Perché il pride è di tutti e per tutti

52 anni di lotta per il diritto più importante, essere se stessi

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 04 giugno 2021
Pride
Pride © n.c.

Anche quest’anno, come ormai da tradizione, inizia il mese del Pride. Un mese ricchissimo di eventi, incontri, manifestazioni e tanto altro ancora. Il tutto con l’obiettivo di continuare a diffondere il concetto di libertà di essere che sempre più persone trovano il coraggio di rivendicare, soprattutto laddove essere se stessi non è ancora un diritto riconosciuto. Dall’altro lato però questo momento di divulgazione importante è accompagnato dalle solite critiche, rivolte all’inutilità della manifestazione, alla “scostumata bizzarria” di queste occasioni, da una parte considerata un inutile spettacolo eccentrico.

Al di là delle critiche negative che vengono poste in merito, ci sono delle ragioni ben precise riguardo la sua esistenza, storiche e sociali. Ci troviamo negli Stati Uniti a fine anni 60; sono anni di mobilitazione. Le minoranze aumentano la risonanza delle proprie voci rivendicando i loro diritti, quelli dei neri, delle donne, di tutte le persone non bianche privilegiate. E oltre queste categorie continuamente sfruttate oramai stanche delle sistematiche violenze subite, anche gay, lesbiche e trans iniziano a farsi sentire. Sino a quel momento la polizia aveva piena libertà di commettere azioni repressive, anche senza alcuna giustificazione apparente. Ma, il 28 giugno 1969, un episodio stravolge le “carte in gioco”. La sera di quel giorno, nel locale Stonewall Inn di Manhattan, abitualmente frequentato dalla comunità LGBT, la polizia stava effettuando una delle solite irruzioni ormai divenute di routine. Quel giorno accade qualcosa di diverso: chi frequentava quel locale decide di reagire, di mobilitarsi. Non ne poteva più delle repressioni: da lì iniziavano i cosiddetti “moti di Stonewall” che avrebbero dato un impulso maggiore alla lotta per i diritti civili. Una minoranza che sino a quel momento era stata costretta a nascondere la propria identità per integrarsi nel tessuto sociale, adesso non vuole più nascondersi. Ed è proprio qui che si inserisce il termine “pride” che significa “orgoglio”; quell’orgoglio di vivere la propria libertà, superando finalmente la distinzione tra un “normale” e un “diverso” che sono delle pure invenzioni illusorie per giustificare una presunta superiorità. Un orgoglio che viene quotidianamente dimostrato, nonostante i perenni tentativi di oppressione, e che nel mese di giugno diventa un’occasione per manifestare gioia e urlare al mondo.

Se già da un lato l’essere “eccentrici” non dovrebbe essere un problema, dall’altro si spiega il motivo per cui durante questi attimi di celebrazione si mostra un carattere così forte: il pride nasce anche con l’obiettivo di provocare, di mostrarsi alla realtà con colori che simboleggiano e sprigionano il desiderio di essere finalmente “io”, rifiutando di indossare le maschere imposte.

Tuttavia, non tutti sono ancora consapevoli di questo aspetto. C’è per molti la convinzione che accettare la libertà altrui rovini gli altri, i propri figli (anche chi figli non ne ha), e che limiti la loro, semplicemente perché differente. Festeggeremo il pride in un momento in cui quotidianamente assistiamo o ascoltiamo notizie di violenze, aggressioni, pestaggi, insulti discriminatori con auguri di morte inclusi. Tutti hanno la stessa aggravante, ossia la discriminazione dell’orientamento sessuale, del genere, dell’identità. Abbiamo sentito di coppie picchiate perché si stavano tenendo per mano, abbiamo assistito alla tragedia emotiva di una ragazza cacciata di casa dai propri genitori perché lesbica. Siamo ogni giorno spettatori passivi di fronte a notizie che mettono in luce un aspetto: l’omofobia esiste ed è presente in maniera radicata tra di noi. le vittime diventano tali non perché sono “diverse” o perché si rendono “ridicole”, ma semplicemente perché sono quello che hanno deciso di essere. Come possiamo quindi sradicare queste radici costruendo un modello in cui esprimere la propria identità non diventi un movente?

In questo contesto non si può non considerare l’importanza dell’approvazione del ddl  Zan. La proposta di legge presentata dal deputato del partito democratico Alessandro Zan, nasce come idea di estensione ad una legge già presente nel nostro ordinamento, ossia la legge Mancino. Se quest’ultima condanna tutte le discriminazioni razziali ed etniche, questa proposta includerebbe quelle basate sul sesso, sul genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere, e la disabilità. È difficile comprendere come una legge simile possa andare incontro a delle critiche così nette. Questo perché una legge che punisce chi violenta, discrimina o istiga alla violenza, non limita la libertà di nessuno, ma anzi aumenta e rende legittima quella di chi quelle violenze le subisce per il semplice fatto di esistere. Non uccide la libertà d’espressione, non è inutile perché c’è già la legge Mancino, non legittima la pratica dell’utero in affitto, non renderebbe i nostri figli stupidi. Sono tutte invenzioni di propaganda che hanno l’obiettivo di continuare a mostrare la propria superiorità, per continuare ad esercitare il proprio presunto ruolo di maggioranza. È una lotta che viene fatta da ci ha paura di perdere il ruolo di superbia, o forse la paura di diventare perseguibili proprio a causa della sua approvazione. E di dichiarazioni, di gesti che lo dimostrerebbero ne abbiamo visti diversi. Ed esistevano già prima che Fedez le portasse alla luce. Lottare per una libertà che in realtà dovrebbe già essere insita nell’individuo non limita quella di nessuno, ma punisce chi usa la propria libertà per opprimere l’altro, per imporre un’ideologia basata sul nulla, se non su un desiderio di pavoneggiare il proprio egoismo. L’approvazione di questa legge sarebbe solo il primo passo. C’è bisogno di un sistema educativo che sin dalla piccola età insegni a rispettare il prossimo in tutte le sue forme ed apparenze. Un sistema che aiuti a comprendere come non esista una sola famiglia ma che quest’ultima esiste nella misura in cui un figlio o una figlia ricevano l’amore di cui hanno bisogno per crescere, benché l’istituzione della Chiesa, ben diversa dalla fede, cerchi di ostacolare questo pensiero comune. Un sistema che promulghi il desiderio di liberarsi dalle catene di una tradizione malata e obsoleta. Combattere l’omotransfobia non significa promulgare l’eterofobia. Esiste un gay Pride perché chi ci partecipa è diventato vittima di un atto discriminatorio semplicemente respirando. Non esiste un Pride per gli etero perché nessuno ha mai usato violenze o discriminazioni nei confronti di qualcuno per il solo fatto di essere etero. Nessun tentativo di sbilanciare ulteriormente il disequilibrio di privilegi e diritti, ma piuttosto di raggiungere una cima di eque possibilità da vivere e condividere insieme.

Perciò, quando in questo mese vediamo simili manifestazioni, vediamo questi colori, vediamo musica, vediamo persone che vanno per strada felici, anziché gridare allo scandalo chiediamoci il motivo per cui, nel 2021, c’ è ancora la necessità di far sentire la propria voce per una conquista che dovrebbe già appartenere con la nascita. Quando assistiamo al prossimo episodio di violenza omotransfobica non poniamo l’attenzione su cosa la vittima stava facendo, ma chiediamoci piuttosto perché il reo si senta legittimato ad assumere quell’atteggiamento così crudele.

E magari aggiungiamo colore all’arcobaleno. Per fare in modo che “l’orgoglio” diventi normalità.

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