La propaganda incontra l'ambientalismo nel mondo dei trends

Neanche un mese dopo gli scioperi per il cambiamento climatico, le uniche misure che sembrano saltar fuori dai tavoli di ogni governo in Europa sono le “eco-tasse”

Andria - venerdì 18 ottobre 2019
Claude Monet - The Gare Saint-Lazare, Arrival of a Train
Claude Monet - The Gare Saint-Lazare, Arrival of a Train © n.c.

Una ragazzina, messa in piedi a frignare sul piedistallo in ghingheri di qualche istituzione, ci ha suggerito di scendere in piazza. E, parola del Signore, così è stato. Siamo scesi in piazza, senza esitazione alcuna; a protestare per opporre il nulla contro il nulla, ormai pienamente schiavi del “personaggismo”, del sensazionalismo mediatico e del pietismo coniugato alla politica. “A protestare contro il clima” o “contro le mezze stagioni”, come asseriva con studiata disinvoltura più di qualche ragazzo coinvolto in alcune interviste telegiornalistiche. Un profilo, quello che viene così a tracciarsi, indiscutibilmente lontano dall’immagine di una società che vuol dirsi “scientifica, istruita, emancipata e libera nel pensiero; ben lontana da bigottismi e fanatismi”. Difatti, solo una collettività accecata dall’illusione della conoscenza come abuso di informazione, poteva cadere tanto facilmente vittima di una delle più grandi manipolazioni di massa della storia. Neanche un mese dopo gli scioperi per il cambiamento climatico, le uniche misure che sembrano saltar fuori dai tavoli di ogni governo in Europa sono le “eco-tasse”. Più tasse su gasolio, plastica, voli aerei; da noi si pensa perfino di tagliare il rimborso sulle accise in favore degli autotrasportatori, provocando così un aumento sul costo del trasporto merci che inciderebbe negativamente sui consumi, così come ognuna delle altre tasse in questione. Tutto ciò è sconsideratamente praticato in un contesto economico già annaspante e fiacco, che agogna la ripresa con tutte le sue forze.

L’Eurostat ha diffuso nel 2017 il rapporto “Envitomental Tax Statistics”, in cui non solo si registra un aumento crescente delle tasse ambientali nell’Unione fra il 2002 ed il 2017, ma si riporta anche un gettito pari a 368 miliardi di euro annui da esse derivante, con l’Italia ai vertici per contribuzione rispetto al PIL. Si sa, l’adozione di politiche fiscali scellerate in condizioni che non lo consentono, né lo richiedono, è una ricetta inspiegabilmente cara alla vecchia UE, che dopo essersi presa tempo per pensare a come mascherare un nuovo salasso giocandosi l’escamotage di un dietrofront rispetto a tali politiche, pare essere ritornata all’attacco sfruttando proprio l’ondata ecologista, la quale tra uno slogan e l’altro, dal canto suo, ha dimostrato di aver perso di vista l’obiettivo delle proprie rivendicazioni. E diméntichi, curiosamente, sembrano essere anche i numerosi studenti scioperanti, la cui protesta è stata addirittura patrocinata dal Ministero dell’Istruzione in un sodalizio che non ha precedenti (i demoliti che appoggiano i demolitori, quale stravagante bizzarria); sicché, nell’essersi ritrovati in strada il 27 Settembre scorso a brandire slogan che si confondevano fra loro per l’originalità, piacevolmente imbellettati con abiti di largo consumo per lo più prodotti in Cina, od in qualche altro Paese dell’Est asiatico, ed armati di iPhone (Made in Cina) per riprendere in video la “protesta” e traslarla vanitosamente online, gli studenti italiani hanno inequivocabilmente dimostrato di aver scordato non solo il fatto che proprio lo streaming video ha prodotto soltanto nello scorso anno una quantità di emissioni pari a quelle annue dell’intera Spagna (dati forniti da The Shift Project), ma anche che la stragrande maggioranza dell’inquinamento mondiale è proprio di matrice cinese ed est-asiatica. O se non altro, hanno dato prova di essere impreparati e grossolani; una corrività difficilmente compatibile con l’intento di salvare il pianeta e promuovere una palingenesi culturale. Dunque, a festa finita, tutti sembrano aver tradito i propri scopi; o peggio, sembrano non averci mai creduto davvero. Perciò, senza entrare ulteriormente in polemica, guardiamo per un attimo ai dati sull’inquinamento mondiale. Secondo stime del Global Carbon Budget, nell’arco di tempo 2000-2016 si stima che mentre le emissioni europee sono calate del 16%, quelle cinesi sono cresciute del 208% e quelle indiane del 155%.

E vi è di più; malgrado i dati appena visti, non solo la Cina si è disinvoltamente lanciata nell’impresa di costruire centinaia di nuove centrali a carbone, come dimostra una ricerca di CoalSwarm del 2018. Lo stesso Paese si fregia anche del primato mondiale per inquinamento marittimo da rifiuti di plastica, seguito da Indonesia e Filippine; infatti, secondo lo studio condotto dal Wall Street Journal nel 2010, il Paese asiatico è responsabile per il rilascio annuo in mare di 8,80 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, senza conteggiare i residui sui fondali.

Ahinoì, sempre il Paese del dragone si attesta anche come maggiore al mondo per emissioni di gas vietati che causano il buco dell’ozono, come provato da una ricerca pubblicata su Nature lo scorso Maggio. Non sarà allora che si stia completamente mancando l’obiettivo? La Cina e Paesi analoghi continuano ad inquinare indisturbati ed a guadagnarsi prepotentemente il posto di leaders nel commercio globale grazie alla loro sporca “competitività”; e questo avviene solo e soltanto a spese dei Paesi occidentali. Proprio in Italia si è pensato di fronteggiare il problema limitandosi, con un invidiabile colpo strategico, ad esacerbare i toni di autocondanna ed a gremire le strade gridando all’imminente disastro, senza però che a riempirsi, oltre alle strade e alle bacheche social, sia anche il novero delle proposte, ad ora vuoto. Tale vuoto di proposte non solo è già di per se stesso sconveniente, ma lo è doppiamente se si considera anche il fatto che offre ai governi la preziosa possibilità di colmarlo furbescamente con misure-bandiera, cioè funzionali in realtà ad altri scopi rispetto a quelli programmaticamente dichiarati (vedasi le ecotasse); senza contare, infine, la strumentalizzazione propagandistica e demagogica della tematica che di certo non tarderà ad affacciarsi sulla scena politica nazionale e globale.

In fin dei conti allora, cosa è davvero ad animare questa protesta?


Giuseppe William Moschetta


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