Cosa resterà di quest’anno scolastico

Tra DAD, didattica integrata, didattica mista: un luogo dove non c’è spazio per le qualità umane

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 11 giugno 2021
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aula © n.c.

Volge ormai al termine anche quest’anno scolastico, sebbene sia piuttosto complesso considerarlo uno come tutti gli altri. Con buona probabilità è stato uno dei più estenuanti, soprattutto per chi si è trovato a coincidere con la fine del proprio percorso.

È difficile fare valutazioni che siano ampiamente positive riguardo a come l’anno sia trascorso. La situazione è stata molto eterogenea, anche seguendo l’andamento della pandemia nelle varie regioni. Ciò che più si pone davanti agli occhi, tuttavia, è un apparato che ha dimostrato tutte le sue fragilità e che anzi, in una situazione di crisi le ha messe maggiormente in evidenza.

È chiaramente scontato dire che aver vissuto la scuola in pandemia ma in un’era tecnologicamente avanzata sia stata una manna dal cielo. Questo aspetto ha infatti garantito la possibilità di offrire un’educazione soppesando i limiti delle restrizioni, potendo salvare un minimo la baracca.

Dall’altro lato però aver rinunciato ad un luogo di incontro fisico che annullasse in qualche modo tutte le problematiche individuali ha inevitabilmente messo in luce, accentuandole, tutte quelle differenze sociali che la scuola dovrebbe invece impegnarsi a ridurre, o che quantomeno dovrebbe fare in modo di non usare come metro di paragone.

In un anno di DAD o di didattica mista si è assistito ad uno spettacolo piuttosto triste: a inizio anno scolastico i fondi stanziati per sopperire al problema del “digital divide” non sono stati sufficienti. Le scuole che hanno potuto offrire dispositivi o schede agli studenti hanno solo potuto limitare i danni, ma non eliminarli. Questo perché diversi ragazzi che vivono in zone periferiche non hanno una copertura sempre sufficiente. E così diverse volte durante l’anno hanno avuto difficoltà nel connettersi, nell’avere una connessione stabile per tutta la durata della videolezione. Se quindi si cercava di evitare questa spiacevole incombenza tornando a scuola, la didattica mista è stata un totale disastro: i docenti spesse volte non sono riusciti a gestire la lezione tra chi era in presenza e chi si collegava da remoto, specialmente a causa della scarsissima qualità di connessone di molti apparati studenteschi.

In poche parole: questa soluzione ha aumentato le disuguaglianze, come se la responsabilità di una minaccia mondiale dovesse ricadere su chi già non si crogiolava nel benessere prima che arrivasse. Significa che viviamo in un sistema che fa fatica ad includere, forse perché non è neanche molto interessato nel farlo. Anche perché la scuola è politica, dipendendo completamente da essa. Meno investe nella scuola e in iniziative di qualità e di inclusione, meno risulta efficace e anzi si trasforma in uno strumento che mette ancor più in risalto le disparità.

Inoltre la componente psicologica è stato un dato di cui nessuno ha voluto tener conto, ma che è stato funesto e che la scuola stessa, in molti casi, ha peggiorato. La parte umana, relazionale, è venuta meno; la parte dedicata all’esigenza della prestazione è rimasta la stessa, forse persino cresciuta. La scuola si è così ridotta ad un concorso, ad una robotica mattinata di nozioni spiegate di fretta con solo il tempo di un saluto passivo. Si è tenuto conto del Covid solo quando se ne parlava per il colore della regione. Chi ne è stato colpito, anche per lungo tempo, ha dovuto continuare inesorabilmente a farsi trascinare in una corrente di lezioni apatiche. Si è dovuti correre. Poco importa se molti hanno perso un caro o rischiato di perderlo. Meno ancora importa se i disturbi mentali in questo anno di tutto e di nulla sono gravemente progrediti. Nulla importa se gli studenti chiedevano di fermarsi per respirare e invece si sono ritrovati impreparati a dover essere preparati.

Abbiamo quindi visto studenti interrogati mentre venivano obbligati a parlare bendati, genitori che intervenivano per difendere i figli insultati dal docente, ragazzi penalizzati per la scarsa partecipazione quando per lunga parte dovevano condividere il proprio dispositivo con il resto della famiglia perché serviva anche a loro, magari in un luogo dove la connessione va e viene.

Insomma, nessuno ha tenuto conto dell’incapacità mentale di affrontare una situazione molto più grande delle persone stesse. Il risultato è che un sistema che già di per sé era molte volte ridotto ad una competizione tra automi, quest’anno è diventato egli stesso un automa che istruisce a sua immagine e somiglianza.

La qualità umana ha smesso di esistere, di essere presa in considerazione. L’esigenza di arrivare a tutti si è modificata in un obbligo di concludere la pagina. Il voto, che è sempre e da sempre un modo convenzionale per esercitare l’autorità basata sulla valutazione di una qualità non d’animo ma meccanica, è divenuta la rottura definitiva di un impianto che non sa adattarsi alle nuove generazioni, perché spera di essere lei stessa a far adattare loro.

E in questo marasma non va dimenticato che l’inserimento del curriculum dello studente è un aberrante tentativo di sottolineare la capacità del ragazzo di “fare altro” nella vita oltre allo studio; aberrante perché rimarca in grassetto le differenze sociali tra chi possiede e chi non può, tra chi ha potuto fare  esperienze e chi ha dovuto fare sacrifici; tra chi ha vissuto un anno e mezzo di pandemia con alle spalle una situazione finanziaria solida e chi invece ha sperato di non soccombere.

La soluzione a questo non è attendere la fine della pandemia o appellarsi a iniziative private. Meno lo Stato interviene in maniera diretta in questi contesti, più pericolosa sarà la minaccia anche dopo aver finito di colpire.

Così magari analizzando la vicenda dalla nostra esperienza, dalle nostre sofferenze, si smetterà di disegnare l’ideale del ragazzo pigro che non vuol far nulla della vita. D’altronde, molti di noi stanno studiando per un futuro stipendio senza tutele da 400 euro, a tempo determinato, se tutto va bene. Molti altri non verranno selezionati ad un colloquio presso un’azienda che cerca giovani con esperienza perché sono troppo giovani per aver fatto esperienze.

Usate gli occhi di chi dovrà vivere il futuro per guardare la realtà con occhi giusti: sarà più semplice capirci e aiutarci.

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