Un pesce fuor d'acqua

Mentre chi mi precede mi insegna a dover essere, io sto imparando a voler essere

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 10 dicembre 2021
BoJack Horseman
BoJack Horseman © n.c.

C'è sempre stato un posto nel mondo in cui sentirsi finalmente se stessi, oltre tutte le imposizioni quotidiane.

Anche se questo posto non ha mai realmente avuto sfumature “reali”, non significa che fosse incompatibile con la realtà. Magari era solo euforia del momento, desiderio di fuggire, di partire. Perché a volte per conoscersi è necessario correre un po' via, scivolare dalle abitudini comuni e costruite in 19 anni di esistenza.

L'obiettivo principale è inseguire qualcosa: una laurea sì, un lavoro magari; per quelli come me è diventato questo il sogno, la banalità del normale; anche se chiariamo, questa narrativa che gioca ancora sul lavoro che nobilita l'uomo e usarlo come scusa per dimenticare le relazioni umane non va molto di moda ormai, per fortuna. Un po' come se il normale non dovesse più appartenerci, come se ci fosse sfuggito dalle mani per un errore non commesso. Il moderno peccato originale insomma.

Ma con tutta questa voglia di inseguire l'obiettivo si perde il gusto della meta, e anche del viaggio.

Non sono Ulisse, intendiamoci: la mia Itaca è a tre ore di distanza da dove sono nato e cresciuto. Nonostante questo mi sento in un nuovo mondo. Forse il nuovo mondo dove per la prima volta mi sento di appartenermi. E non perché prima mi si facesse mancare qualcosa (mi sento la persona più fortunata del pianeta), ma forse ero io a far mancare qualcosa a me stesso.

La chiamano "comfort-zone". Un termine internazionale figo per ricordarti che da questo termine comunque ci devi uscire altrimenti ti fa male rimanerci. Se avessero usato un linguaggio più noioso sarebbe stato più facile.

E quindi il senso di questo percorso supera ogni tipo di traguardo materiale, e lo percepisco negli sguardi di tanti altri come me. Ogni storia, ogni parola, ogni scelta come questa, ha un contenitore che si mette il più indietro possibile, forse perché spaventa dirlo. O forse perché è più semplice comunicare un traguardo raggiunto piuttosto che un percorso appena iniziato, e che durerà ben più di ogni specializzazione esistente. Alla cena di Natale la tua zia ingenua ti chiede quando ti laurei, o al massimo quando ti sposi, prima di darti i soldi per il gelato; non ti chiederà mai "Sei felice della tua scelta?" o "Ora ti senti te stesso?"

Ed è giusto che sia così, d’altronde una risposta negativa porterebbe a una discussione che è bene evitare in questi casi.

Il punto è più profondo, nella scatola che ricordi di avere solo durante il trasloco. L'obiettivo concreto è importante, serve per dare un senso, una direzione specifica ai pensieri che si traducono in azioni. Ma quello vero è sentirsi vivi in quel percorso, con tutti quei sensi che l'evoluzione ci ha dato e tutte quelle emozioni che la psicologia ti spiega.

Anche perché si sa come va a finire oggi; il giornale ti sbatte in prima pagina il tredicenne che appena uscito dal grembo ha dodici lauree, tutte ovviamente conseguite a pieni voti, e insegna tuttologia con una cattedra ad Oxford assegnata dopo un concorso a lui re intitolato. Mi sento parte di un cumulo di vestiti che si è deciso di non mettere a posto perché possono sempre servire per uscire, intanto si è creato il k2 di lana e cotone. Tutti chiamati a diventare eccellenza, a denigrare il sognatore, a calpestare il futuro dipendente perché è così che deve fare chi vuole avere successo.

Ma il punto è che a me non interessa nulla di tutto questo. Hanno ormai inventato l'omologazione al sogno. Se vuoi essere qualcuno devi avere un sogno che devi trasformare in realtà per doverlo insegnare e doverlo tramandare. Non devi essere come gli altri, perché hai un talento che gli altri non hanno. Discorso che poi viene fatto a tutti. Ma il punto è: come si fa a sapere cosa provano gli altri? Siamo tutti mossi da un inconscio molto più grande di tutti i colori dell'arcobaleno che potremo mai mostrare. Quindi cosa significa doversi escludere dagli altri per essere diverso?

Il mio sogno è vivere tra e con gli altri mentre cerco di capirci qualcosa della mia vita, delle mie aspirazioni. Tra l'altro studio Psicologia, quindi la frase ci calza alla perfezione. Mentre chi mi precede mi insegna a dover essere, io sto imparando a voler essere. I miei risultati possono essere frutto delle mie scelte, consce o inconsce, ma comunque mie. "In questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo", direbbe Bojack. Ed effettivamente è un po' così. Sogno di capirci qualcosa, ma sogno ancora di più l'idea di condividerlo con qualcuno, e sogno ancora di più l'idea che qualcuno condivida con me il fatto di averci capito qualcosa, in questa lotta continua tra il dovere e il dovuto.

A che serve lottare per rimanere soli e sbattere in faccia a se stessi il nastro raggiunto se hai dovuto far inciampare qualcun altro mentre ci arrivava?

La solitudine è un po' il paradosso per eccellenza. È una prova del nove per vedere se basti a te stesso, ed è importante farla, ma poi se si ripete in un cerchio inizia a farti male. Dunque la mia non è dipendenza, non è assoggettazione: è semplicemente quello per cui credo siamo nati e, anche se a fatica, sopravvissuti nel tempo. Ognuno ha i suoi demoni e i suoi mostri con cui combattere, ma quando si disegnano a chi vogliamo bene fanno un po' meno paura. Mi piace pensarla così: siamo il pezzo di un puzzle di qualcun altro che a sua volta è presente nel nostro, e si finisce così per creare un mosaico dove nessuno è principale ma tutti sono indispensabili. "Basta mettersi al fianco invece di stare al centro" canterebbe Cristicchi. Non sono una linea separata dalle altre, ma mi intreccio con tante di loro, e magari quella linea diventa visibile proprio perché ce ne sono di simili che viaggiano all'unisono.

Senza dimenticarmi di me stesso, senza dimenticarmi di chi mi sta accanto, l'obiettivo è costruire ricordi, non successi di cui non potrò riconoscere neanche il sapore.

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