Il “cat-calling” non è un complimento, ma una grave molestia

Non c’è alcun complimento se non  permesso dalla donna attraverso il consenso. Ogni atto di questo tipo che avvenga senza il consenso è molestia

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Andria - venerdì 16 aprile 2021
Il “cat-calling” non è un complimento, ma una grave molestia
Il “cat-calling” non è un complimento, ma una grave molestia © n.c.

* Articolo di Gabriele Losappio

Nella società in cui viviamo c’è un problema di fondo, uno dei tanti: c’è la pretesa di avere un’opinione su tutto, e quando quel determinato argomento non ci riguarda, lo denigriamo come se non avesse alcuna importanza, alcuna conseguenza con chi invece è protagonista, o vittima, di una specifica vicenda.

In queste settimane c’è stato un tema che ha chiamato l’attenzione un po’di tutti, per le assurdità che sono state pronunciate e le conseguenti reazioni che ne sono suscitate: il “cat calling”. L’espressione fa riferimento ad una serie di atteggiamenti di molestia che avvengono per strada, che consistono in fischi, commenti denigratori, apprezzamenti (che in realtà non lo sono affatto) verbali non consensuali, e il cui nome rimanda proprio al verso del gatto. Si diffonde con questo significato a partire dal 2013, ma nel 2019 si è esteso alla stampa internazionale dopo che Ruth George, una studentesse di 19 anni, venne uccisa da Donald Thurman, uno sconosciuto che confessò di aver commesso il reato perché la ragazza si era rifiutata di parlare con lui, dopo continui commenti sul suo corpo e delle avances, chiaramente, non gradite. È una vera e propria forma di violenza, commessa per lo più da uomini sconosciuti nei confronti di donne giovani, soprattutto quando queste sono sole. Molte di loro sono vittime di questi episodi, non isolati, in età adolescenziale, provocando forti traumi che ne segnano la crescita. In Italia Il tema è tornato alla ribalta sui social dopo lo sfogo di Aurora Ramazzotti, che durante una corsa ha ricevuto dei plateali fischi a causa del suo abbigliamento sportivo, come se l’outfit rappresentasse un incentivo a subire violenza. Alle sue parole di incredulità è seguita la risposta di un individuo che non è di certo noto per la sua capacità di comprendere i problemi a lui lontani: è conosciuto come “Er Faina”, e può tristemente vantare oltre un milione di followers. Quest’ultimo si è scagliato contro la donna rivendicando il suo presunto diritto di rivolgere dei fischi e delle lusinghe al fisico di una ragazza che cammina per strada, urlando tutto il proprio compiacimento. A sua detta, questo atteggiamento non rappresenterebbe altro che un complimento, per cui non causerebbe alcun problema o alcun danno nei confronti della vittima.

Ora, al di là della risposta insulsa che merita un’analisi per capire davvero in cosa consista il “cat calling” e del perché è una forma di violenza, è bene comprendere un’altra questione. Ci sono problematiche su cui è bene non intervenire, non perché non si ha il diritto di far sentire la propria voce, ma perché abbiamo il dovere di ascoltare per prime quelle persone che certe questioni le subiscono quotidianamente. Non potremo mai comprendere quanto preoccupanti siano queste azioni senza prima confrontarci con chi ha subito e continua a subire; così facendo si provoca un circolo vizioso in cui le vittime continueranno a essere derise e inascoltate e i carnefici ad essere appoggiati.

Vedere una donna che cammina per strada e iniziare a fischiare,  urlare dei commenti sul fisico o sull’abbigliamento, pedinarla facendo la sua stessa strada, fermarsi vicini con la propria auto per offrire un passaggio: tutte queste azioni non rappresentano una positiva ammirazione nei  suoi confronti, ma uno degli infiniti atti che oggettificano la donna e la riducono a merce del proprio potere di possedimento. Se la società ci insegna che l’uomo riveste un ruolo di superiorità nei confronti della donna, quest’ultima diventa il mezzo per raggiungere il fine del primo. E quindi poco importa se si è sconosciuti, se non si ha il consenso dalla sua parte, se si sente minacciata; la tradizione descrive e prescrive questo, quindi agli occhi del reo sembra tutto regolare.

