Fukushima: corsa contro il tempo per evitare un oceano radioattivo

Il governo Giapponese a partire dal 2022, ha deciso di riversare nel Pacifico oltre un milione di tonnellate di acque contaminate: lo spazio per immagazzinarla si sta esaurendo

Matteo Lai One world – spazio ambiente
Andria - venerdì 12 marzo 2021
Fukushima: corsa contro il tempo per evitare un oceano radioattivo
Fukushima: corsa contro il tempo per evitare un oceano radioattivo © n.c.

Il Giappone ha previsto per il 2022 lo sversamento nell’oceano Pacifico delle acque, a suo dire, decontaminate, utilizzate per raffreddare gli impianti danneggiati nella catastrofe nucleare di Fukushima.

L’11 marzo del 2011 il Giappone settentrionale è stato colpito da un violentissimo terremoto di magnitudo 8,9 che creò uno tsunami, ovvero un maremoto, con onde alte circa 10 metri. A questo tragico quadro si è aggiunto il grave danneggiamento di 4 dei 6 reattori della centrale nucleare di Fukushima: la causa è stata naturale, ma nell’incidente sono state determinanti le responsabilità umane.

Già la posizione scelta per la costruzione della centrale è fonte di aspre discussioni: una zona costiera soggetta a tsunami, fenomeni ben conosciuti in Giappone, senza adeguate protezioni se non delle dighe frangiflutti alte poco più di 5 metri. Quando le onde di maremoto, alte più di 10 metri, hanno investito la costa, i reattori nucleari della centrale sono stati sommersi: i sistemi di sicurezza si sono rivelati insufficienti, le pompe di raffreddamento dei reattori si sono bloccate provocando una serie di esplosioni con fughe di radioattività. Indagini successive evidenziarono gravi mancanze nei controlli e nella manutenzione di vari sistemi, valvole non esaminate per anni, pezzi dei reattori non revisionati. Altra aggravante, aver accumulato all’interno della centrale stessa le barre di combustibile già usate, il tutto per ridurre i costi di gestione da parte della Tepco, la società che gestisce l’impianto. E il non aver usato da subito l’acqua di mare per abbassare la temperatura dei reattori, cosa che avrebbe però danneggiato i reattori rendendoli inservibili e comportando una ulteriore perdita economica per la società stessa.

Anche il governo giapponese ha avuto la sua parte di responsabilità cercando in diversi modi di sminuire la gravità dell’incidente.

Lo stesso governo sta discutendo da anni della gestione dell’acqua radioattiva accumulata per raffreddare i reattori giungendo alla conclusione, economicamente più vantaggiosa, di rilasciare nell’oceano più di un milione di tonnellate di acqua contaminata attualmente stoccata in un migliaio di cisterne nella centrale nucleare di Fukushima. Si tratta di acque già trattate e da cui sono state rimosse le principali sostanze radioattive ma ancora contaminate da alcuni elementi che la tecnologia esistente non può eliminare. Il principale imputato è il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno, in pratica un atomo di idrogeno con due neutroni aggiunti, che diventa pericoloso solo in grandi quantità, e di grandi quantità si tratta per le acque di Fukushima: ma chi ha fatto questa proposta, se lo farebbe un bagno in quel mare o mangerebbe un pesce pescato lì? Non credo!

Contro questa ipotesi si oppongono varie associazioni per l’ambiente ma anche pescatori e agricoltori locali che temono le ripercussioni ambientali sull’intera area geografica e un crollo della domanda di prodotti della regione. La Corea del Sud, che ancora vieta le importazioni di pesce dalla regione e Taiwan, temono che l’acqua contaminata arrivi sulle loro coste.

Secondo l’agenzia internazionale per l’energia atomica è possibile diluire le acque contaminate in modo che risultino 40 volte meno concentrate, con un processo che durerà circa 30 anni. Ma la radioattività in mare di fronte alla centrale di Fukushima risulta già essere migliaia di volte superiore ai livelli di norma, anche l’acqua potabile di Tokyo, distante più di 200 chilometri, presenta valori radioattivi doppi rispetto al normale.

L’acqua che salvò il Giappone da una catastrofe nucleare dopo il disastro di Fukushima oggi è una bomba a tempo.

Scaricare l’acqua radioattiva nell’oceano è un’azione ingiustificabile che va fermata in ogni modo, potrebbe causare un danno ambientale difficile anche da immaginare. La decisione del governo giapponese non si basa su principi scientifici o di protezione ambientale e non ha alcuna giustificazione se non quella di essere l’opzione meno costosa.

Non siamo i padroni del mondo: la natura è una realtà viva, fragile e complessa e le azioni degli uomini sono essenziali per la sua conservazione.

Che i meschini confini degli interessi di pochi non diventino errori che ricadranno sulle generazioni future, che non attacchino le immense meraviglie del mondo marino, che non mettano a rischio la sopravvivenza del pianeta stesso.

Non è necessario solo un cambiamento, serve un cambio di mente!

 

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