La morte ai tempi del Coronavirus

Elaborare il lutto vuol dire rinunciare a far vivere la persona cara nel presente e accettare di collocarla nel passato, ricostruire noi stessi e le rappresentazioni mentali di noi e delle relazioni che intraprendiamo

Gabriella Ieva Stanze di vita quotidiana
Andria - venerdì 08 maggio 2020
cimitero acattolico
cimitero acattolico © n.c.

L’esperienza della perdita di una persona cara è uno dei dolori più profondi che l’animo umano possa provare e che prima o poi tutti ci troviamo ad affrontare.

La vita con i suoi cicli ci impone numerose esperienze di perdita, reali e simboliche, ed è per questo che bisogna avere la capacità di essere aperti ai cambiamenti e alle trasformazioni psichiche che li accompagnano per poter riuscire a riorganizzarci anche dopo lo sconvolgimento traumatico, e a volte devastante, che una perdita comporta.

Elaborare il lutto vuol dire rinunciare a far vivere la persona cara nel presente e accettare di collocarla nel passato, ricostruire noi stessi e le rappresentazioni mentali di noi e delle relazioni che intraprendiamo: è un processo lento, complesso, a volte con insidie ed ostacoli, che necessita di un processo di adattamento e profonda ristrutturazione del proprio mondo interno.

Una delle ragioni che rendono particolarmente difficile l’elaborazione del lutto è che la persona scomparsa continua ad esistere nella difficoltà di rappresentarci un mondo in cui non sia più presente: per mesi, a volte per anni si può avere la percezione di scorgere la sua fisionomia tra la folla (con una reazione di difesa che potremmo definire di esclusione difensiva), ci si sente distrutti ed amputati, si possono provare sentimenti di irritabilità, verso sé stessi o la persona perduta o anche verso terzi (reazione difensiva di collera), si può tentare di operare un ipercontrollo sul ricordo o mettere in atto reazioni di evitamento, ci si può sentire in colpa, sentimento che può portare ad un impedimento del normale decorso del lutto.

Si tende a rifiutare quella realtà che ci dice che quella persona non esiste più: è un lavoro psichico doloroso, impegnativo, che si vorrebbe rimandare o evitare.

Lo sguardo della psicoanalisi che ci insegna a scavare nel profondo dell’animo umano aiuta a definire lo stato del lutto come una “reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto” (Freud), individuando varie fasi che è necessario attraversare per un’elaborazione del lutto con esito positivo, per poter avere, cioè una presa di coscienza di quanto accaduto e riorganizzare sé stessi e le proprie vite. Queste fasi non hanno un andamento rigidamente definito e lineare, ma si tratta di un percorso che prevede alti e bassi, momenti di maggiore consapevolezza e altri di maggiore rifiuto, di negazione della realtà della perdita.

L’elaborazione del lutto culmina nella fase di riorganizzazione, cioè di accettazione della nuova realtà e di ricollocazione affettiva della persona cara in un nuovo luogo interno, nella propria memoria, trasformando l’assenza esterna in presenza interna.

Quest’esperienza di perdita differisce da persona a persona, sia in termini di durata che di intensità, a causa di notevoli fattori tra cui la personalità, le aspettative, la storia di vita, il contesto sociale e culturale, la rilevanza simbolica della perdita stessa.

Si parla di lutti complicati quando intervengono delle alterazioni in questo processo, che possono presentarsi in varie forme e gravità, dall’assenza prolungata di un lutto conscio a quella del lutto cronico: è come se alcune persone non sembrano voler accettare l’irreversibilità della morte avvenuta, e vengono sopraffatte dalla frustrazione che consegue alla mancanza della persona perduta; è lo stallo di una situazione mai più ripetibile e recuperabile che provoca il bloccarsi del processo del lutto, con effetti negativi sulla salute fisica e mentale e un’influenza sulla qualità di vita.

Ai tempi del coronavirus cambiano anche le modalità di vivere il lutto, e possono rivelarsi ancora più complicate e difficili da gestire, a causa delle restrizioni in atto, seppur necessarie.

È come se questa situazione di emergenza avesse annullato molti di quegli aspetti psicologici e i riti antropologici e della tradizione culturale che normalmente caratterizzano le condizioni di lutto: innanzitutto l’impossibilità di accompagnare i propri cari nella fase terminale, spesso vengono persi tutti i contatti, una volta ricoverato il proprio caro non si ha più la possibilità di sentire la sua voce, vedere il suo volto, né tenergli la mano per accompagnarlo negli ultimi istanti, importanti per chi ci lascia ma così fondamentali per chi resta.

Non poter procedere al funerale, ultimo momento di commiato e a livello simbolico rito individuale e sociale, momento di condivisione del dolore della perdita in cui si saluta e si piange insieme con tutte le persone legate a chi non c’è più, e che sancisce la separazione e l’inizio della fase di elaborazione.

Una separazione improvvisa e traumatica, che drammaticamente avviene in solitudine, per chi va via e per chi resta, soprattutto se in isolamento o in quarantena.

Tutto questo aumenta i fattori di rischio per sviluppare un lutto complicato, in cui si innesta un lutto nel lutto: la doppia perdita, quella vera e quella di non aver potuto fare l’ultimo saluto, di non poter essere stati vicini ai propri cari e non avere neppure una bara su cui piangere, come per i dispersi durante le guerre.

Il supporto sociale, la vicinanza emotiva e i riti che accompagnano da sempre il culto dei morti sono fattori protettivi nell’aiuto all’elaborazione del lutto: è per questo che diviene fondamentale ricostruire, ad esempio, dei rituali di ricordo condiviso e di saluto con gli altri familiari, organizzare una preghiera, un saluto, celebrare un funerale a emergenza terminata, anche se la salma è già stata sepolta: sono solo alcuni dei possibili riti di passaggio da costruire per celebrare il commiato e trovare un aiuto nell’accettare il distacco, che ogni persona adatterà alla propria sensibilità, alla propria fede per chi crede, alla persona che non c’è più.

Non siamo mai preparati ad accettare morte e sofferenza, per questo è importante, se la difficoltà e la sofferenza diventa troppa e ci travolge, chiedere aiuto: il sostegno psicologico in questa fase ha una funzione estremamente importante per poter provare a rendere più sopportabili queste ferite della mente, quei compiti che la vita ci chiama ad assolvere, a cui non vorremmo sottoporci ma non è possibile sottrarci.

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