Se solo ci rendessimo conto della pericolosità dei gesti, concepiremmo la natura del fatto: una ragazza che cammina sola per strada, magari di sera, accelera il passo, per timore di incontrare qualcuno, evita le strade buie, si sente costretta a chiamare qualcuno per ricevere rassicurazioni. Se tutto va fortunatamente bene, e la casistica non è a suo favore, torna a casa senza aver ricevuto intimidazioni da parte di un uomo. Altrimenti riceve un trauma che la influenzerà per molto; si sentirà costretta a non indossare particolari capi, tornerà prima, non camminerà più da sola, magari smetterà anche di uscire per avere una certezza in più. Sarà influenzata nel quotidiano per un’azione che lei non ha commesso, per una colpa che lei non ha. Probabilmente avrà difficoltà a parlarne, in quanto i gesti subiti verrebbero ridotti a un semplice “lascia perdere, non è nulla di che”, non verrebbe creduta, o verrebbe punita per il suo modo di vestire considerato troppo provocante. Davvero dobbiamo ancora permettere tutto questo?

Il problema è ancora una volta culturale, patriarcale. Il fenomeno del “cat calling” non solo non viene criticato, poiché non visto come un problema, ma anche in molti casi idolatrato; la oramai obsoleta comicità italiana è colma di scene in cui l’italiano medio passa con la sua vettura davanti ad una sconosciuta, col suo fare da maschio alfa, pronunciando frasi non richieste e deridendola in caso di non compiacimento. È un qualcosa che è stato inculcato ed è alla base, oltre che a questa priamide di subordinazione tra i sessi, anche della cultura dello stupro.

Non c’è alcun complimento se non è permesso dalla donna attraverso il consenso, e ogni atto di questo tipo che avvenga senza il consenso è molestia. E chi sostiene l’ideologico movimento del “non si può dire più nulla” dimentica che le parole hanno un peso e devono essere pronunciate con rispetto, dignità, contesto.

E smettiamola di pensare che questo non ci riguardi: la nostra città non è altro che uno dei tanti teatri in cui si consuma questo inenarrabile spettacolo di ignoranza e violenza: insulti di stampo sessuale, minacce in caso di mancato appagamento, fischi, rumori di baci, palpate non consentite. Non è raro trovare gruppi di ragazzi che, quasi agendo in branco, si organizzano per rendersi protagonisti di queste orride scenate, per poi utilizzarle come vanto con i propri amici.  Li abbiamo visti anche nelle nostre strade, nelle nostre piazze, e magari abbiamo anche deriso chi, con le lacrime agli occhi, ce le ha raccontate, sperando di essere difesa e sentirsi più sicura. Tutto questo continuerà a succedere se chiudiamo gli occhi e ci tappiamo le orecchie ad ogni episodio.

Quindi ricominciamo: il “cat calling” è una molestia. L’abbiamo definito: ora continuiamo a combatterlo.

 

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I commenti degli utenti
  • Compaesano ha scritto il 16 aprile 2021 alle 16:12 :

    Ovviamente, a parti inverse, tuttapposto! Concetto tossico e malato del termine "parità di genere". Rispondi a Compaesano

    Gabriele ha scritto il 20 aprile 2021 alle 07:53 :

    Ciao. È il solito discorso che si fa per delegittimarsi dal problema. È chiaro che è un problema anche a ruoli inversi. Ma basta vedere i numeri per capire che è soprattutto una questione maschile nei confronti delle donne, per motivi storici e culturali. E poi non credo proprio che nella società in cui viviamo se un ragazzo decide di indossare gli shorts gli viene dato del poco di buono, no? Un abbraccio. Rispondi a Gabriele