Cronache di un diverso ultimo primo giorno di scuola

L’ambiente è apparso insolito, spoglio delle sue ricchezze come un albero autunnale, principalmente perché non potrà esserci per molto la libertà di muoversi nello spazio che ha reso le giornate passate emotivamente poco immobili

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 02 ottobre 2020
aula scolastica C. Troya
aula scolastica C. Troya © AndriaLive

Il ritorno tra i banchi di classe, si sa, per uno studente è sempre uno scenario d’impatto. Quelle futili ansie mattutine scomparse ormai da mesi si ripresentano dirompenti e riaccolgono ragazzi e ragazze a braccia aperte. Il mio caso non è un’eccezione ma parte integrante. Anzi, con uno spicciolo di pressione in più dal momento che sono diventato a tutti gli effetti un prossimo maturando.

A prescindere degli esami e dei vari collegamenti disciplinari e interdimensionali che mi spetteranno, ammissione permettendo, quell’impatto è stato alquanto inusuale. Da marzo si è avuto il tempo per abituarsi a una situazione fuori dall’ordinario, ma la scuola non rientrava ancora tra i luoghi in cui sperimentare questa “eccezionale nuova normalità”. Terminata infatti la parentesi della didattica a distanza, questa mattina era arrivato il momento di compiere quest’altro passo, probabilmente il più importante dal punto di vista sociale in epoca pandemica. E così sveglia in ritardo, routine post risveglio di fretta, solito outfit accuratamente improvvisato e via.

Le sensazioni ricevute sono comparabili a quelle che si provano quando torni in un ambiente caro dopo anni di viaggi lontano da quel nido; ne riconosci l’appartenenza, ma c’è qualcosa di nuovo a cui fatica ad abituarti. E questa pittoresca percezione è nata in me sin dagli istanti che hanno preceduto l’ingresso: mascherine, inizio lezioni ritardato di mezz’ora, ingressi diversi per le classi per evitare assembramenti di ogni sorta. E così, dopo aver completato il percorso di entrata con la felicità di un automa e la leggiadria di un lamantino, eccoci arrivati in aula.

Stessa classe di sempre, stessi banchi, stessi fogli su finestre e pareti per dare un pizzico di colore e umanità in più. Eppure mi è parso di metter piede in un altro mondo. La disposizione dei banchi è, ovviamente, cambiata. Sono posti singolarmente per rispettare il distanziamento. Questo ha reso ancora più avvincente la corsa all’ultima fila, che ho vinto per la prima volta dopo cinque anni.

L’ambiente è apparso insolito, spoglio delle sue ricchezze come un albero autunnale, principalmente perché non potrà esserci per molto la libertà di muoversi nello spazio che ha reso le giornate passate emotivamente poco immobili. Tuttavia, è proprio la necessità di rispettare una restrizione a garantire il ritorno ad una appagante libertà futura (non ditelo a Boris). Perciò per alzarsi e uscire bisognava prender nota su un foglio dopo aver accuratamente igienizzato le mani, oltre a dover tenere obbligatoriamente la mascherina alzata quando ci si rivolgeva ad una compagna. Le numerose limitazioni hanno anche un po’ “classicizzato” il confronto con le docenti delle tre ore diurne. Non potendo anche loro spostarsi liberamente, si è ripresentato quell’antico disegno della docente statica difronte ad alunni altrettanto fermi. Di certo mi ero abituato a qualcosa di meglio, ma l’intesa mai interrotta è stata piacevolmente fondamentale nel rompere il filo della noia. Oltre a questo e all’illustrazione del programma e dei protocolli, non c’è stato il tempo materiale per raccontarsi cosa si è fatto durante quest’estate. Meglio così; mi sembra una di quelle domande fatte dai nonni ai nipoti a Natale. Da un “dove sei andato di bello?” a “ma quando ti laurei?” il passo è breve.

Dunque, per quanto fugace, la ricomparsa ha già annunciato diversi cambiamenti. Sono molti gli stravolgimenti, tante le preoccupazioni e infinite le incertezze. Ma al di là di tutto, con ottimi compagni di avventura e una buona dose di responsabilità, questo sarà un altro anno da vivere e ricordare con futura nostalgia. Sempre a distanza di un metro, però.

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