"Do you speak canese?"

La richiesta bizzarra del piccolo Gian Maria: il suo desiderio di imparare un linguaggio che favorisse il dialogo con il suo cane. Tra disagi linguistici e amore per i nostri amici a 4 zampe

Lorena Fusiello Sagittario ascendente British
Andria - venerdì 05 febbraio 2021
Joyce e Lorena
Joyce e Lorena © n.c.

Il 2015 è stato l’anno che ha segnato l’inizio della mia carriera come direttrice della e anche come insegnante di inglese.

Tra i miei tanti obiettivi iniziali, c’era quello di creare una scuola per ragazzi e bambini. Questo è quel sogno nel cassetto che si è realizzato e che si sta compiendo sotto i miei occhi giorno dopo giorno. L’energia della mia scuola si deve ai bambini e ragazzi che la vivono.

Ognuno di loro porta con sé un ricordo o una storia divertente. Mi riaffiora proprio in questi giorni, in seguito all’ingresso in compagnia del mio cagnolone Joyce, il ricordo di Gian Maria, allora dolce e vivace bimbo di 4 anni, che voleva imparare il canese.

Un bel giorno Gian Maria mi chiese con insistenza di insegnargli il tedesco canese. All’inizio non capivo da dove partisse questa richiesta: poi approfondendo con lui la cosa, pare che avesse ricevuto un cucciolo di pastore tedesco e giustamente lui voleva comunicare con il suo nuovo amichetto peloso. Per sua sfortuna non conosco il tedesco ma comprendo la sua giustificata volontà di imparare il canese. Anch’io tante volte avrei voluto comunicare con Joyce, il mio tenerissimo cocker spaniel: chissà quanti ostacoli linguistici e di incomprensione avremmo buttato giù! Ne approfitto in questo articolo molto personale (l’ho definito un pensiero ad alta voce) per parlare di lui, della sua storia e del fatto che a volte per comunicare non servono solo le parole ma basta l’amore.

Joyce è un cagnolotto pigrone, a volte buffo ma con un animo buonissimo. Avere un cane significa avere davvero un amico fedele per sempre. Joyce ed io ci siamo scelti. Purtroppo lui ha avuto una storia triste ma c’è stato un lieto fine. Ciò che non si sa e poco si nota è che Joyce è cieco dalla nascita. Quando sono andata a prenderlo dall’associazione che si prendeva cura di lui prima del mio arrivo, era come se lui sapesse che io ero lì per lui anche se non ci eravamo mai incontrati. Si allontanò dal gruppo dei suoi fratellini e corse da me. Mi salì sulle ginocchia. Lo presi tra le mie braccia e con le lacrime agli occhi sussurrai: «andiamo a casa».

Da sei anni tiene compagnia alla nostra famiglia. Non si può immaginare quanto bene faccia un cane in casa finché non si sperimenta. Un amico inglese mi faceva notare che dog (cane) è la parola al contrario di God (Dio). Molti infatti, sostengono che un cane sia un angelo mandato da Dio per noi umani.

Avere un cane è tradizionalissimo per gli inglesi. Sono molto amati e rispettati, e spesso in ogni famiglia inglese ce n’è uno. Anche Queen Elizabeth ne possiede tantissimi (i suoi amati corgi o dorgi) che cura personalmente e porta con sé nelle famosissime escursioni in campagna quando va a caccia.

Frequentissimo per gli inglesi è creare il passaporto del cane o inserirli nel testamento. Sono importanti membri della famiglia.

Addirittura anche la lingua e la grammatica inglese si sono avvicinate al sentimentalismo e alla personificazione dell’animale sostituendo il pronome soggetto It, usato per cose ed animali, con He o She, pronomi usati per soggetti umani quasi a conferirgli umanità, facendolo sentire uno di noi come un vero e proprio uomo o una donna. Pensandoci e fantasticando, per me Joyce è come un uomo sulla mezza età che legge il giornale sul divano fumando una pipa in gilet e papillon, o come direbbero gli inglesi bow tie. Se vi state chiedendo perché “Joyce”, viene da James Joyce, il mio scrittore preferito. Un piccolo omaggio a lui.

Dal lontano 2015, quando Gian Maria mi fece quella strana e singolare richiesta (ne ridiamo ancora), non ho purtroppo ancora imparato il canese ma posso comprendere il disagio che si prova quando c’è un blocco linguistico. È il mio lavoro. È la prima cosa che gli alunni che si affacciano alla mia scuola mi dicono. «Lo comprendo ma non riesco a comunicare».

Per fortuna l’inglese è una lingua accessibile, per il canese ci dobbiamo lavorare ancora per un po’ ma non dimenticate che oltre alle parole nella comunicazione c’è tanto altro, come la gestualità, le espressioni del volto e il tono.

Sono elementi per leggere oltre le righe, e a volte se non si è in grado di cogliere queste sfumature, anche la miglior performance di speaking risulterebbe sterile e per nulla vicina al suo reale significato.

Poi, il problema non si pone se si è in grado di leggere negli occhi andando oltre tutto, e questo vale in tutte le lingue, canese compreso.

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