Mare monstrum

Nel bel mezzo di una immensa acquasantiera

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 19 luglio 2019
Mare monstrum
Mare monstrum © Mirella Caldarone

La stagione estiva rende il mare amico.

Grida liberatorie di felicità, sbracciamenti che spostano volumi d’acqua proporzionali alla forza applicata per ostentare il proprio zelo, moto d’acqua che si beffano del miracolo di camminare su una pista liquida.

La fabbrica del divertimento ha il colore azzurro.

Mare, amare, armare, maree, rimare, scemare, sfamare, tremare, ansimare: come con le lettere, questa massa infinita d’acqua si coniuga con le stagioni, con i venti, con la luna.

Il mare rinfresca o congela, è placido oppure sballotta, lascia più spazio agli ombrelloni oppure cancella le spiagge.

È accomodante, il Mare. Ed è paziente, anche: custodisce sul fondo reperti bellici e sopporta sulla sua pelle isole di plastica alla deriva.

Organismo vivo, sistema perennemente in divenire, oggetto d’amore o motivo di paura, il Mare è fluido che accoglie, materia che si modifica per ricevere un corpo solido.

Su un piccolo natante rigonfio d’aria ho solcato una lingua di mare larga 40 miglia. Ospite di questa immensità bagnata, potevo toccare il suo manto azzurro sporgendomi appena dal tubolare di gomma che scivolava veloce sul pelo dell’acqua.

Da questo punto di vista sembra possibile raccoglierne la trama, le sfumature della voce e del blu: sembra di essere all’interno di una tela, muniti dei pennelli forniti alla partenza per chi avesse avuto voglia di aggiungere un tratto in un mare di colore.

Mi sembrava di stargli sulla groppa: avrei risentito di qualunque sua andatura, quieta, dolce, sportiva, galoppante.

Qualcosa ha urtato la sua suscettibilità, forse uno starnuto della terra. Il piccolo natante ha lottato con il nervosismo del Mare. Esso era irritato, lasciava intravvedere la profondità delle sue rughe.

Il timore lascia immobili. Bisogna solo stare attenti all'osso del collo, mentre il corpo sbatte insieme allo scafo sulla pelle irritata del gigante. La migliore idea mi è sembrata quella di chiudere gli occhi per non vedere le immagini scure di un manto bruno che, in continuazione, cambiava violentemente la linea di orizzonte.

È così che si annunciano le tragedie, quelle che non si riescono più a raccontare. Sei lì ferma, immobile, il respiro si fa lento per dominare la paura. Doccia in viso a vari nodi all'ora.

Una gomma gonfia d’aria nel bel mezzo di una immensa acquasantiera: ogni goccia una preghiera.

Ho pregato anche per loro, quelli che con mezzi di fortuna, ed in condizioni assai più critiche, attraversano molto più di 40 miglia per raggiungere una terra che possa riconoscere loro una carezza.

Ho pregato anche per la salvezza morale di chi, vittima del proprio limite, ostenta millantata superiorità razziale: un’esperienza di questo tipo insegnerebbe loro la paura che non lascerebbe posto all’idiozia.

Alla fine la terra c’era, per fortuna c’era. Bello poterlo raccontare.

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