Digital Detox

Lo sguardo al futuro, dritto al cuore delle nostre speranze e dei nostri sogni

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 03 gennaio 2020
Princess Louise
Princess Louise © Mirella Caldarone

è una Public House, ossia un locale pubblico, un luogo accogliente e ricco di confort in cui rilassare le membra, la mente ed il cuore, accompagnati da una buona birra, dispensata da decine di spillatori in bella parata, o da un bicchiere di gin o whisky.

Sono i Pub (in inglese, al femminile). Nati nei paesi anglosassoni e discendenti delle locande e delle taverne medievali, sono famosi per il ruolo sociale che hanno avuto in passato e che continuano ad avere. Nei pub si va per incontrare amici e per partecipare a discussioni di affari, per consumare pasti, per essere protagonisti nei giochi. Un luogo di aggregazione vero e proprio.

A due passi dal British Museum c’è il Princess Louise, che è qui dal 1872. Varcare la sua soglia è come attraversare la storia. I suoi interni tardo-ottocenteschi, i decori art-nouveau, le vetrate in vetro smerigliato: un elegante balzo nell’età vittoriana. Al centro, una grande isola sul cui perimetro si affacciano elementi architettonici in tutto simili ai palchetti del teatro italiano. Piccoli ambiti in cui fiorisce l’intimità. La luce rarefatta è color del noce bruno che arreda gli spazi gareggiando con specchi e bellissimi vetri liberty.

Attraversando i corridoi laterali, i palchetti si succedono con una scansione da movie: tutti uguali ma con persone diverse, appoggiate al banco-isola centrale o sedute in conversazione. Ho la sensazione di essere in un treno mentre raggiungo l’ambiente successivo. Caminetto, qualche tavolo, poltrone ed una scala di accesso al piano superiore, dedicato alla ristorazione. Ovunque, qui, siamo in prima classe.

Così come vuole la tradizione di queste public houses, il Princess Louise rievoca i ricordi letterari di cui sono impregnati i suoi elementi architettonici. Il Pub fa parte del movimento di disintossicazione digitale.

Lo dice un bel cartello: We are a Digital Detox Pub; use of mobiles, laptops and other digital devises is not allowed; beer and conversation encouraged (non è autorizzato l’uso dei dispositivi elettronici ma è incoraggiata la conversazione).

Un tempio per la parola, dunque. La parola parlata, scritta, letta, pensata.

Il digital detox non è una lotta contro il digitale, non è un rifiuto, non è una battaglia contro la modernità. Il digital detox è consapevolezza, è uso intelligente del digitale (lo dice anche Wikipedia). Un modo per disintossicarsi dal continuo bisogno di essere connessi, di avere sempre tutto sotto controllo. Una finestra d’aria pura per contrastare la dipendenza dai social e la paura di perdere qualcosa di importante mentre non si consulta il telefonino.

Semplicemente, impariamo a tenere fuori il digitale quando esso diventa invasivo. Ne gioverà la creatività, la gioia di vivere, la capacità di guardare in viso le persone, le montagne, il mare.

Guardare le ombre che proietta il sole, scorgere in lontananza le nuvole che annunciano un temporale, accorgersi delle diottrie e scoprire che, magari, la gradazione della vista è cambiata: questo possiamo realizzare se teniamo finalmente la testa e lo sguardo in alto.

Lo sguardo al futuro, dunque, dritto al cuore delle nostre speranze e dei nostri sogni: è l’augurio per il nuovo decennio, in un millennio cominciato all’insegna dello sguardo all’ingiù.

Auguri!

Lascia il tuo commento
commenti
Altri articoli
Gli articoli più letti