forma di sedicente impegno civico; evergreen di ogni solenne discorso.

Si osservi, nondimeno, come si sia venuto gradualmente determinando un sistema politico-sociale che, per quanto incredibile, si organizza antiteticamente al principio stesso di libertà che vuole garantire e realizzare, avendo esso gradualmente integrato la coazione come modalità di realizzazione della libertà stessa. Un perverso ossimoro che si estrinseca in autentico, ma taciuto totalitarismo culturale; taciuto perché esso, continuando a ripresentare il tema della libertà in tutte le varianti possibili, nonché come una, se non la maggiore, delle sue priorità programmatiche, difficilmente sarà individuato con prontezza dai sottoposti in qualità di ciò che realmente è.

Difatti, risultato di una libertà generosamente imposta dall’alto con l’autorità della legge è una vera e propria nevrosi collettiva.

L’eccessiva facilità ha creato l’ossessione, sicché nelle scomposte pratiche per il conseguimento della libertà e nel corollario della sua isterica riaffermazione, la suddetta è mutata nel paradossale, opprimente e incondizionato “dovere della libertà”, trasversalmente condiviso in quanto tirannicamente definito proprio dalla maggioranza che lo tratteggia direttamente o che lo sancisce apponendovi tacito consenso. Una libertà, pertanto, svuotata e logorata, che non solo si deve necessariamente conseguire, ma che deve anche essere conseguita seguendo proprio, solo e soltanto quel percorso minuziosamente tracciato dall’alto per poter/dover realizzare essa e godere dei suoi eventuali frutti. Vedasi come della “libertà”, a questo punto, resta ben poco al di là del suo significante; il suo significato è vanito sotto la morsa di un abile sofismo e dell’indifferenza/complicità collettiva che lo ha permesso, se non generato.

Tant’è che in forza dell’inoppugnabilità della cultura della libertà-imposizione (“si deve essere liberi”), l’uomo si ritrova oggi tragicamente aggiogato a nuove, ennesime catene, in quello che adesso sappiamo essere stato solo un maldestro, ingenuo tentativo di liberazione da altre catene, quelle dell’enigma della libertà stessa, che è di ben più antica data; nell’incapacità di individuarla con certezza questa libertà, e di godervi stabilmente, ce la si è imposta nella forma di un’ingenua illusione. I confini di obbligo e di libertà si sono, nel nostro secolo, così tragicamente dissolti, per unirsi in una nebbia di senso che nasconde le più temibili insidie e che tanto ha degradato e sminuito la nobile altezza del principio di libertà, da averlo reso un intercambiabile simulacro usa e getta entro il quale poter celare di tutto, anche i più turpi scopi.

In nome di essa, la legislazione si è per altro prodotta nella forma di un vero e proprio fanatismo, un pedantesco integralismo giuridico che si propone di regolare capillarmente l’iniziativa individuale, così da toglierle tanto il carattere di iniziativa, quanto quello di individualità e privatezza. All’individuo, nell’illusione di una libertà così garantita, non rimane che asservirsi all’apparato burocratico ed ai suoi dettami, in uno Stato che ha così perfettamente integrato il modello criminogeno, presentando un sistema in cui quasi tutto risulta vietato o regolato, tranne ciò che è espressamente, magnanimamente concesso. Una giungla burocratica, altresì, che ha risolto il carattere democratico e welfaristico della legislazione nel suo contrario sistematico, organizzandola attorno al senso di paura; a partire dalla forma di un generalizzato horror vacui da parte dei legislatori, sino ad arrivare alla paura stessa da parte dell’individuo per qualsiasi forma di intrapresa, sicché questi, proprio per timore dell’errore, è destinato a muoversi caoticamente in un labirinto di oneri, regole e divieti in cui si vede continuamente costretto a firmare, trasmettere dati, dichiarare, coltivare e aggiornare continuamente la propria posizione. Non gli resta dunque che la conformazione passiva, l’adesione acritica a uno standard che disumanizza e che fa del grigiore il proprio fregio.

Da un lato la tirannia culturale della maggioranza, dall’altro l’integralismo giuridico, fanno sì che i dissenzienti abbiano scarsissime possibilità di far valere idee ed esigenze proprie.

“Il risultato di tutto ciò è un potere che assomiglia molto alla tirannide: assai più efficace e raffinata dei vecchi regimi assolutistici. Se un tempo catene e carnefici erano gli strumenti brutali della tirannide, la moderna civiltà democratica ha perfezionato e raffinato perfino il dispotismo, rendendo la violenza spirituale come la volontà che si vuole coartare”, così magistralmente già ammoniva Tocqueville.

E cosa farsene allora dei tanto agognati “alti livelli di istruzione” o del vagheggiato PIL in segno positivo, se queste sono le condizioni ed i risultati? Cosa proprio dell’istruzione, giacché perfino essa è ormai sistematicamente impostata nella forma di una prestazione e non più scaturente dall’amore per la conoscenza? Cosa, allora, della libertà stessa, di questa libertà?

Giuseppe William Moschetta

Lascia il tuo commento
commenti
Altri articoli
Gli articoli più letti