Manifesto di appartenenza

Volevo metterli insieme come in un album di famiglia, questi antenati ancora viventi

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 15 maggio 2020
Manifesto di appartenenza
Manifesto di appartenenza © Mirella Caldarone

Succede camminando tra le strade di Andria. Ed è folgorazione. Questi usci mi appartengono. Sono tutti parenti del grandfather: fratelli, cugini lontani o vicini, di razza gialla, azzurrina o colorati di giallo-marrone, com’era in principio.

È il Portone, un pezzo di memoria collettiva che ci porta agli anni settanta. Il suo disegno, dalle infinite varianti sul tema, è quasi una struttura del mio DNA. Ne ho scelto colore e forma, da adolescente, mentre con mia madre attraversavo la soglia del laboratorio dell’artigiano maestro d’ascia che l’avrebbe costruito.

Ho voluto metterli insieme come in un album di famiglia, questi antenati ancora viventi. Farne un Manifesto di appartenenza.

Questi filtri posti sulla strada a protezione di privatezze attigue, sono coperchi di tanti scrigni, quasi ingressi sepolcrali a testimonianza dei passaggi generazionali.

La somiglianza tra loro racconta il miracolo economico degli anni sessanta che ha indotto la classe operaia e contadina a comprare un pezzo di suolo per costruirvi la propria casa fuori dalle mura storiche che fino allora avevano compresso tutti nel centro antico.

Una casa vera, grande, prestante, singola.

Si cominciava a costruire bucando la terra con l’escavatore, sperando di trovarvi terra e tufo, ma non pietra (i lavori sarebbero stati più lunghi e più costosi per cavarla). Dapprima si generava il Sotterraneo, che conteneva anche il pozzo per la raccolta delle acque. Poi era la volta del Piano Terra. Per lo più ci si fermava qui, con la finitura del terrazzo, rifinito in modo tale da poter raccogliere le acque piovane nel pozzo in basso.

Il getto di ogni solaio, per tradizione, era onorato con l’offerta di focaccia e companatico agli operai edili da parte della padrona di casa. C’era anche un gesto sacro durante il getto: nella colata di cemento si inseriva una banconota in quanto buon auspicio per l’avvenire.

So cosa c’è dietro ognuno di quei Portoni. Ne conosco le storie. Un grande ingresso, Androne, che porta alle scale interne, che solitamente è la camera per l’automobile: sì, un vano tutto per lei, perché insieme alla casa arrivava anche l’auto (Fiat 850 o 128, o simili utilitarie) da custodire come una di famiglia.

Ne sento ancora gli odori. Quei Portoni proteggevano ambienti che esalavano profumo di verderame, di fichi, di legno d’ulivo appena potato o di uva d’Italia appena raccolta. A volte si vedeva, appena fuori, una sediolina con campioni di verdure e/o frutta che si vendeva all’interno. Km zero. Zero artefatti.

Nella sua concezione, il Portone è l’evoluzione della vetrina (porticina di ingresso alla vecchia piccola casa). Legno e vetro, qualche volta metallo. Nella parte superiore, sempre un sopraluce, e poi strette vetrate verticali intervallate da fasce di legno. Per avere luce, per vedere senza farsi vedere. I portoni più piccoli afferiscono solitamente al salone, quello che rimane per sempre nuovo e mai frequentato, se non in occasioni rare (matrimoni, funerali o per un bicchierino di rosolio offerto agli ospiti).

Un collage della memoria. Uno specchio in cui ci si può riconoscere se si sono vissuti quei tempi della nostra comunità. Alcuni fabbricati hanno avuto uno slancio in altezza, nel tempo, alcuni altri sono stati sostituiti da nuove costruzioni. Ci sono Portoni superstiti. Tanti sono stati sostituiti con altri più moderni dal sapore finto antico.

Accade di riconoscere forme e profumi: sono le tessere del grande puzzle della propria esistenza.

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