La città dorme ancora

Un’altra alba mi attende. Ed è subito sera

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 14 agosto 2020
La città dorme ancora
La città dorme ancora © Mirella Caldarone

In principio, il buio.

Dapprima è l’aurora ad illuminare il nero con i viraggi bluastri dello spettro luminoso.

Poi, eccola la stella madre del sistema solare, con i suoi raggi già inclementi alle prime ore del mattino.

Ed è alba. L’alba di un nuovo giorno, una nuova promessa, una perenne scommessa per l’immediato futuro.

La sveglia è naturale, senza suoneria. Sento un peso felino sul mio petto mentre l’agglomerato vivo di peli biondo-striato mi passeggia addosso ad annunciare il nuovo giorno.

La decisione è di un attimo. Assecondo il mio ritmo circadiano ed assumo la posizione verticale, pronta, dopo il rito della colazione, ad uscire di casa con i piedi ben piazzati sui nuovi plantari inseriti nelle mie Brooks azzurre.

Una brezza fresca mi accoglie sull’uscio, al cospetto di Palazzo Ducale, testimone di antichi fasti ed attuali dismissioni. Piazza Duomo la si può percepire nella sua dimensione reale. Il silenzio delle navate interne della Cattedrale trasuda all’esterno e si diffonde, senza il disturbo del chiasso.

La città dorme ancora. Son desti coloro che preparano viveri e servizi per chi solo più tardi farà mostra di sè per le strade non più deserte.

C’è del sacro in questo vagare. Passi veloci e fluidi conducono il corpo in percorsi non prefigurati. Seguendo i suggerimenti del cuore sfioro la mia prima dimora disabitata da un millennio. A guidarmi in questo reticolo è la volontà di evitare i suoni molesti e gli sgradevoli effluvi delle prime automobili che già sbadigliano gas di scarico.

Dal centro alla periferia vago sulle bisettrici della mia storia.

Ad accompagnarmi è la mia stessa ombra che punta a ovest. Il sole è basso ed essa è lunga, attraversa la strada prima di me o resta al mio fianco arrampicandosi su di un muro. La sua origine mi ricorda dov’è l’Oriente. Continuo a girare a cercare l’ombra, oltre le strade non ancora assolate.

Vedo una città cresciuta spontaneamente, non pensata. Nelle sue maglie lievitano i miei pensieri mentre la fronte comincia ad imperlarsi di leggero sudore.

Tornando, passo da Piazza Catuma seguendo le indicazioni del sole e la trovo deserta. Il semaforo di Porta Castello dev’essere verde perché ha lasciato passare i fasci di luce che inondano lo slargo. È un privilegio attraversare questa antica piazza in cui echeggiano le voci di un passato che connota il nostro presente, tra limiti e pregi.

Ora la mia ombra per le strade della città è più breve ed il suono dei pensieri compete già con quello della vita quotidiana.

Ottomila passi sono la misura del tempo trascorso tra la sveglia ed il luogo di lavoro.

Un’altra alba mi attende. Ed è subito sera.

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