Mastro Vincenzo

Uno sguardo ceruleo sul mondo

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 31 luglio 2020
Mastro Vincenzo
Mastro Vincenzo © Mirella Caldarone

Punto decisamente verso Sud. Un vero scrolling tra le vertebre della spina dorsale d’Italia.

Seguo i solchi della mia stessa storia. Procedo ad occhi chiusi, guidata dalla calamita della mia memoria.

Sfido la canicola partendo quando il mattino è ancora buio. L’alba sarà annunciata da un tripudio di colori da cui spunterà la palla rovente che produce ombre.

In queste ore lo stivale d’Italia è sofferente nella parte dell’avampiede. Se provo a calzarlo soffro di metatarsalgia: la mia sensazione dolorosa si focalizza all’altezza di un paesino interno della Calabria, Accaria Rosario.

Si è alterato l’appoggio dei piedi al suolo, senza Mastro Vincenzo. Il terreno si è sconnesso. Dapprima claudicante, sono poi inciampata sullo scalino che annuncia l’ineluttabile. Singulti di pianto e quattro rampe di scale scandiscono il mio avvicinamento alla dura realtà.

Composta ed in modalità anti-covid, sfila la piccolissima comunità a dare l’ultimo saluto al maestro d’ascia le cui mani hanno modellato un pezzo di legno in ogni casa; perfino il portone della chiesa è opera di Mastro Vincenzo.

C’è Teresa, Franco, Norina, Rosetta, Pinariello, Ettore, zia Angelina, Zu ‘Ntoni, Maria ‘e za’ Giulia, zio Nicola, Ettore, i nipoti, za’ Cuncetta, Ada, Maria d’a cerameria, za’ Angeluzza e tanti altri: il paese ha sfilato, due alla volta, al secondo piano “supra a’ falegnameria”. E poi termos di caffè (Rinuzza, Salvatore, Feroleto), tè, bottiglie di latte di mandorla, cornetti, ciambelle fatte in casa, pizze, grispelle, vrasciole ‘e patate: il tradizionale cuonzolo offerto da amici e pareti alla famiglia del defunto come supporto e vicinanza in un momento così difficile.

Ho ritrovato tutte le tessere di una trama importante del mio percorso. Tutte, tranne una.

Spesso il mio sguardo l’ha cercato in casa: l’ho trovato nelle cornici di legno attorno alle mie fotografie in bianconero, nel mobile per la legna del caminetto, nella cucina in legno, nell’agognato mobile della zona giorno dove riporre piatti e bicchieri di una vita, nella ringhiera delle scale, nella cucina di casa mia e nei miei infissi di vent’anni ancora intonsi.

L’ho sentito tutto intorno, avvolgente, imprescindibile, liquido. Nel tempio della sua esistenza, il suo focolare, ha abbracciato tutti con il suo Essere. Con il suo corpo fattosi anch’esso legno, ne sono certa, potrà continuare a modellare forme immortali, fuori dallo spettro visibile. Nuove scenografie per un palcoscenico ben più grande: ha con sé gli strumenti per farlo.

Grazie, Mastro Vincenzo, per il tuo sguardo ceruleo sul mondo. Ne abbiamo giovato tutti.

E, ricordati: l’aglio, sempre dopo.

Lascia il tuo commento
commenti
Altri articoli
Gli articoli più letti