Non v’è morte se c’è qualcuno che ricorda

Novembre celebra l’inverno della stagione vitale degli uomini

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 06 novembre 2020
Novembre celebra l’inverno della stagione vitale degli uomini
Novembre celebra l’inverno della stagione vitale degli uomini © Mirella Caldarone

Era il nono mese nell’antico calendario romano, in cui l’anno aveva inizio con il mese di marzo: da qui il nome di Novembre, un mese che ci regala un periodo fugace ed illusorio di mitezza del clima con l’estate di San Martino.

Novembre porta con sé poca luce con le sue giornate brevi. Esso annuncia l’inverno climatico e celebra anche l’inverno del ciclo vitale degli uomini. La prima settimana di questo mese è un brulicare di presenze al camposanto per commemorare i defunti.

È un tripudio di colori, a novembre, questo luogo della quiete. Quanta bellezza risiede nella cura di un legame che non si spezza con il trapasso terreno. Insieme ai fiori arriva la vita e la memoria di chi ha vissuto si reincarna nel gesto solenne di deporli. C’è del tenero a vedere gli uomini (mariti, fidanzati, figli, padri) attrezzati con innaffiatoi e piccoli attrezzi; per lo più accompagnano una donna con un mazzo di fiori tra le braccia, ma li si vede anche soli, con un carico di petali colorati, bottiglie vuote e tanta devozione.

Incoraggiata dalla presenza di un numero maggiore di visitatori, oso visitare gli angoli più interni, custodi del riposo di alcuni miei avi. La nonna materna è sempre lì in alto: aveva preferito acquistare un loculo perenne per non scomodare, nel tempo, nessuno dei discendenti. Quella sua decisione rende attualissimo il suo gesto, giacchè ora son qui, a due generazioni di distanza, a guardare la stessa scena oggetto della sua scelta. Ciao nonna, ero solo un’infante quando ti ho vista l’ultima volta ed ora, donna matura, torno a salutarti sapendo sempre dove trovarti. Non trovo più, invece, i nonni paterni: ora quei nidi di cemento hanno altri ospiti. Ci sono rimasta un po’ male. Dovrò cercarli consultando gli elenchi ufficiali posti all’ingresso del cimitero.

Proseguo per i campi. Centinaia di sguardi di ceramica scansionano i miei passaggi in tutte le file. So che nel campo 1 c’è zia Ginzella; lei mi dava i biscotti quand’ero bambina e quel gesto sconfiggeva la mia timidezza. C’è anche Agostino, qui, solo che non lo trovo. Gli echi di tutte quelle presenze ed i corpi astrali delle sepolture più recenti mi accompagnano nell’attenta visita al campo in lungo e in largo. Mi perdo nelle storie di vite immaginarie. Un viso, un vestito, una frase sono suggestioni per la mia immaginazione. Eccoli, coloro che cercavo. Questo campo 1 è innaffiato dall’essenza corporea dei miei cari: è stata la stessa terra a spogliare mia madre dei suoi residui vitali per restituire solo materiale osseo dopo un decennio. Saluto gli amati uomini della mia famiglia sostenendo i loro sguardi fissi e mi avvio all’uscita, ora che aumenta il numero di visitatori.

Adoro questo posto. È il luogo più silenzioso e rispettoso della città. È un filo diretto con la storia di noi tutti.

A tanti sembra inutile l’esercizio di questo legame se non, addirittura, dannoso per il proprio benessere. Dovremmo scrollarci di dosso questa percezione negativa della morte ed accoglierla come fenomeno naturale di ricambio, di passaggio di testimoni.

E poi, per dirla con Ugo Foscolo, un uomo non muore mai se c’è qualcuno che lo ricorda. Tornare qui, infatti, è un bell’esercizio di memoria.

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