Giulio Regeni e Patrick Zaki (non) valgono più di 9 miliardi di euro e armi

L’accordo economico/militare tra Italia ed Egitto è il simbolo del disinteresse per due vite umane di fronte alle priorità economiche

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 12 giugno 2020
Giulio Regeni e Patrick Zaki (non) valgono più di 9 miliardi di euro e armi
Giulio Regeni e Patrick Zaki (non) valgono più di 9 miliardi di euro e armi © n.c.

Non è sicuramente una scoperta rivoluzionaria affermare come l’interesse economico sia da sempre al centro della stragrande maggioranza delle attività presenti oggigiorno nel mondo, meno nel bene e molto di più nel male. Per cambiare anche solo in parte un sistema capitalistico è necessaria un’impresa con tempi molto ampi. Tuttavia giustificare determinate scelte con la difficoltà dell’attesa è un po’ acqua passata, soprattutto quando la moneta viene prima dell’essere umano. E un po’ tutti sono coinvolti in questa piaga, Italia compresa. È infatti recente la notizia di un onerosissimo accordo economico tra il nostro paese e l’Egitto che, si dice, ammonta complessivamente ad una cifra intorno ai 9 miliardi. Questa è la ricompensa che dovrebbe spettare allo stato in cambio di equipaggiamento militare: si parla di due navi della marina militare italiana, un satellite da osservazione, altre quattro fregate, per concludere in bellezza con venti velivoli d’addestramento e circa 24 caccia.

Ora, se si analizza la questione in sé senza considerare il quadro ampio non suonerebbe nulla di male: ogni paese ha diritto a possedere attrezzature di questo tipo per questioni di difesa così come ogni nazione ha diritto ad esportare questo tipo di produzioni ad altri paesi ricevendo un compenso economico. Ma è proprio il contesto che va considerato, in quanto ci sono diverse “défaillances” in questa trattativa e diversi aspetti che non tornano. Il primo, il più grave, è il governo dello stato a cui questo armamentario è destinato. Da quando un certo Abdel Fattah al-Sisi è salito al potere come presidente nel 2014, in Egitto si verificano in modo sistematico violazioni dei diritti umani, persecuzioni, torture, repressioni, a tutti coloro i quali osano criticare il suo operato, dagli oppositori politici agli attivisti che si battono per riconquistare una libertà ingiustamente oppressa.

Inoltre negli ultimi anni l’Egitto è stato proprio il terreno in cui si sono consumate due tragedie a danno di due ragazzi studenti e ricercatori universitari: l’omicidio di Giulio Regeni e l’arresto di Patrick Zaki. Il primo trovato morto dopo aver subito torture il 3 febbraio 2016 e su cui non è ancora stata fatta chiarezza, il secondo, anch’egli vittima di violenze disumane, in carcere dal 7 febbraio di quest’anno con varie accuse, ovviamente tutte illegittime, tra cui istigazione al terrorismo, fomentare il rovesciamento del governo, diffusione di notizie false minando l’ordine pubblico (tra l’altro quest’ultima accusa è stata fatta a causa di diversi post apparsi su Facebook in un profilo che con Zaki non ha nulla a che vedere). Se nel primo caso l’unica soluzione per lenire una perdita irrecuperabile è quantomeno trovare e punire i responsabili di quanto avvenuto, nel secondo c’è la “chance” di non permettere che venga consumata un’altra disgrazia. Nonostante ciò tutto sembra passare in secondo piano quando ci sono di mezzo rapporti diplomatici, tanto che nella telefonata avvenuta tra Conte e al-Sisi sembra non si sia minimamente accennato a questi due episodi. Il regime continua a non collaborare per trovare la verità, ma intanto si decide di accettare la “commessa del secolo” così come è stato definito il più costoso accordo per forniture militari segnato dall’Italia dal dopoguerra. Pare quasi un gioco al rialzo: maggiore è il numero di vite fatto fuori dal dittatore, maggiore è il compenso militare a lui offerto.

La seconda ragione per cui tale accordo è moralmente sbagliato è che risulterebbe persino illegittimo, se solo non fosse che, per simili eventi, si cercano così tanti sotterfugi da mettere in discussione la stessa validità di tale norma. La legge 185 del 1990 afferma espressamente che è vietata l’esportazione di armamenti verso paesi i cui governi sono responsabili di violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. A questa si aggiunge la ciliegina riguardante il fatto che al-Sisi sostiene apertamente il generale Haftar, il quale da tempo viola la tregua armata in Libia attaccando il Governo di Accordo Nazionale, che è proprio quello riconosciuto dalle Nazioni Unite come l’unico legittimo.

Insomma, il nostro governo sembra marciare contro i suoi stessi interessi. Questo negoziato è paradossale e scorretto in tutte le sue sfaccettature, ma viene ritenuto positivo e produttivo a livello politico perché fornisce carburante a quel Dio denaro che mai come ora è debole e bisognoso d’aiuto. E questo bisogno va al di sopra di un ricercatore ucciso, di un attivista che fa della voglia di libertà la sua vocazione torturato e arrestato, e di una guerra che ha messo in ginocchio il mediterraneo e non si appresta certo ad arrestarsi ora. Forse non c’è da sorprendersi: basti pensare che se da un lato sono stati tagliati i fondi alla sanità (e con un’epidemia ci si è “finalmente” resi conto di quanto fragile sia), dall’altro continuano ad aumentare quelli dell’industria militare. Se da un lato diminuiscono le spese destinate a un’efficiente istruzione, dall’altro crescono quelle per armi da guerra.

Basta quindi osservare le cornici di quel quadro per rendersi conto che questo contratto non è un grande colpo di scena. Eppure ci sono 9 miliardi di motivi in più per strappare quella carta e ricominciare dal principio. Va fatto per Giulio, per Patrick, e per la democrazia.

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I commenti degli utenti
  • Luca Tondolo ha scritto il 12 giugno 2020 alle 19:01 :

    Siamo solo autolesionisti se le armi non le vendiamo noi creando posti di lavoro o consolidando quei pochi che abbiamo ci sarebbero altri paesi che le venderebbero, quindi non bisogna essere ipocriti. Rispondi a Luca Tondolo