Condotte alimentari tra disturbo e scarso riconoscimento

“Ero nel bel mezzo di una guerra: io contro me stessa”

Marilù Liso Una finestra su Ben-essere
Andria - venerdì 26 novembre 2021
Condotte alimentari tra disturbo e scarso riconoscimento
Condotte alimentari tra disturbo e scarso riconoscimento © n.c.

Sempre più l’attenzione alla forma fisica, alla ricerca ossessiva di alimenti sani (ortoressia), alla scoperta di una dieta che ci faccia sentire in perfetta forma, rendono labili i confini tra ciò che non è dannoso per la salute e ciò che si caratterizza come un disturbo.
Il controllo del peso, il controllo ossessivo dei cibi e delle loro quantità, lo specchiarsi continuamente, oggi sostituito dai selfie, si uniscono a tanti altri segnali, come quello di vomitare o l’uso di lassativi o, ancora, un’attività fisica spasmodica (vigoressia) che mira esclusivamente ad accelerare la perdita del peso ponderale. A tutto questo aggiungiamo “il peso” delle emozioni, legato alla difficoltà di esprimerle.
Stiamo parlando dai disturbi del comportamento alimentare, l’anoressia o la bulimia o il disturbo da alimentazione incontrollata.

Riconoscere un disagio spesso deve prima di tutto partire dal combattere la negazione dello stesso che ci rende miopi o ciechi. Troppo spesso il problema viene minimizzato, riducendo per esempio il dimagrimento eccessivo ad una temporanea crisi adolescenziale. Tutto questo però può costare tempo prezioso.
Il disturbo interessa maggiormente donne in età adolescenziale o giovanile, ma non ne sono esentati maschi o donne in età ben oltre l'adolescenza, anche se atipica, oggi la si osserva anche in età adulta. Molto spesso i confini della diagnosi si allargano, ma non si svaniscono. Intervenire tempestivamente è fondamentale per ridurre al minimo tutte le conseguenze che purtroppo ne derivano. Si crea una sorta di corto circuito tra corpo, cibo e mente. Come intervenire allora?

Intervenire a supporto, sicuramente, questa è la strada. Nella nostra pratica clinica avere il giusto tempo per non sentirsi minacciati dal peso che va al di sotto della norma, dalle complicanze organiche che ne conseguono,  ci consente di impostare un lavoro su misura che tenga dentro tutta la famiglia sempre.  I rapporti con i genitori sono spesso gestiti con reazioni fortemente irritanti, i familiari percepiscono la propria figlia/o come un orribile tiranno, sempre pronto a giudicarli, a punirli e a metterli l’uno contro l’altro, lì dove ci sono già problematiche di coppia.

Nella nostra pratica clinica non è infrequente sentirsi dire dai genitori “ non è più nostra figlia, non la riconosciamo più”. Anche il contesto sociale e amicale, con cui la persona condivide la vita relazionale è importante che venga coinvolto, ammesso che una vita relazionale riescano a conservarla ancora, dato l’isolamento in cui spesso si chiude chi ne è affetto. Per intenderci, contemporaneamente alla famiglia, gli amici sono attori protagonisti del copione,  perché imparino come presidiare senza giudicare, guidare senza sentirsi fuori luogo, magari senza un luogo, perché comprendano come entrare in questo mondo esclusivo, escludente e totalizzante.

I risultati di un buon lavoro psicoterapico e medico, magari con inserimento di una valida terapia farmacologica dove necessaria, si uniscono sempre alla presenza del nutrizionista che accompagna il paziente nel viaggio di riscoperta del cibo come qualcosa di non nocivo.
Si tratta di un importante lavoro sistemico che tende ad occuparsi, oltre che del paziente, anche delle dinamiche familiari “disfunzionali”, permettendoci di andare oltre l'anoressia o la bulimia, sottolineando sempre e comunque che nessuno dei familiari deve sentirsi la causa della malattia stessa. Non ci serve un colpevole, ci serve un aiuto da parte loro.
I risultati sono, nel nostro lavoro di equipe quotidiano, molto buoni se si recupera un lavoro di sistema e se con la famiglia, con tutti i suoi pregi e difetti, si individua repentinamente il modo di “unire le forze” per aiutare la propria figlia/o. Quando la paziente designata entra  finalmente in area salva, nella nostra attività clinica diventa per noi una sorta di co-terapeuta, una super esperta, perché nessun altro può farlo meglio.

«Non riesco a parlare, non riesco neanche a muovere le labbra per poterlo fare, ma dentro ho un terribile mostro che strilla e io mi sento in guerra» , questo ci rivelò una paziente che adesso è una splendida mamma serena. E si, perché quel mostro siamo riusciti a combatterlo insieme a lei. Non ci sono mai certezze nel nostro lavoro, forse è questa l’unica certezza! Prendersi cura, però, della persona in tutta la sua totalità, prima ancora che della sua malattia, ci permette di vincere sempre, come diceva Patch Adams. 

articolo scritto in collaborazione con il dott.  Saverio Costantino Psicologo - psicoterapeuta

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • Angela Magliocca ha scritto il 28 novembre 2021 alle 21:40 :

