Cultura, bellezza e crisi di governo. Che succede adesso?

"La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza"

Andria - venerdì 09 agosto 2019
La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio. 1509-1511, Stanze Vaticane
La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio. 1509-1511, Stanze Vaticane © n.c.

"La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza". (Albert Camus)
Non c’è più tempo per la politica dell’incultura, degli slogan, della mendacità.
Destra e sinistra devono superarsi; uscire fuori dalla beffarda posa intrisa d’orgoglio e vile opportunismo che rende i due schieramenti sempre più caricatura di se stessi, per spiccare irriverentemente il volo verso ideali nuovi.

Si dica allora Rinascimento, più che sovranismo, o peggio, globalismo; il recupero della sovranità come riappropriazione di un’identità differita e una dignità perduta, è soltanto uno dei presupposti necessari alla rinascita. La nostra Italia, fregiata di un passato che è inequivocabile dimostrazione del sublime estro e della profonda spiritualità delle sue genti, merita molto di più della indecorosa decadenza di cui ancora è vittima oggi che il mito mondialista ha irrimediabilmente mostrato tutta la sua bruttura. Ad esso, bisogna che noi Italiani opponiamo l’eterna universalità della civiltà rinascimentale, ritornando a credere nella funzione che proprio a noi la storia ha assegnato in quel periodo storico; essere i protagonisti del punto di massima espressione della civiltà umana, essere promotori di bellezza e conoscenza.

Un’intuizione di cui per primo Vittorio Sgarbi si è lodevolmente reso fautore con il proprio omonimo progetto politico, seppur, almeno per il momento, non riscuotendo il dovuto successo.

“Ma pur volendo, sottrarsi alla globalizzazione ed agli annessi processi ancora in fase di dispiegamento, è quasi impossibile”, rivendica sovente qualcuno.

Sì. E’ così, ma soltanto finché continueremo ad essere trascinati dalla contingenza dei fatti, tristemente oppressi dalla manomorta delle circostanze, ingessati in imbarazzanti minuetti istituzionali.

L’Italia merita una prospettiva nuova, da concepire in uno spirito di completa indipendenza intellettuale e in una libera e convinta volontà di dignità e prosperità. Un ritorno ai riferimenti veri. Un’Italia in cui il progresso rintocchi all’unisono con la bellezza e faccia di essa la propria forza trainante; tornare a creare ed innovare vivificando la tradizione, nel rispetto dell’uomo, della dignità del lavoro e in armonia con il territorio.
Poter di nuovo tornare ad essere un modello per il mondo intero.

Solo cultura e bellezza, con la loro azione disvelante e liberatoria, possono permettere ciò. Ecco la ragione per la quale bisogna ripartire dalla promozione di tali valori, di cui proprio l’Italia è sempre stata promotrice nel mondo.

Nell’ottenebrante grigiore della società “degli specialisti senza spirito e degli edonisti senza cuore”, non si riesce a spiccare il volo neanche con l’immaginazione; non osiamo neppure progettare una realtà diversa dalla presente. Il tambur battente dell’informazione, deviata e non, plasma la nostra visione della realtà e ci costringe alla passività della resa nei confronti di ciò che è predominante.

Rinascere e rinnovare, allora, non significa necessariamente distruggere in toto quanto costruito, ma correggere ed emendare, rifacendosi a quella bellezza universale che tanto ci ha resi grandi. Purificare dagli errori, pur mantenendo quanto di buono le più recenti vicende socio-politiche ci hanno eventualmente procurato, sostituendo alle deformità, la creatività di elementi nuovi; riportare armonia e bellezza al centro della nostra relazione con il mondo.

Rimettere in sesto il sentimento fraterno della Nazione e riscoprirne la tipicità, ora annacquata dalla stolida emulazione modaiola delle più disparate influenze culturali extra-nazionali, che sovente si intromettono nel nostro vivere quotidiano ad ingiustificato detrimento della tipicità nazionale, della incredibile ricchezza che secoli di vicende, tradizioni gelosamente custodite, conquiste e sacrifici di chi è stato prima di noi, tanto graziosamente ha consegnato ai posteri soltanto per subire adesso lo scempio di una bestiale nostra indifferenza che è incultura giustificata dal simulacro vuoto di un progresso ottuso, che corre ormai attorno a se stesso senza avere più altra metà.

