Privilegio e razzismo: repressione delle minoranze

L'omicidio di George Floyd è solo la punta dell'iceberg del grave problema del razzismo negli Stati Uniti

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 05 giugno 2020
Privilegio e razzismo: repressione delle minoranze
Privilegio e razzismo: repressione delle minoranze © n.c.

Ci sarebbe poco da aggiungere per commentare ciò che è successo il 25 maggio in Minnesota. Un uomo, George Floyd, viene arrestato, ammanettato, reso indifeso per terra fino ad essere brutalmente ucciso da un poliziotto, Derek Chauvin, che lo blocca col ginocchio sul collo fino a farlo morire per asfissia, senza un minimo motivo neanche lontanamente comprensibile. Il tutto ripreso da telecamere con la gente che osserva incredula una scena da film drammatico, senza possibilità alcuna di intervenire perché ci sono altri ufficiali che come buttafuori non fanno avvicinare nessuno all’esatto punto in cui questo spettacolo dell’orrore si è consumato. Ciò a cui si è assistito è stato l’ennesimo caso di omicidio razziale negli Stati Uniti, l’ultimo di una infinita lista macchiata di sangue. Quindi, per quanto straziante sia stato esserne ancora una volta spettatori, l’effetto sorpresa è quasi del tutto scomparso. È difficile chiedersi ancora come faccia un poliziotto ad essere così crudele nei confronti di un uomo che non rappresentava alcuna minaccia: per rispondere è ormai sufficiente osservare la divisa, il colore della pelle di chi la indossa, e fare lo stesso per l’uomo che è a terra; fine dei giochi.

A prescindere dalla brutalità insolita del gesto, non è altro che il capitolo ultimo di un libro già letto e riletto con lo stesso leitmotiv di sempre. Da un lato c’è la storia del privilegio bianco, della supremazia, del potere; dall’altro quella della minoranza, in questo caso nera, rifiutata dalla classe dirigente, sfruttata, violentata, povera e schiavizzata. Forse l’unica differenza è che oggi non si parla più di apartheid o di segregazione razziale sistematica; ora le stragi si fanno in silenzio, di nascosto, cercando dei sotterfugi per uscire sani e salvi e apparire all’opinione pubblica come i paladini della giustizia. Tuttavia, questa volta più di altre il marciume è venuto a galla e la reazione non si è fatta attendere.

Da giorni ormai vediamo immagini di persone che manifestano per le strade della nazione, rivendicando quei sacrosanti diritti che non possono più essere rimandati. Restano in silenzio, urlano le parole di angoscioso dolore pronunciate da George durante la cattura, cantano, si gettano per terra mimando quel disumano arresto, e tanto altro. Cercano di dare voce a tutti coloro la cui vita è stata portata via da una pallottola o da altre spietate azioni, il tutto per questioni etniche, come se ciò rappresentasse una ragione per agire. Sono momenti commoventi che vengono quotidianamente documentati e che trovano partecipazione anche in Europa (Londra, Parigi, Amsterdam e così via). Sono marce quasi interamente pacifiche.

E sia chiaro una volta per tutte: quei pochi, pochissimi casi di violenza di cui i manifestanti si fanno carico non sono altro che l’ultima risposta possibile ad una istituzione, quella della giustizia, che anziché scendere in piazza con loro per non contraddire il proprio lavoro, fa di tutto per sedare delle proteste con metodi animaleschi (macchine scagliate contro i manifestanti, esercito nelle piazze, arresti illegittimi). Per comprendere fino in fondo la sofferenza di un popolo che vive in una prigione a campo aperto, è necessario ascoltare le parole di chi ne fa parte. Uno degli esempi più struggenti è Tamika Mallory, un’attivista statunitense che ha pronunciato uno dei discorsi forse più toccanti della nostra generazione. Nel passaggio finale ripete per ben tre volte “abbiamo imparato la violenza da voi”, riferendosi proprio a quel sistema che la violenza dovrebbe combatterla. Se bruciano alcuni edifici è perché essi rappresentano un potere che gioca a fare il leader superando ogni limite umano. I ragazzi che piangono e lottano con ogni mezzo sono stanchi di dover essere servi di un ordine che li fa sentire in pericolo. Non c’è stata alcuna costituzione in quel ginocchio premuto sul collo, così come continua a non esserci in tutta quella miriade di catture effettuate nei confronti di gente che stava esercitando uno dei fondamentali diritti presenti in ogni stato democratico, ossia manifestare per una causa che ritiene giusta.

Trump, che è probabilmente il simbolo più feroce del privilegio bianco della nostra epoca, continua incessantemente ad alimentare panico e a minacciare l’uso di armi e della Guardia Nazionale contro la folla, oltre a inventarsi organizzazioni terroristiche per giustificare la propria condotta. Piuttosto che riflettere sul suo atteggiamento, si fa fotografare davanti a una chiesa tenendo la Bibbia in mano, tra l'altro dando l'ordine di far disperdere un corteo che poco prima si stava verificando nella stessa area, potendosi concedere una sorta di marcia trionfale. Il tutto strumentalizzando la religione e sperando così di essere rieletto alle prossime presidenziali.

È inoltre peculiare vedere quanto netta sia la sua distinzione tra popolazione nera e bianca. Per esempio, quando quest'ultima ha protestato con veemenza contro le misure adottate durante il lockdown, egli ha offerto loro sostegno, considerandole brave persone ma arrabbiate, bisognose di aiuto. Mentre adesso per la parte nera utilizza termini da guerra civile. Se Obama rappresentava la speranza della minoranza afroamericana di ricevere una dignità dallo stato, l’attuale capo repubblicano si è invece reso protagonista di un insidiosissimo passo indietro. Un uomo che ha fatto della xenofobia e della manipolazione i suoi marchi di fabbrica e che cerca disperatamente di mantenere la fama non merita di rappresentare le lacrime di quelle persone che dalla nascita non si sentono sicure, avvertendo il rischio di subire un attacco da un agente bianco ad ogni angolo di ogni strada.