    Si cominciano ad abbattere quei primi mattoni che avevano creato il buio. Si comincia a vedere la luce di una rinascita. Si comincia a conoscere una parte di se stessi, soffocata dalla sofferenza. Si comincia a piacersi e a volersi bene. Si a VOLERSI BENE. Ad amare tutto il bello che si ha dentro, ad imparare a donarlo a se stessi e agli altri. Si comincia a costruire un nuovo muro. Questa volta però sarà il muro che isolerà il mostro, togliendogli il potere di tener in pugno. Bisogna aggrapparsi ad un sogno, alla speranza, alla forza di volontà per diventare più forti del male. La fragilità deve diventare l'arma migliore. La resilienza sarà la strada giusta per tornare a vivere. Rispondi a Angela Magliocca

  • Angela Magliocca ha scritto il 28 novembre 2021 alle 21:39 :

    Ma ad ammetterlo ed accettarlo diventa difficilissimo. Qualcuno si sottrae, qualcun'altro dice che non è in grado di dare aiuto. Qualcun'altro ancora si rifiuta di vedere l'origine del problema. Famiglia ed amici ti fanno sentire ancor più solo. Si é troppo ''impegnativi''. Gli altri non sanno come approcciarsi, difronte a qualcosa di cui si sa poco, quanto niente. In farmacia non esiste un farmaco che curi il ''male dell'anima''. Così ci si ritrova seduta dopo seduta, col proprio psicoterapeuta che diventa l'unica speranza di guarigione. L'unico capace di abbattere un muro tirato su, mattone dopo mattone, dolore dopo dolore, per nascondersi dentro se stessi. Comincia la guerra contro un mostro astuto e tanto forte. Ha inizio così, un cammino verso la scoperta di se stessi. Rispondi a Angela Magliocca

  • Angela Magliocca ha scritto il 28 novembre 2021 alle 21:36 :

    o dal troppo cibo continuamente rigurgitato. Allora lì la paura compare, come se prima non ci fosse nessun problema di cui temere. E siii... I mali interiori, sono ancora troppo sottovalutati rispetto ad un male fisico. Chi ha una malattia del corpo, ha un esercito intorno a prendersi cura di lui. Invece chi soffre dentro, grida senza voce, non viene visto e si consuma piano pieno. Quando poi magari si riesce a chiedere aiuto o a confidarsi, intorno si crea il vuoto. Troppo grande il peso di una malattia ''mentale''. Come si fa a reggerla e a sostenerla? Quando si comuncia un percorso di psicoterapia, si pensa che il problema sia solo di chi lo vive in prima persona. Invece ben presto, ci si accorge che la famiglia è coinvolta tutta e che spesso é causa o collusa con il male. Rispondi a Angela Magliocca

  • Angela Magliocca ha scritto il 28 novembre 2021 alle 21:30 :

    Oppure si mangia così tanto, per colmare il vuoto. Ed intanto il tempo passa, si sopravvive, sforzandosi di mostrare agli altri solo una parte, quella ancora viva ma che pianpiano tende a morire anch'essa. Il mondo interiore è nelle mani del male che inizia ad emergere negli occhi spenti, nel viso triste, su un corpo che comincia a non avere più forme. Ed allora magari, qualcuno si accorge che forse c'è qualcosa che non va. ''Come stai?'' ''C'è qualche problema?" A queste domande una sola risposta. ''No, tutto bene''. Una bugia portata avanti per non ammettere di avere davvero un problema. Chiedere aiuto diventa difficile, anche perché spesso si é convinti di poter risolvere tutto in solitudine. Poi, cominciano a presentarsi i primi malesseri fisici, causati dalla mancanza di cibo Rispondi a Angela Magliocca

  • Angela Magliocca ha scritto il 28 novembre 2021 alle 21:26 :

    Proprio così, una continua lotta per essere visibili soprattutto a se stessi. I disturbi alimentari sono un male, capace di nascondersi per anni senza che nessuno se ne accorga ed intanto chi ne soffre diventa prigioniero di un mostro interiore che prende possesso della sua mente e del corpo. Il cibo diventa un alleato perfetto per riempire i vuoti dell'anima. Alleato di chi? Però mi chiedo. Alleato della persona che si rifugia nel cibo per compensare a delle mancanze, per non pensare ad un dolore o alleato del male che sempre di più si annida dentro e diventa un mostro che annulla ogni tentativo di tornare a vivere? Privazione o esagerazione. Anoressia o bulimia, due facce della stessa medaglia. Ci si punisce, non mangiando, per cercare attenzioni. Rispondi a Angela Magliocca

    Marilù Liso ha scritto il 29 novembre 2021 alle 22:46 :

    Grazie Angela per questo tuo commento così vero. Ogni tua parola traccia un'emozione e una sofferenza tangibile. La rinascita non è mai una cosa impossibile. Rispondi a Marilù Liso

    Angela Magliocca ha scritto il 30 novembre 2021 alle 18:30 :

    La speranza è quel faro che illumina il buio. Grazie dottoressa Marilù Liso. Rispondi a Angela Magliocca

    Saverio costantino ha scritto il 29 novembre 2021 alle 22:35 :

    Angela penso che il tuo commento valga più del nostro articolo...quanto è importante la testimonianza grazie davvero sento di non aggiungere nulla ma di rileggere tutto Rispondi a Saverio costantino

    Angela Magliocca ha scritto il 30 novembre 2021 alle 18:34 :

    Grazie dottore per indicarmi la via verso il sole. Rispondi a Angela Magliocca

  • Saverio costantino ha scritto il 26 novembre 2021 alle 21:12 :

    Ovviamente il.lavoro con ogni contenuto che sia di natura psicologica non può prescindere da una logica e metodologia sistemica ... Rispondi a Saverio costantino

Altri articoli
Gli articoli più letti