Un’astensione scelerata di un sistema discriminatorio

L’impossibilità di unione politica nella lotta all’odio

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 01 novembre 2019
dal film "La vita è bella"
dal film "La vita è bella" © n.c.

In questi giorni, tra manovre economiche ed elezioni regionali che vedono protagoniste un “dolce” ritorno alle trite e ritrite campagne elettorali, è stato affrontato un tema molto importante in Parlamento, che quando riesce a riunirsi e ad essere convocato è sempre capace di regalarci emozioni. È stato infatti approvato, ma senza unanimità, la mozione per istituire una commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo, proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre. Una commissione impegnata a combattere in maniera esemplare e sistematica intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza.

Il risultato finale, considerando il sistema governativo in cui dovremmo trovarci, era scontato. Tuttavia non è mancato il colpo di scena, di quelli che devono far notizia poiché mettono in luce sfaccettature inquietanti. Se quindi da un lato ci sono stati 158 voti favorevoli e nessun contrario, dall’altro ciò che ha suscitato scalpore sono i ben 98 astenuti rappresentati da quasi tutto il centrodestra. Il tutto condito da un silenzio polemico nel momento in cui buona parte dell’aula si è alzata in piedi per concedere un meritato applauso a una donna che ha sopportato l’inverosimile, sopravvivendo all’olocausto da ebrea.

Partendo dal presupposto che la nostra non è in alcun modo una dittatura tantomeno un principato machiavelliano, ognuno possiede la libertà di scelta e di opinione, soprattutto quando si tratta di approvare una qualsiasi manovra. Il problema, in questo caso, è che, nonostante la vittoria, non si è riusciti a dare un segnale forte di unità e di lotta comune contro un disumano movimento di detestazione della “diversità”. Apoliticamente parlando, Salvini, Meloni e tutti gli altri pseudoleader che promettono rivoluzioni del pregresso, hanno coerentemente deciso di non calpestarsi i piedi da soli, ripugnando un sistema che si schiera contro le armi che negli anni hanno loro stessi utilizzato per farsi strada nella politica e attirare consensi. Di certo Hitler è molto lontano, ma se l’odio da fisico diventa virtuale o indiretto non significa che sia da trattare con indifferenza.

Questa battaglia va cominciata contro coloro che vogliono guidare un paese all’autoritarismo con slogan pericolosi e un “prima gli italiani” che per quanto populisticamente romantico manca di una base di fondo e contiene in sé fin troppe ambiguità per essere costituzionale. E contrariamente a quanto ribadito dal segretario leghista, pronunciare questa frase collegandola alle azioni compiute contro “i non Italiani” è molto più discriminatoria di quanto possa sembrare. L’emendamento reso ufficialmente valido rappresenta per una buona percentuale un gesto simbolico etico molto potente, per differenti ragioni. Innanzitutto è una risposta chiara ed efficace alle centinaia di commenti antisemiti subiti da Liliana sui social, le cui origini ebraiche sono divenute motivo di un sano augurio di morte, non solo da persone ignoranti che attaccano in maniera ingenua pensando di celarsi dietro uno schermo protettore, ma anche da persone ben istruite, almeno in teoria, come quanto ha fatto un docente di storia. In secondo luogo, segna un’ulteriore passo di collegamento tra l’oggi e il ieri permettendo sempre più di comprendere che il filo conduttore che li lega è lampante, ma si ha timore di parlarne, preferendo invece con piacere manifestare un odio propagandistico che accoglie individui giorno dopo giorno. Un virus più impercettibile di un ameba che si espande su menti ingenue che accolgono il messaggio inconsciamente e ne diventano portavoce.

La donna, che ha fatto parte dei 25 bambini italiani sopravvissuti tra i 776 deportati ad Auschwitz, incarna la cura a questa epidemia irrazionale, oltre ad essere un tesoro prezioso di un periodo storico che sfocia nel realismo magico. Trascura i pregiudizi razziali, ma ne è consapevole, e mossa da un orgoglio di patria che però comprende in sé tutte le altre, affronta in prima linea un problema culturale che ci affligge da anni e a cui si deve trovare un antidoto. Porta ancora tatuato in maniera indelebile sull’avambraccio il suo numero di matricola, 75190, come vittima di una carneficina spietata ma, al tempo stesso, sempre più normalizzata nei racconti e negli insulti ricevuti; si è persino arrivati a “lamentarsi” con Hitler per non aver fatto un buon lavoro e per non aver ucciso tutti gli ebrei che ha incrociato nel suo cammino. La responsabilità di tutto ciò, confutando l’opinione dei tradizionalisti del “era meglio prima” non può cadere sui social, bensì sulle istituzioni, in primis quella politica che è specchio di una cultura a pezzi, che non riflettono un modello da seguire ed imitare. Quel senso di amarezza che ha contraddistinto la senatrice dopo l’esito è dovuto ad una proposta che si è tramutata in un’ennesima occasione per vedere in scena uno scontro verbale tra destra e sinistra, perdendo subito il contatto con la realtà e la morale dell’emendamento.

Com’è possibile che la lotta al razzismo e all’istigazione all’odio non riescano ad essere più percepite come questioni prima di tutto umanitarie? Una domanda che si pongono in pochi, o perché rassegnati o perché figure di spicco dell’esecrazione moderna. Per concludere, i nostri rappresentanti si sono presi il carico di un’altra sconfitta etica, sociale, che ha tradito i nostri valori, i nostri principi, e anche le nostre speranze in un’armonia che stenta a crearsi. Prescindendo comunque da tutto ciò, questa legge figurativa potrà essere un primo passo di un infinito cammino per sconfiggere lo sterminio di una ragione che deve tornare ad appartenerci.

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