Flusso di delusione

Ho letto di Duarte. Nessun accenno alla desertificazione sociale di un posto dimenticato e da tempo lasciato in balia di una corrente criminale e di una squillante omertà

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 11 settembre 2020
Porta chiusa
Porta chiusa © n.c.

Questo non sarà il solito articolo dove tratto un tema qualunque con l’obiettivo di confutarlo, dopo un’infinita ricerca di ore per restituire il senso di verità ai lettori, e lanciare alla conclusione del pezzo un messaggio di riflessione e di velata positività.

Non questa volta, perché il mio essere pacato nei termini, nella ricostruzione dei fatti, nella pazienza che devo assecondare quando mi informo sulle varie cretinerie in giro per il mondo, fa spazio a una sorta di momentanea resa. Stavolta non c’è molto da commentare.

Ho deciso di scrivere comunque per condividere la mia delusione, quella di un ragazzo che da qualche anno coltiva l’interesse per la buona informazione, il civismo e che in questi giorni è stato scaraventato in un cumulo di macerie di disumanità dalle quali fa fatica a liberarsi.

Ho letto di Duarte. Aveva 21 anni, il che non ha valore perché una vita è una vita a prescindere dall’età, ma era poco più grande di me. Come me aveva obiettivi e sogni e sicuramente stava facendo più di me per raggiungerli, ma non potrà farlo. È andato via durante una rissa, una delle tante che avvengono in posti dimenticati come Colleferro. Quel giorno forse le cose sono degenerate, o forse era già premeditato. Quel che importa è che è stata una morte evitabile, l’ennesima. Con sgomento ho cercato, appena al corrente dell’accaduto, di comprendere le dinamiche e magari i motivi di una tale tragedia. E ho visto di tutto. In meno di qualche ora le testate principali hanno cercato di convincermi che la colpa fosse delle arti marziali, le cui palestre vanno chiuse, della trap che fa drogare i giovani, della movida, e così via. Nessun accenno alla desertificazione sociale di un posto dimenticato e da tempo lasciato in balia di una corrente criminale e di una squillante omertà. Nessun accenno al fatto che l’abbandono scolastico lì è più alto rispetto alla sola media regionale. Nessun accenno a termini come “machismo” o al fascino per il fascismo, o alla matrice razziale del caso. I media più letti, che avrebbero più di altri l’occasione per trattare questi temi, si sono invece soffermati sulla disciplina di certi sport, sui muscoli, sui tanti tatuaggi finendo persino per elogiare alcuni dei carnefici descrivendoli con parole come “arguto”. È tutto collegato, perché poi il cittadino legge e diventa il sommo giudice del tribunale. Si parla di questa notizia nei bar solo per scommettere su quanti anni prenderanno gli imputati o solo per manifestare il desiderio di vendetta sui responsabili, il primo punto condannato dalla legge.

Sono stanco perché il percorso è ciclico. Non si usano mai eventi del genere per riflettere sul degrado di certi luoghi, di certe vite, col fine di intervenire e prevenire azioni come queste. Non si usano mai per parlare di una politica, la vera colpevole, che aizza a questi atteggiamenti quotidianamente però si schiera poi a favore della famiglia della vittima (se l’omicidio fosse avvenuto con colori della pelle opposti in questo momento ci sarebbe una guerra civile), ma solo perché Duarte era integrato nel nostro paese, non come i suoi simili che vengono “a portarci il virus e a stuprare le nostre donne” (se non mettessi le virgolette non credereste che sono le parole di un politico). Niente di tutto questo; solo una strumentalizzazione dell’episodio e un’occasione per dare risposte semplici a problemi molto più complessi, che alla fine sono quelle che ci rasserenano di più, poco importa se ci è scappato il morto.

Provo rabbia, perché quella sera il sistema in cui vivo ha fallito, un’altra volta. E lo farà di nuovo, lo sta già facendo. Oggi infatti la news più importante non è quella dell’omicidio e dei tanti cancri da combattere in Italia per evitare altri dolori, ma quella della collanina strappata a Salvini. Il sistema ha fallito perché mentre l’abbandono da parte delle istituzioni crea città fantasma e nuovi schiavi sociali, nella capitale girano ancora migliaia di persone che negano l’esistenza del virus e parlano di “dittatura sanitaria”, secondo cui i morti per il Covid non sono morti per il Covid e che dobbiamo svegliarci perché il nuovo ordine mondiale sta arrivando per controllarci. E come? Con i vaccini, ovviamente. Queste persone cantano il mio inno inneggiando al duce, e ridono quando leggono i casi dei positivi che aumentano. Questo sistema ha fallito perché in tempi come questi in cui il razzismo viene sempre più a galla e fa vittime dappertutto, a Bergamo la Lega propone bus diversi per studenti e migranti, “che sgomitano e per la loro stazza occupano troppo posto”. Il problema non si risolve aumentando la penosa efficienza del trasporto pubblico, ma letteralmente togliendo i neri e tornando all’America di 65 anni fa, dove Rosa Parks rischiava la vita dopo aver rifiutato di far sedere un bianco al suo posto. Tanto il passato va sempre di moda.

Potrei citare Jacob Blake paralizzato su un letto d’ospedale per i colpi sparati da poliziotti che rappresentano l’ingiustizia, o Trump che è stato candidato al premio Nobel per la pace. E potrei finire per parlare del mio futuro e di quello dei miei coetanei, più oscuro dell’abisso degli oceani.

Insomma, sono avvilito e amareggiato da ciò che mi appare intorno. “E tu che fai a parte lamentarti?”, potrebbe chiedermi un interlocutore scettico qualsiasi. Vado alla ricerca del vero, del bene. Scrivo per provare a comunicare qualcosa a qualcuno che magari ho l’incredibile fortuna di aiutare. Educo mio nipote di sei anni alla parità di genere e al rispetto di ogni colore.

Tuttavia il punto è un altro. Non tutti hanno gli stessi strumenti che posso usare io, non tutti hanno una famiglia amorevole come la mia e degli amici inclusivi come i miei o come quelli di altri. Il male nasce quasi sempre dal dolore, da un limite, una sofferenza che non trova pace. Quando ti colpisce non sei più in grado di riconoscerlo, diventando il demone che ti guida in ogni gesto. Il sistema fallisce proprio qui, non intervenendo in queste situazioni nonostante sia chiamato a farlo proprio perché ne riveste l’incarico.

Se non lo fa quel male inizia a prevaricare, vuol mostrarsi superbo e vuol darne una prova. E quel male non è nato nella notte tra sabato e domenica del 5-6 settembre, ma molto prima. Eppure non è stato fermato, tra l’indifferenza generale e una triste mancanza di scrupoli.

Sono deluso perché quel sistema non mi rappresenta. E se non cambierà, non vorrò più farne parte.

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