Memorie di Federico, III – Verso Roma

Ho ospitato uomini di scienza, letterati, geografi, eruditi e filosofi creando, intorno a me, un’atmosfera eccezionale, che ben si conciliava, sul piano politico, al mio progetto

Domenico Tangaro Capire la Puglia
Andria - venerdì 02 aprile 2021
Memorie di Federico, III – Verso Roma
Memorie di Federico, III – Verso Roma © Domenico Tangaro

C’è, in queste residenze, l’eco dei solacia palermitani, anche se la natura circostante, in Puglia, ha altri colori, luci, profumi. Alla Cuba e alla Favara mi sono ispirato per la domus di San Lorenzo in Pantano, con il vivarium, alimentato dall’acqueductus e con il parco recintato popolato da animali. In particolare, il palatinum di Foggia l’ho ipotizzato con un impianto architettonico aperto e un porticato che lo pone in diretta comunicazione con l’ambiente naturale.

Nelle miniature del De arte venandi, che ho fatto disegnare, ricorrono numerose immagini di edifici porticati, palazzi fiancheggiati da una o due torri che sembrano rinviare alle ville rustiche esistenti sul mio territorio. Nelle stesse miniature sono disegnate le dimore dei falchi, domus, riservate all’allevamento dei nobili animali.

Nel mio trattato ho voluto raccontare l’uomo nell’ambiente geografico della Puglia e, nello specifico, della Capitanata, dove l’ho pensato e scritto, e componendo l’opera ho voluto dargli un valore universale, adatto a tutti gli habitat ma ispirato ad uno in particolare, e le miniature relative agli uccelli del manoscritto, aprono, in aggiunta, un piano di lettura dell’opera ancor più legato all’ambiente e alla natura complessiva della Puglia.

Gli splendori delle residenze imperiali che ho costruito hanno un legame intimo tra l’edificio, il paesaggio, l’arte e la natura, ed hanno costituito la caratteristica della mia cultura arabo-normanno-sveva. Il mio interesse è stato conoscere ed indagare la natura, essenzialmente studiando i luoghi, l’architettura, il paesaggio, gli animali, dei quali ho voluto far eseguire rappresentazioni aderenti al vero; immagini ancora poco note e meritevoli di attenzione. Esse trasmettono la passione di un attento ricercatore dei fenomeni naturali e dell’armonia che li circonda sulla terra.

A questi fenomeni naturali ho dedicato tempo e attenzione avendo una Corte ed un ambiente culturale vivacissimo intorno a me, soprattutto per quanto concerne l’interesse verso le scienze e la natura.

In Puglia sono stato agevolato dalla piana della Capitanata e dalle colline intorno ad essa. Il vento lì è padrone del cielo; crea cieli tersi unici, permettendomi d’osservare, in tutte le stagioni, un cielo notturno di un blu intenso costellato di stelle.

A Palermo, a Corte, si parlava latino, greco e arabo. Pietro da Eboli esaltò tale condizione scrivendo sulla città questa frase: urbis felix popolo dotata trilingui. Tre culture e tre idiomi che caratterizzarono un momento di assoluto splendore nella storia della cultura europea del momento. Quella dimensione l’ho trasferita nel mio ambiente, dove circolano le nuove teorie nei diversi ambiti del sapere, prime tra tutte quelle sulle scienze e sulla natura, sia quelle elaborate in Occidente che in Oriente.

Ho ospitato uomini di scienza, letterati, geografi, eruditi e filosofi creando, intorno a me, un’atmosfera eccezionale, che ben si conciliava, sul piano politico, al mio progetto, lucido e strenuo, a difesa dei miei privilegi e del mio potere che auspicavo essere assoluto.

Questo punto di vista non mi ha distolto dall’attenzione particolare per i metodi sperimentali, suggeriti da un modo di concepire le scienze naturali fondate non solo sulla tradizione, intesa come conoscenza del passato, ma anche sulla diretta osservazione dei fenomeni e sulla loro costante verifica. Di ciò è stata grande maestra, la Hippocratica civitas, la città di Salerno di Pietro e Grimoaldo di Adelferio, Alfano, Maraldo e Garioponto.

Una frase di Guglielmo di Conches ha sintetizzato il mio pensiero in quel preciso momento storico: “…Quanto juniores, tanto perspicaciores…” nel suo commento, questa frase compendiava le felici intuizioni della scienza formulate da parte delle promettenti generazioni di studiosi laici che dettero vita al “moderno” movimento scientifico. I moderni, secondo me, sono in grado di capire più degli antichi, semplicemente perché gli antichi disponevano solo dei testi da loro composti; noi moderni possiamo consultare i loro testi e, in più, tutti quelli composti dall’inizio sino ai giorni nostri. Per questo motivo capiamo di più, ma ciò non significa che sappiamo di più.

A tal proposito Guglielmo di Conches mi ripeteva sempre la famosa metafora di Bernardo di Chartres: “Noi siamo come il nano sulle spalle del gigante. Egli vede più in là del gigante non grazie alla propria statura, ma a quella del suo sostegno” ed il suo punto di vista, ha guidato gli studiosi laici della mia Corte, verso l’indipendenza intellettuale.

Stavo assistendo, oltrechè ad una rinascita intellettuale, anche ai prodomi di una moderata e significativa rivoluzione tecnologica credendo, supposizione fondamentale per tutto il pensiero razionale, nella dignità e nella intelligibilità dell’uomo, della natura e del rapporto armonioso tra essi.

Scienza applicata alla natura e nuova idea della natura, collimavano.

Segue - Parte quarta

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