Quando salvare una vita era imprescindibile

Quarant’anni fa: un piccolo grande gesto da ricordare e prendere d’esempio

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 06 settembre 2019
Vietnam 1979
Vietnam 1979 © n.c.

Rivolgendo lo sguardo indietro, possiamo vedere la storia da cui siamo stati plasmati e di cui siamo figli. Scavando però a fondo nel passato, si può realizzare come esso non sia solo occasione di chiudere ferite aperte e riparare ai propri errori, ma che diventi modello in un presente distorto da pensieri offuscati. È sufficiente, in questo caso, fare ammenda alla memoria di un gesto piccolo ma enorme, e trarne ispirazione. Per compiere questo passo, bisogna tornare indietro agli anni 70-80. Guerra del Vietnam: una delle guerre più inutili e sanguinose di sempre, dove milioni di persone hanno perso vita e futuro per un semplice capriccio degli Stati Uniti che, a detta di Kennedy, stavano diminuendo la loro importanza a livello internazionale e avevano bisogno di un’azione risonante, che effettivamente ha riscontrato molto successo.

Dopo la caduta del Vietnam del sud e Saigon, avvenuta il 30 aprile del ’75, gran parte della gente che cerca altrove una briciola di rinascita tenta disperatamente di fuggire, venendo però rifiutata e depredata dai paesi vicini. L’unica soluzione diviene quindi viaggiare per mare e lasciare il proprio avvenire nelle mani delle onde. Sarà una nazione a mobilitarsi per far fronte al disastro umanitario di quei tempi, e quella sarà l’Italia, di propria spontanea iniziativa. Così, caricati su di un numerosissimo equipaggio provvisto di tutti gli strumenti necessari per cura e salvataggio, anche dei traduttori per comunicare con i Vietnamiti, viaggiano passando per acque pericolose, quelle di un oceano indiano minacciato da un vento burrascoso.

Uno dei viaggi più lunghi ed estenuanti per la Marina nostrana, la quale però riuscirà a portare a termine l’obiettivo preposto: salvare delle vite. E ne salvarono molte, moltissime. Ovviamente la questione non finisce qui, in quanto bisognava offrire loro ospitalità e sicurezza. A detta di ciò, vennero creati efficienti campi di accoglienza e raccolte ingenti somme di denaro grazie al buon cuore civile per la loro integrazione in una società così differente da quella in cui avevano sempre trascorso i loro giorni. Quindi, da essere “boat people” così come erano stati definiti in quegli anni senza meta, da quel momento in poi sarebbero tornati quantomeno a poter realizzare progetti per sé e per i propri figli.

Tutti coloro che vennero soccorsi e scacciati dalle grinfie di una battaglia drammatica, sono sempre stati riconoscenti e grati nei confronti di chi ha “accettato la sfida”; basterebbe infatti citare l’esempio di una madre che aveva visto nascere il suo bambino a bordo della nave principale chiamata “Andrea Doria” e aveva deciso di dargli lo stesso nome. Altri tempi, altra mentalità, stesso paese e stessi problemi. È triste pensare a come tutto questo sia accaduto quattro decenni or sono, se lo si paragona alla situazione attuale. Altri tempi è vero, tuttavia l’andazzo politico ed economico non era certamente più roseo, anzi; erano anni di una decadenza finanziaria che, a passi piccolissimi, stava per essere combattuta, ma anche gli anni di instabilità delle alte cariche, che avrebbe portato alla famigerata e mai fuori di moda crisi di governo. Il mutamento così drastico è avvenuto nella percezione di umanità che è presente nei cittadini e nei politici, che negli ultimi anni hanno continuato a costruire barriere invisibili ma altrettanto massicce e imponenti.

È allo stesso modo curioso riflettere su come, durante quella operazione di salvataggio, furono gli stessi italiani a decidere di attraversare un oceano e un continente per andare in aiuto di chi ne necessitava. Ora invece, non solo pare utopico considerarla possibile come scelta, ma a molti non piace nemmeno l’idea che siano loro stessi a venire e a sporcarsi le mani. O magari se una buona anima decide di soccorrerli, non vediamo l’ora di festeggiare all’ennesima nave confiscata, figlia di un decreto anticostituzionale che, al contrario dello scopo per cui è stato emanato, non fa altro che aumentare la clandestinità, le morti in mare, e ad alimentare un clima d’odio che oramai è divenuto il nostro marchio di fabbrica per qualsiasi questione. Le immagini di uomini di due culture, origini e tradizioni opposte che sorridono uno di fianco all’altro dovrebbe essere la normalità nel periodo storico infinitamente evoluto nel quale ci troviamo, eppure accettare la diversità spaventa così tanto da portare l’esclusivismo a celarsi dietro giustificazioni senza capo né coda.

In queste quattro decadi non si è compreso, o meglio si è dimenticato, il valore di una società globale che non si chiude in un guscio per risolvere le proprie fatiche che sono considerate già troppe, ma che si apre all’altro anche per dare linfa al proprio nido. In ciò che è stato non si ritrovano solo storie di fascismo e divisione, ma di indipendenza, accoglienza e unione, perché una mente libera accoglie ed unisce, e non ottiene una nave come ricompensa, ma un pezzo di cuore e di vita in più.