Armi di un potere senza scrupoli

Quando la libertà viene chiamata “terrorista”

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 18 ottobre 2019
Armi di un potere senza scrupoli
Armi di un potere senza scrupoli © n.c.

La guerra, su base storica, è una necessità distorta dell’uomo. Che i motivi siano economici, etnici, religiosi, poco importa: è un bisogno spassionato per cui si farebbe di tutto, anche inventare cause poco plausibili ma comunque affascinanti. Certamente ridurre il tutto a un mero gioco psicologico sarebbe immorale per sintetizzare le ragioni e i bilanci dello scontro in Oriente tra Turchi e Curdi, ma come per il miglior esperto di Risiko si conosce bene quali siano i territori e i paesi interessati. Lo scontro andato in scena in questi giorni nel nord della Siria è in realtà in corso da decenni; ha assunto connotati più gravosi dal momento in cui Trump, troppo impegnato per le elezioni prossime ma soprattutto a insultare gli altri candidati progettando fake news dalla creatività sorprendente, ha deciso di ritirare le proprie truppe, lasciando indirettamente, ma neanche tanto, via libera ad Erdoğan. Quest’ultimo, un uomo così illuminato e coerente da ritenersi erede dell’impero ottomano oltre che negazionista di genocidi, ha progettato da ormai una decade lo sterminio definitivo di un popolo che non chiede altro che l’indipendenza, tra l’altro in un modo innovativo e cioè il dialogo e le trattative di pace. Uno scenario tragicomico, in quanto personaggi a dir poco bizzarri stanno portando stragi su stragi comportandosi da strateghi. Tra i due litiganti il terzo tace, e cioè l’Unione Europea. È sicuramente apprezzabile il tentativo da parte del nostro organismo di zittire il disputa di Ankara con toni anche abbastanza accesi, tuttavia l’unica reale soluzione proposta è stata quella di interrompere l’export di armi. Soluzione all’apparenza decisiva per isolare il paese, tuttavia inutile, considerato che quest’ultimo ha numerosissimi altri fornitori e negli ultimi anni gli armamenti se li produce sempre più da sé, divenendo indipendente dal punto di vista militare. Proposta inoltre smentita anche dalle minacce dello stesso presidente un po’ tiranno un po’ liberale, che ha promesso di far arrivare milioni di profughi in un colpo solo in Europa, qualora quest’ultima dovesse essere d’intralcio. La conseguenza più grave, oltre alle perdite umane, sarebbe lo spargersi di cellule terroristiche di qua e di là, mettendo a serio rischio un equilibrio internazionale già molto precario. E nessuno pare sia capace di trovare il bandolo della matassa. Cercando, nonostante tutto, di fare un minimo di chiarezza in questo oceano non pacifico di confusione, negli ultimi giorni si è assistiti prima all’arrivo di milizie russe che si sono sostituite agli americani per difendere gli indipendentisti del Kurdistan (non riconosciuto dai Turchi ma con la speranza che lo diventi), e poi a una lettera inviata dal leader statunitense a quello turco.

Le epistulae del mondo classico e rinascimentale non possono far altro che genuflettersi dinanzi a uno stile così sublime, considerando frasi come “non essere sciocco che ti distruggo l’economia”, oltre a una sorta di promessa di consegnarlo alla storia come uomo buono in caso di rinuncia al proseguimento dell’attacco. Abbastanza semplice dedurre quanto sia stata inutile rispetto ai propositi preposti. Fortunatamente ci ha messo una pezza il vicepresidente Mike Pence, incaricato di dialogare con Erdoğan per raggiungere una reale intesa. L’obiettivo è stato portato a termine, se non fosse per il fatto che la tregua accordata avrà una durata di 120 ore, non un minuto in più, come l’intervallo tra primo e secondo tempo di una qualsiasi partita di calcio insomma. A proposito di questo sport si potrebbe disquisire molto, con una finale di Champions League da disputare ad Istanbul o giocatori della nazionale che esibiscono il saluto militare con i propri tifosi, ma in questo caso sarebbe bene mettere da parte il discorso sportivo, già di per se molto contraddittorio.

A prescindere da tutto ciò, il velo di ironia malinconica sta nel vedere un popolo perseguitato per desiderio di potere, un popolo grazie al quale il pericolo terrorismo, negli ultimi anni, si è sensibilmente affievolito. In altri termini si sta dando la caccia alla persona sbagliata, e tutto ciò potrebbe portare a un esito poco felice. Oramai quando scoppia una lotta in medio oriente la causa è quasi sempre il controllo di una riserva di petrolio, e anche in questo caso rappresenta una delle tanti motivazioni che hanno portato a una guerra civile crudele che ha già causato, nell’ultimo periodo, più di 500 vittime, oltre a centinaia di migliaia di sfollati. Volendo stendere un velo pietoso sulla vicenda, ci si chiede ora cosa succederà una volta iniziata la seconda frazione di gioco. Bisogna necessariamente evitare l’ennesimo disastro umanitario, senza lasciare che un folle imiti le azioni di un passato irrecuperabile, e soprattutto istruendolo sul reale significato di “terrorista”, che non ha nulla a che vedere con la religione, col sogno di considerarsi liberi e di vedere rappresentati se stessi in quella libertà, o col bandire la stampa indipendentista per la diffusione della menzogna. E invece alle parole si risponde con le armi, con l’esercito e con l’isolamento di quelle voci che per anni hanno costruito un ideale di indipendenza senza sangue, basti pensare all’attivista Hevrin Khalaf, una femminista curda lapidata da chi è difficile considerare “essere umano”.

Pertanto, non sarà una telefonata a non tagliare quel filo di speranza a cui i perseguitati sono appesi, tantomeno una lettera che sarebbe stilata meglio da un bambino, considerando la sua creatività puerile: ci vogliono un cambio di mentalità, di ideologie, di cultura, conoscenza del mondo, e in prima linea di un dialogo costante tra gli uomini chiave di questa vicenda, un affronto verbale in prima persona e non dall’altra parte del globo. È complesso, perché per uccidere basta un’arma, mentre per la pace serve una rivoluzione, ricordando però che la pace è una fonte inesauribile di vita.

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