Jesus is king: il ritorno del nuovo

Dentro Jesus Is King, il nuovo album di Kanye West dalle atmosfere rarefatte ed eteree che segna oltre 200 milioni di ascolti in meno di una settimana. Ma la critica lo accoglie come “miracolo fallito”

Andria - venerdì 01 novembre 2019
Kanye West al Sunday Service di New York, Settembre 2019
Kanye West al Sunday Service di New York, Settembre 2019 © n.c.

No, il linguaggio musicale contemporaneo non ha perso la capacità di spingersi oltre la trivialità dell’intrattenimento più frivolo; e questo senza neppure cadere nell’imperdonabile errore di stancare ed annoiare.

O almeno, non Kanye West. E il suo ultimo album, Jesus Is King, ne è chiara evidenza.

Forse però, per valutare come segue questo album, non ci si è limitati semplicemente ad un suo attento ascolto; ciò non basta. Infatti lo stesso ascolto non solo è stato, sì, meticolosamente e ripetutamente compiuto, ma per poter godere di rotondità e completezza è stato sopratutto illuminato da una approfondita conoscenza della visione sul mondo di “Ye”, che qui si spera di poter condensare per trasmettere al lettore e renderlo partecipe dell’emozione che tale visione è capace di regalare.

A dirla tutta, ad essere analizzato è stato il progetto del nuovo album di West nella compiutezza della sua impalcatura logica, a partire dai suoi esordi; e ciò, fra le altre cose, vale a dire a partire da “Yandhi”, che è “l’album madre” del progetto, concepito precedentemente al qui discusso “Jesus Is King”, e per ora soltanto trapelato online in forma di bootleg.

Ma è stato con JIK che Kanye ha infine deciso di fare nuovamente irruzione nello scenario musicale, conquistandosi subito i primi posti per numero di ascolti nelle classifiche globali.

L’obiettivo dell’artista? Ancora una volta, rendere possibile l’impossibile, stralciando irrefrenabile i limiti culturali che definiscono l’impossibile stesso e smascherando l’impostura di una cultura che il più delle volte è prepotente ed indebito elemento di freno alla creatività umana, piuttosto che fattore di emancipazione e progresso.

Chi, di questi tempi, avrebbe mai detto che un album potesse arrivare in cima alle classifiche mondiali dissociandosi completamente dallo stilema imperante? Che si potesse dare un nuovo corso al rap, conseguendo un numero esorbitante di ascolti senza parlare di droga, soldi o alcol, ma catturando emotivamente e raccontando una visione intima ed ispirata dalla fede?

Ma Jesus Is King è molto di più che un album gospel od a vocazione religiosa, come qualcuno si è corrivamente precipitato ad affermare, e come nondimeno lo stesso titolo condurrebbe a far supporre.

È un viaggio fra sonorità fresche ed incisive, che sanno stupire con sempre rinnovata forza ad ogni ascolto, senza mai risultare ridondanti.

E’ brillante peculiarità stilistica che si realizza sul piano delle influenze di genere, che amalgamandosi fra loro con perfetta naturalezza, concorrono a foggiare sonorità frizzanti e piacevolmente originali.

Il genere Hip-Hop/Rap smette così di essere esuberanza di stilemi ormai stra-abusati nel contesto della cultura mainstream, per lasciare spazio a qualcosa che definire una mera progressione del genere stesso sarebbe sicuramente riduttivo. È in questa cornice, che elementi Gospel, R&B e Soul si ritrovano a dialogare con sorprendente disinvoltura nel solco stilistico del Rap, del quale restano soltanto sussurrati ma fondamentali riferimenti. Insomma, una ventata di freschezza che ridesta dal sonno stilistico degli ultimi anni.

Il risultato, non certamente agevole da conseguire, è da rimettere alla fecondità creativa di un artista multidisciplinare, capace di giostrarsi con grande disinvoltura tra musica, fashion design, architettura, politica, umanitarismo.

Ma, almeno nei suoi immediati connotati estetici, Jesus Is King non sembra essere affetto dal tono mordace e agitatore del Kanye politicamente impegnato. Le sonorità evocano purezza ideale, accarezzate da un colorito che disegna una forma dell’utopico teneramente umana e matura, poiché epurata da ogni dispensabile velleità. Armonie che esprimono, altrimenti, una bellezza disincantata e complessamente contraddittoria; potenzialmente raggiungibile per molti, ma per lo più esistente solo nell’intimità di pochi.

A fare da contrasto a questa impostazione, è proprio la densità di senso proveniente delle liriche, non di rado caustiche e provocatorie, che si spingono in là senza reticenze fino ad essere un fiero e genuino manifesto della visione di un mondo profondamente liberale, epurato dalla nebbia della tartuferia morale che lo contraddistingue oggi, per essere baciato dalla luminosa chiarezza di una più alta e pura forma di espressione umana; un mondo progredito grazie alla forza rigeneratrice della bellezza e ad un senso di individualità consapevole tanto della propria potenza e limitatezza, quanto dei fisiologici ed indispensabili legami con il prossimo che ci definiscono nel Tutto.

In questo contesto, l’inno al divino di Kanye, che muove i primi passi in Yandhi per poi giungere a piena maturazione in JIK, è anzitutto un inno all’alterità ed a quella dimensione dispensatrice di potenza palingenetica che è il misterioso; ma anche, l’intima confessione di un oltreuomo rovesciato, il quale dopo aver trovato e seguìto i propri (falsi) idoli nel dionisiaco ed essere caduto schiavo del mondano, (“No more livin' for the culture, we nobody's slave”), supera un periodo di struggimento e di esuberante ricerca per giungere finalmente alla pacificazione interiore ed alla liberazione culturale, la cui unica possibilità di realizzazione è individuata nella dimensione dell’apollineo.

Sotto il velo dell’apparenza c’è dunque molto di più; una studiata alchimia di costrutti ritmici, impalcature armoniche e sobri ricami in versi, capaci di richiamare a sé con il fascino di un insolito magnetismo e coinvolgere in una riflessione che ben lungi dall’essere dialettica, è prima di tutto un consapevole intrattenimento emozionale e psicologico con se stessi.


Giuseppe William Moschetta

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