Solo una fra le tante ombre della notte che sta attraversando la nostra civiltà. Una triste realtà, la cui percezione è per altro rinforzata dall’evidenza di una pericolosa mancanza di senso di appartenenza e perfino di quel sano sentimento di patriottismo, indispensabile a ché un Paese possa prosperare e godere della dovuta rispettabilità nel mondo.

Riscoprire il legame delle cose con il passato, dunque, non vuol dire essere nostalgici ma chiudere il cerchio dell’identità, inondando di rinnovato senso il presente; riscoprirlo nella prepotenza della sua attualità storico-dialettica, alla luce di quella possibilità di plastica evoluzione che nondimeno resta intrinseca delle cose, e ritornare così a poter progettare per il lungo termine nella comprensione e nel rispetto dei presupposti fisiologicamente dati, uscendo dal senso di smarrimento e incertezza che contrassegna l’eterno presente in cui si pone il rapporto umano con la realtà oggi. Riscoprire, in altre parole, il filo rosso della nostra mirabile cultura.

Essere una sola grande famiglia mondiale che vive sotto il medesimo grande cielo, non vuol dire sopprimere le fisiologiche differenze di ognuno in quanto sua componente, come oggi accade, ma anzi esaltarle e celebrarle in una dimensione etica che le rispetti. E quale migliore dimensione, se non quella che parli il linguaggio della bellezza universale? Non una sola persona che si trovi ad ammirare la bellezza che l’Italia è stata capace di produrre, può dire di non percepire una vicinanza ideale, un intimo riferimento. Non può non sentire che questo patrimonio dell’umanità è al tempo stesso tanto italiano per concezione, quanto universale per vocazione e fruibilità.

Il nostro futuro si può e si deve giocare sul patrimonio storico-culturale e sull’eccellenza tipica; che sia artigianale, enogastronomica, industriale. Sono questi i nostri assets, che le regole alle quali abbiamo deciso di piegarci, non permettono di valorizzare a dovere. Allora, ecco forse spiegata l’Italia sempre scissa fra la tensione a idealizzarsi e riconoscersi come luogo di rara bellezza agli occhi dello straniero, e la pervicace tendenza a sminuirsi nell’intimità di casa propria, per affogare in un bieco sentimento di negazione e lassismo fra familiari.

Nonostante tutto, uomini di singolare acume e tenacia, come Brunello Cucinelli, stilista e imprenditore italiano, fondatore e proprietario dell’omonima azienda, nonché Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica, hanno lanciato e già vinto la loro sfida al modello di sviluppo predominante, riportando rimarcabili successi. Dal sito istituzionale di Brunello Cucinelli: “Credo in un’impresa umanistica, credo nella qualità e nel bello del prodotto artigianale; penso che non possa esservi qualità senza umanità” afferma Cucinelli; “Sogno una forma di capitalismo umanistico contemporaneo con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali.

Nella mia impresa ho messo l’uomo al centro di qualsiasi processo produttivo, perché sono convinto che la dignità umana ci sia restituita solo attraverso la riscoperta della coscienza.
Sono fiero di essere umbro, fiero della mia passione per la filosofia e il restauro e per tutto ciò che aiuti a restituire bellezza e dignità alle cose sepolte dall’oblio dell’uomo sotto la polvere del tempo".

In definitiva perciò, non sarebbe oramai bene che ci chiedessimo con quale rispetto per l’umanità, presente e futura, possiamo ancora cinicamente ignorare che globalizzare così come lo si sta facendo, altro non vuol dire che mescolare e rimescolare ciò che è ricco in quanto vario, fino ad ottenere una anonima omogeneità? Condannare la qualità di una produzione tradizionalmente eticamente attenta e responsabile, come quella italiana, alla forca della guerra al ribasso e della concorrenza sleale, estese su scala mondiale?

Opprimere la differenza e trovare un comun denominatore fra centinaia di culture e identità anche profondamente differenti; e cosa sarebbe questo, se non il tipico meccanismo su cui si fonda e prolifera ogni regime totalitario?

Tutto ciò vuol dire rinunciare alla ricchezza dell’umanità, spogliare di dignità l’individuo in ogni dove, perpetrando ai suoi danni una violenza inaccettabile!

L’ideale deve liberare ed elevale l’uomo, non appiattirne e assoggettarne lo spirito.

“Molto più che l’indice del PIL, in futuro il livello estetico diventerà più determinante per indicare il progresso della società.” (John Kenneth Galbraith, 1983)

Giuseppe William Moschetta

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