Hong-Kong come emblema di una lotta culturale

L’insurrezione dei giovani contro l’oppressione del dispotismo

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 22 novembre 2019
Hong-Kong come emblema di una lotta culturale
Hong-Kong come emblema di una lotta culturale © n.c.

Avere contezza emotiva di un qualcosa così distante dai nostri occhi e dalla nostra quotidianità è pressoché impossibile. Si vivono altre storie, si ha un’altra storia e, nonostante la globalizzazione, comunicare con mondi opposti e capirne le sfumature è un’impresa ardua. Partendo da questa premessa, la vicenda di Hong-Kong non può far altro che lasciare increduli tutti coloro che hanno visto e che continuano a vedere da mesi immagini di una crudeltà inaudita, che non deve passare inosservata.

Ed è proprio il corso degli eventi che aiuta a comprendere le ragioni di uno scontro così sostenuto da parte dei cittadini. Il distretto di Hong-Kong è un’ex colonia britannica che dal 1997 è passata in mano cinese. Tuttavia gli inglesi hanno chiesto e ottenuto per la regione un’autonomia elettiva, democratica, una libertà di stampa, sostanzialmente tutti i diritti di un paese civile, tanto che la sua legge risponde proprio al modello inglese. Questa indipendenza dal colosso orientale è però limitata, con durata sino al 2047. Tutto bene, se solo non fosse che la Cina non ha la benché minima intenzione di attendere quasi tre decadi. Perciò ha iniziato da subito ad applicare il proprio sistema governativo anche al distretto, ed essendo il Partito Comunista Cinese conosciuto per opprimere i propri cittadini privando loro di gran parte delle libertà “occidentali”, non bisogna far altro che giustificare pienamente le manifestazioni.

In queste marce che si svolgono da mesi si chiedono, oltre alle possibilità sopracitate, anche l’estinzione dell’estradizione in suolo cinese, teoricamente concessa dalla presidentessa Carrie Lam, proprio perché così facendo si va contro ad una legge tremendamente ingiusta che prevede assenza di diritti legali e piena legalità di tortura ed iniquità. I protagonisti delle proteste sono i giovani, che a milioni si riversano nelle strade per chiedere aiuto e far sentire la propria voce. Hanno timore per il loro presente e soprattutto per il loro futuro, un tempo nel quale non vogliono altro che vivere una vita degna con propri sogni, speranze, obiettivi. La precisazione che va annoverata è l’assoluta pacificità di chi scende in piazza: niente armi pesanti tranne in limitate eccezioni, solo appelli disperati di una parte di società compatta per un unico scopo. Si precipitano in massa in aeroporto per farsi sentire da tutti gli stranieri che viaggiano, portandovi addirittura un’orchestra per regalarsi una parvenza di sorriso, oppure camminano con le bandiere di tutti gli altri paesi in segno di preghiera rivolta a noi e a tutti gli angoli del pianeta che possiedono gli strumenti per far fronte a questa situazione incredibilmente insulsa.

Se da un lato c’è lo schieramento cittadino che assume un atteggiamento commovente con corrette intenzioni, dall’altro ecco la polizia di Hong-Kong e del suo governo che seminano il panico creando uno scenario così cruento che si fa fatica a distinguere tra la realtà e la paranoia. Manganellate, proiettili, gas blu per riconoscere i manifestanti, spargimenti di sangue, arresti in massa. È questo l’inspiegabile spettacolo di orrore provocato da uomini che obbediscono a chi li comanda a prescindere dalla malvagità dell’atto. Al bilancio si vanno ad aggiungere anche due vittime che hanno perso la loro vita in nome dell’indipendenza. I feriti e gli arresti sono così numerosi che diviene complicato farne i conti, considerando anche che la stampa molto spesso tace e non fa luce sui reali andamenti della vicenda.

La situazione sta inesorabilmente degenerando, toccando i canoni di una guerra civile. Il presidente mandarino Xi Jinping ha iniziato a parlare di una vera lotta al terrorismo, una parola che evidentemente continua a essere fraintesa nel suo senso e attribuita a qualsivoglia persona considerata come bersaglio di una politica efferata e dispotica. Per annoverare un’ulteriore prova alla barbarità delle sue azioni, il New York Times ha scoperto l’esistenza di campi di rieducazione nei pressi dell’estremo ovest del paese, dove verrebbero rinchiusi circa un milione di uiguri, un’etnia di fede musulmana, per essere sottoposti a una sorta di lavaggio del cervello. Il paragone a luoghi come Auschwitz, Birkenau et cetera sorge spontaneo, e in fondo non si è molto lontani da un passato che torna sempre più di moda.

Non è un genocidio oggettivamente dimostrabile nelle vittime uccise, ma si tratta di uno sterminio culturale della propria identità religiosa che secondo il leader non rispetta i precetti della nazione in cui vivono. Anche in questo caso si tratta per la maggior parte di ragazzi che vengono sottratti alle famiglie d’appartenenza per un periodo di tempo non definito, fino a quando non vengono perfettamente inculcate in loro le tradizioni cinesi e fino a quando non vengono soprattutto estirpate le proprie. È semplice e al tempo stesso malinconico notare come coloro che subiscono i soprusi siano sempre i giovani, in moltissimi casi anche minorenni, quelli cioè che guideranno la futura classe dirigente. Si ha paura del loro potere e si cerca in tutti i modi di opprimerlo, deturpandone i simboli principali. In questi giorni gli studenti si sono riversati nelle università, costruendo delle barriere difensive e un fortino come emblema della resistenza. Al suo interno c’è chi prepara il cibo necessario per tenersi in piedi, ci sono persino dei piccoli mercati, come se si fosse sviluppato un piccolo nucleo sociale. Il tutto facendo leva sull’amor proprio e la pace. Perché si arrivi ad una conclusione felice, è assolutamente necessario l’intervento delle altre compagini internazionali, Stati Uniti ed Unione Europea su tutti, gli unici in grado di poter smuovere qualcosa sempre se interessati a farlo. Se così non dovesse succedere, si va verso un pericolo ingombrante, l’uccisione del sapere e dell’avvenire democratico, prendendo atto del fatto che la Cina è tornata ad essere il paese più dominante del globo e che perciò risulta ben complesso muovere le coscienze di chi la compone e la governa. Sono tante, tantissime le proteste che ci stanno circondando negli ultimi mesi, e Hong-Kong ne è il fulcro. Un fulcro in cui vengono raccolte voci di chi brama la libertà da un patriarcato che non può più dominare le menti di ognuno come fossero degli automi ossequienti a priori. Ergo, resterà il sangue per le strade, le urla di chi ha perso i propri cari, le munizioni delle armi, ma la cultura avrà sempre la meglio, perché il futuro è nelle mani di chi lo possiede.

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