Abbandonare la Convenzione di Istanbul: le minacce del sovranismo di oggi

Il trattato era stato firmato per combattere e prevenire sistematicamente la violenza sulle donne

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 31 luglio 2020
Abbandonare la Convenzione di Istanbul: le minacce del sovranismo di oggi
Abbandonare la Convenzione di Istanbul: le minacce del sovranismo di oggi © n.c.

In Europa così come un po’ in tutto il mondo si stanno delineando due grossi schieramenti politici del tutto opposti tra loro: democrazia e sovranismo. Partendo dal presupposto che entrambi hanno diversi cavilli da risolvere, il primo modello è (o dovrebbe essere) improntato sul progresso e sulla libertà individuale, mentre il secondo punta sul conservatorismo, le limitazioni, l’accentramento del potere in poche mani. Più si fa strada più si creano presupposti pericolosi, ma è necessario comprendere in cosa consista prima di usare tutti gli strumenti a disposizione per combatterlo.

Uno degli esempi più recenti e più noti a livello continentale è la non ratifica di alcuni paesi della Convenzione di Istanbul. Innanzitutto essa è una convenzione del Consiglio d’Europa approvata il 7 aprile 2011. Il suo testo contiene una serie di linee guida per prevenire e contrastare la violenza sulle donne e, più specificatamente, la violenza domestica, che resta l’ambiente più comune nel quale la donna subisce un danno. È considerato il testo più moderno in questo ambito ed è uno strumento di lotta comune: con esso si è introdotto il concetto di violenza psicologica come reato perseguibile penalmente, al quale si aggiungono le mutilazioni genitali femminili, il matrimonio forzato, le molestie sessuali e la forzatura di aborto e sterilizzazione senza libertà di scelta. Il trattato fu firmato da 32 paesi e la Turchia è stata il primo tra essi a ratificarla.

Nonostante quindi la ovvia necessità di questo strumento per estirpare questa grossa falla socio-culturale presente da sempre nel nostro sistema, diversi stati stanno cercando di non rispettarla, decidendo di non ratificarla e quindi di venir meno agli obblighi da essa istituita. A capeggiare questa inutile ribellione c’è, ovviamente, l’Ungheria di Orbán. Da quando quest’ultimo ha assunto pieni poteri sfruttando la pandemia sta portando avanti una “crociata” contro la libertà di stampa, di scelta, di vita. Ma il vero problema è che c’è qualcuno a fargli compagnia: paesi come Slovacchia, Polonia, Turchia. Il partito nazionalista slovacco ha rifiutato la ratificazione già dallo scorso febbraio. Invece lo scorso 27 luglio il ministro della Giustizia polacco Ziobro ha presentato una richiesta di ritiro dal trattato. Si chiude il cerchio proprio con la prima nazione ad aver firmato quel testo: il presidente turco Erdoğan sta attuando una serie di riforme restrittive e minacciose e tra queste rientrano il totale controllo dei “media” e dei giornali e l’abbandono della Convenzione.

Se da un lato la scelta è già di per sé errata, dall’altro i motivi dell’abbandono sono ancora peggiori, perché si discostano dal reale obiettivo della Convenzione e perché sono un tentativo di aggirare l’ostacolo per parlare di altro. Tutti i paesi membri che stanno seguendo la strada della non ratificazione sostengono infatti come il testo sia dannoso in quanto danneggerebbe la famiglia tradizionale, i bambini e il concetto di sesso biologico e quindi la “naturale differenza tra uomini e donne”. Secondo Orbán favorirebbe anche l’immigrazione illegale, ma sulla fantasia di questo punto è inutile discutere. Tutto questo marasma porterebbe, in senso generale, a recare vantaggio alla “ideologia gender”, un altro concetto inventato e distorto dal nazionalismo e dalle frange cattoliche di estrema destra.

Per fare chiarezza, non esiste questa ideologia ma si parla piuttosto di “studi di genere”, ovvero tutti quelli studi in riferimento al modo in cui sono state costruite le identità maschile e femminile nel tempo da un punto di vista sociale. Non si può più infatti parlare solo di dati anatomici, ma anche e soprattutto di genere, inteso come identità di genere (cioè la percezione che ogni individuo ha di sé in quanto uomo o donna) e come ruolo di genere, cioè il “sistema socialmente costruito intorno all’identità”. In breve questi studi vogliono mostrare il fatto che tante differenze di pensiero su uomini e donne derivino da un’arretratezza di pensiero e non da dati biologici dimostrabili, ma anche che possa esserci una discontinuità tra questi tre fattori; un uomo o una donna potrebbero non sentirsi tali e non riconoscersi nei ruoli che la società impone loro, e non per una “malattia mentale” come si è soliti dire. Un concetto che sarebbe semplice da comprendere se solo davvero si rispettassero le decisioni personali di ognuno.

Quindi si può constatare quanto questo dibattito sia privo di coerenza ma anche e soprattutto effimero per i fini e le enormi potenzialità della Convenzione di Istanbul. Si sta cercando in qualche modo di delegittimare la difesa delle donne e la condanna delle violenze per riportare in voga un dibattito che è stato smentito ormai da decenni da scienziati, psicologici e sociologici.

In questo senso il nazionalismo sfrenato rappresenta la radice del problema, perché questo è solo l’ultimo dei limiti sociali e umani che certi presidenti affamati vogliono imporre. E c’è amarezza in tutto ciò, perché Erdoğan sa bene che nel suo paese si verificano in media 500 femminicidi ogni anno e che la percentuale di violenze domestiche sta aumentando a dismisura. Invece secondo questi “governatori del proprio ego” che si nutrono di misoginia i veri punti deboli contro cui lottare sono i social, i giornali, i giovani troppo liberi, gli omosessuali, gli immigrati.

Quindi, per concludere, bisognerebbe scegliere tra democrazia e sovranismo. Eppure, al di là del 50 e 50, spesso ci si dimentica comunque di una cosa: la dignità della persona, che dovrebbe essere sopra ogni ideologia e la sete di ogni potere.

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