L'isolamento dei giovani in un paese per vecchi

Essere un ragazzo in Italia è molto complesso per emergere; eppure vengono descritti come pigri, ignoranti e irrispettosi: quando terminerà lo sciacallaggio sulle menzogne?

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 24 gennaio 2020
L'isolamento dei giovani in un paese per vecchi
L'isolamento dei giovani in un paese per vecchi © n.c.

Sogni, ambizioni, speranze, aspettative: attraversiamo la nostra intera esistenza per raggiungerli così da dare un senso al nostro trascorso. Il fine dovrebbe essere poter fare ciò per cui si è costruito un percorso lunghissimo e faticoso, ma con la consapevolezza della buona riuscita. Con gli anni però abbiamo dovuto fare i conti con la realtà: non sempre i sacrifici sono sufficienti, non è sempre vero che la fortuna bacia gli audaci e neanche che prima o poi ci sarà una possibilità da cogliere. Questo è quello che accade molto spesso a un qualunque giovane italiano che decide di fare una scelta folle, ossia restare nel paese nativo per costruirsi una famiglia, una carriera, una vita serena o fuori dall’ordinario, per chi ancora è in grado di vivere ad occhi chiusi.

La disoccupazione giovanile è e resta un virus ancora non identificato ma letale, che ha colpito milioni di ragazzi e che non si è certo fermato qui. Gli ultimi dati risalenti al terzo trimestre dell’anno precedente vedono un tasso pari al 25.7% per la fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni. Un numero allarmante considerando che corrisponde quasi al triplo della percentuale totale 15-64 anni, che si attesta invece al 9.8%. La situazione resta preoccupante anche se la si espande fino ai 34 anni, dove il collettivo dei non occupati risulta al 17,8%, in sostanza il doppio rispetto al panorama italiano generale. Se si confrontassero queste statistiche con quelle dei lavoratori anziani il quadro riesce addirittura a farsi peggiore, in quanto solo il 5% di essi è senza mansione.

La disparità è inaccettabile, ma nonostante ciò si fa ben poco per rimescolare le carte e diminuire questo squilibrio. Anzi, sembra si faccia il possibile per allargarlo. Da qualche anno infatti uno dei temi centrali nel nostro paese sono le pensioni: si investono sempre più miliardi per garantire pensioni anticipate a milioni di cittadini. Sarebbe un gesto nobile se solo tutto ciò non fosse inutile e non rispettasse gli standard europei, oltre a rappresentare una delle cause della lentissima crescita: spendiamo infatti il doppio rispetto alla media continentale, e buona parte di quei soldi sono versati proprio dalle casse dello stato, che invece resta sordo sul tema gioventù. Infatti, accanto alla precarietà dell’istruzione (dove ci siamo da poco classificati ultimi per investimenti effettuati), anche in questo ambito le risposte ci sono state ma deficitarie; si parla solo concretamente di irrisori bonus assunzioni, mentre il green new deal sembra per il momento solo una dolce metafora poetica che non trova nessuna corrispondenza con la realtà. L’unico piano degno di nota, almeno nei propositi, è il decreto sud, ma sono anni e governi che si parla di rilanciare il mezzogiorno e al momento gli esiti non sono stati, prevedibilmente, rispettati.

Il punto è che l’opinione e pubblica ha a riguardo dei pareri molto contraddittori oltre che negativi sui giovani; basterebbe sottolineare l’imbarazzo di certi programmi televisivi in cui vengono intervistati genitori che pronunciano frasi del tipo “ho lavorato tanto per far studiare mio figlio e lui adesso ascolta la musica trap”, come se questo rappresentasse una sorta di malattia del figlio e una mancata riconoscenza, tra l’altro assolutamente non necessaria quando se ne fa solo un discorso economico, in diretta nazionale. Quando si chiamano in causa persone con una carta d’identità inferiore l’obiettivo è la più totale derisione, basti pensare ai vari servizi delle Iene che anziché trattare l’avanzare notevolissimo di piattaforme come Twitch o YouTube, due mondi di contenuti plurimi che sono nettamente migliori di un qualsiasi Striscia La Notizia o di un Sanremo sessista e ignorante, ne approfittano per cadere nel qualunquismo e per criticare i ragazzi per i loro guadagni, che tra l’altro sono grossolani anche se questo allo spettatore medio non interessa.

I giovani sono ormai diventati quelli a cui puoi citofonare perché spacciano, puoi fare il loro nome e cognome affinché vengano derisi e minacciati da tutti, anche se in quel momento magari stavano solo studiando per regalarsi presente e futuro. È molto più semplice farci passare per quelli pigri, che non lavorano non perché non ci vengano date le chances ma perché stiamo a crogiolarci nel lusso che le nostre famiglie ci hanno offerto. Raramente vengono considerate ipotesi come quelle dell’abbandono affettivo, della solitudine, della povertà che molti ragazzi devono trovarsi dinanzi quando cercano di non stare un altro giorno sotto lo stesso tetto dei propri genitori per divenire autonomi, ma l’indipendenza giovanile è un lusso in un paese che ti fa dipendere dall’incertezza. Perciò prima di sparare l’ennesima menzogna generalizzata a un pubblico over 50 che non attende altro che la prossima occasione per far sentire il proprio genito o il primo passante la feccia dell’umanità, sarebbe interessante dare un’occhiata ai cambiamenti radicali che questi stanno portando nel mondo e nella società. Parliamo di tutti quegli under 30 che dal nulla, se non con la propria fervida creatività e inventiva, hanno costruito delle vere e proprie imprese e stanno rivoluzionando tutti gli ambiti, dalla moda all’informatica, dall’informazione al rispetto per l’ambiente. Forbes, in questo senso, ha stilato una lista dei 100 migliori under 30 italiani: ci sono nomi che però difficilmente vengono pubblicizzati, perché la tv preferisce invitare Bello Figo in diretta nazionale o perché la stampa ritiene molto più interessante parlare di quando Greta una volta nella sua vita abbia bevuto usando una bottiglia di plastica, tentando di vanificare mesi e mesi di attivismo e sensibilizzazione.

Siamo insomma divenuti il nuovo capro espiatorio come gli ebrei con la peste medievale, i principali imputati di una crisi lunghissima che per nostra causa non finirà presto: eppure se si ignorassero le così tanto idolatrate parole al vento ci si renderebbe conto di come sono proprio i giovani le vittime più colpite, forse le uniche, dalla recessione del 2008 e di come ancora oggi essi stiano pagando le conseguenze, complice un sistema che li discrimina e li lascia soli. Nonostante tutto, se c'è una sola cosa di cui non potrete privare loro, noi, di certo è la speranza di cambiare il mondo, di poter anche solo sentire di tornare protagonisti e di liberarci dalle catene dell'impotenza in cui voi ci avete imprigionato.

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