Eppure questo momento storico può forse simboleggiare una rivoluzione, un sovvertimento sociale di cui c’è bisogno più di qualsiasi altra innovazione del progresso. Gli Stati Uniti, il cui sogno americano tanto bramato andrebbe ridimensionato, sono uno stato che si origina dallo sfruttamento e dalla schiavitù, che si fonda su una finta uguaglianza tra tutti gli individui ma solo perché i neri erano reputati al pari di oggetti, merce di scambio. Dopo quasi tre secoli di storia magari è arrivato il momento in cui una volta per tutte si porrà fine a queste discriminazioni senza fondamento. Per farlo però è più che necessario l’appoggio proprio di coloro che quella superiorità la incarnano. Ammettere che essere bianchi è un privilegio è già un’importante presa di posizione, perché si riconosce lo status di vantaggio in cui ci si trova in partenza, così come si riconosce di conseguenza che esistono quindi altre etnie che da quel vantaggio sono invece schiacciate. Essere bianchi è un privilegio perché non si hanno rischi di essere calpestati per la propria pelle, la propria origine, non si ha timore di essere messi in manette o sparati solo per un semplice sospetto.

Prendere coscienza di questa orrida disparità è il punto zero per comprendere fino in fondo i motivi di quelle proteste, così poi da poter lottare fino allo stremo delle energie mentali per ottenere un riconoscimento sociale di cui gli afroamericani hanno tanto bisogno. E tante cose dette e pronunciate con orgoglio non fanno altro che esacerbare la battaglia; dire che non si vedono colori perché siamo tutti uguali non è fratellanza, ma essere daltonici, in quanto non si riconoscono i mali che quei popoli hanno subito e di cui fanno esperienza ogni singolo giorno. Allo stesso modo è errato pensare che sia una lotta solo americana, fingendosi eroi solo quando la causa supera i confini del proprio territorio. Anche l’Italia ha infatti un grave problema razziale, alimentato da politiche d’odio e da una retorica tiranna che chiude i confini e che esclude donne e uomini considerati “diversi e pericolosi” senza nessuna prova concreta né umanità. Ogni singolo individuo caduto in mare per un porto chiuso è la sconfitta di ognuno di noi.

Deve essere, insomma, la battaglia di tutti. Eliminare privilegi che provocano morti o formano schiavi, ridisegnare un sistema sociale che non preveda gerarchie ma garantisca diritti civili senza alcun tipo di distinzione, riconoscere finalmente la bellezza delle diversità, l’unica vera bandiera che conta. Così, in un tempo magari non molto lontano, uno di quei giovani scesi in piazza salirà su un palco e a singhiozzi tra lacrime di gioia potrà dire al mondo “now I can breathe”.

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I commenti degli utenti
  • Antonio Chieppa ha scritto il 10 giugno 2020 alle 07:43 :

    Carissimo gabriele Losappio, informati meglio sull'accaduto, (foto truccate, sospetti di sceneggiatura), come anche l'ingiustificata accompagnamento di una esplosione di rabbia da parte della gente di colore e dei Dem, danneggiando beni privatoi e pubblici senza relazione di causa. Niente contro una violenza di autorità verso i cittadini sia fisicamente che Psicologicamente come attualmente in Italia l'Isteria di mascherine-guanti-amuchina e orrore di mandare a scuola bambini in una campana di vetro. Quindi fai un Reportage al di sopra di parte, perche dal tuo articolo suda di idee di sinistra. Rispondi a Antonio Chieppa

    Gabriele Losappio ha scritto il 12 giugno 2020 alle 15:03 :

    Ciao Antonio. Posso assicurarti che non c'è alcuna ideologia politica dietro a questo articolo, perché credo che di fronte a eventi del genere il diritto a una vita dignitosa venga prima di tutto. Posso anche assicurarti sul fatto che tutto ciò che ho scritto è stato frutto di una ricerca continua, molto spesso direttamente da fonti americane che trovandosi sul posto sono sicuramente più affidabili. Probabilmente ti sarà arrivata la notizia di un'eccezione di violenza ingiustificata e sarà stata trasformata nella regola, ma non è così. Anche di questo si serve la propaganda. Ti invito ad ascoltare le ragioni e le origini di quelle proteste direttamente dalle comunità che vivono sulla pelle quelle esperienze, ma anche da storici e, perché no, da tanti film. Spero ti sia stato utile :-) Rispondi a Gabriele Losappio

    Antonio A. ha scritto il 10 giugno 2020 alle 12:02 :

    quello che dici dovrebbe essere supportato da querele e qualcuno dovrebbe pagare se è tutta una messa in scena. E' una messa in scena anche i 34.043? Ah, già, anche tu forse con la giustificazione: "erano vecchi". Il male del mondo è il pensare a male. Spero possa ricrederti per il tuo bene e per il bene di coloro che ti sono accanto. Così stiamo disumanizzando. L'odio fomento odio e non va bene. Togliere il respiro ad un uomo significa violentarlo, odiarlo, ucciderlo. E non ci sono giustificazioni che tengano! Rispondi a Antonio A.

    Sandra ha scritto il 10 giugno 2020 alle 11:59 :

    Io invece mi permetto di dirti che il tuo commento dubbioso e fuorviante suda idee xenofobe. E non ho detto di destra... E' questo di Gabriele un pensiero. Non è l'unico e solo, fortunatamente, ad averlo. Rispondi a Sandra