Giovani e ateismo: limiti di una Chiesa obsoleta

Noi, come comunità ecclesiale, spesso ci preoccupiamo di dare risposte senza neanche conoscere le domande. A tanti ragazzi non interessa più cosa ci sia dopo, perché il timore è rivolto all’oggi

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 06 maggio 2022
giudizio universale
giudizio universale © n.c.

Fede e ateismo vengono sempre e da sempre descritti come mondi opposti, come due estremi di una linea che ha un unico possibile finale. Dicotomia classica che procede dall’inizio dei tempi, il bene e il male, la luce e il buio, l’amore e l’odio.

Oggi non possiamo più commettere questo errore, figlio di un tempo diverso. Ora dobbiamo interrogarci sul perché sempre più persone si allontanino dal messaggio di evangelico e dei suoi testimoni. Di certo non accade per mera ribellione, come purtroppo in tanti la descrivono. Denigrare ci porta nella direzione opposta, ossia a creare una divaricazione ancora più netta tra l’una e l’altra parte, anziché portarci alla riflessione.

C’è una rotta il cui percorso va nella stessa direzione da almeno due decenni, ovvero la crescita di chi si professa non praticante, agnostico e soprattutto ateo. Questa percentuale, che resta bassa tra gli adulti, aumenta esponenzialmente tra le nuove generazioni. Sintomo non solo di cambiamento rispetto al passato, ma di un’incapacità della Chiesa e di tante sue figure di restare al passo coi tempi e avvicinarsi realmente alle esigenze dei giovani. Tante volte li vediamo descritti come fannulloni che si discostano dal senso di dovere, dalla famiglia, dalla civiltà. Abbiamo disegnato un quadro in cui il meno anziano è visto come un Anticristo sceso in terra per demolire il Verbo, facendosi portatore di ideali sbagliati e comunicazioni da estirpare. Il discorso si allarga in maniera più lampante alla comunità di cui fanno parte: vogliamo farli diventare parte di uno schema da imparare a memoria piuttosto che elogiarne l’individualità e abbracciarne le fragilità.

Forse allora parte delle responsabilità è di chi quel Vangelo lo diffonde. Si preferisce stare sul comodo, accontentare il fedele secolare che non ha dubbi né ragioni per dubitare di Lui. Lo celebriamo con sfilate del simbolo, necessarie ma limitate a chi di quel simbolo ha potuto già conoscere anche il significato. Oppure lo facciamo riempiendo gli edifici sacri durante le festività. E intanto respingiamo il nuovo che avanza, millantandolo a una rivoluzione da cancellare, o tutt’al più, da ignorare.

Tanti giovani hanno smesso di credere, o hanno smesso di farlo, perché sono abbandonati al loro destino senza ricevere speranza né conforto. Vivono un’epoca in cui pagano gli errori di chi li ha preceduti e di quella Luce non vedono nemmeno un punto al fondo del tunnel. Sono soli, giudicati e trascurati. E della fede non c’è traccia, perché chi gliela comunica parla solo di comandamenti da replicare, regole da rispettare, preghiere da imitare per pulire l’anima da un peccato commesso da chi per il ragazzo è sconosciuto.

La fede è molto più di questo. Fede è lotta, disperazione, dolore, rabbia, conflitto. È un mondo che va esplorato dall’interno, di cui vanno sperimentate tutte le debolezze, prima di giungere a una risposta. Noi, come comunità ecclesiale, spesso ci preoccupiamo di dare risposte senza neanche conoscere le domande. A tanti ragazzi non interessa più cosa ci sia dopo, perché il timore è rivolto all’oggi, il cui mistero si innerva nelle loro speranze deluse e sogni disattesi.

Credere, dunque, vuol dire anche ascoltare. La religione rischia di spegnersi perché attaccata, in tante realtà, a un’apparenza ormai smascherata e obsoleta. Non c’è futuro per un messaggio se il suo contenuto è vuoto e non comunica al giusto destinatario senza dilaniarlo. Il figlio di Dio parlava al seguace tanto quanto al fariseo, al malato tanto quanto al ricco in salute. Oggi perdoniamo un peccato con delle preghiere come se fosse un rito da pronunciare con capo chinato, evitando di comprendere il dolore del singolo, offrirgli supporto e sostegno, o anche solo una valvola di sfogo per i propri mali.

È semplice credere quando ci viene imposto, o quando tutto va al contrario della legge di Murphy, o quando vediamo schemi prestabiliti a cui siamo stati abituati da sempre, vedendoci esclusa ogni possibile alternativa. Oggi siamo chiamati a muoverci in una realtà diversa, dove in tanti rivendicano la libertà di essere sé stessi per liberarsi dalle catene di un passato che li ha condannati. Ed è qui che la fede deve muovere i suoi passi. E come testimoni di una fede che è incontro vivo e reale abbiamo il compito, complesso ma quanto mai affascinante, di venire incontro a queste nuove preoccupazioni, di porgere l’udito e assecondare anche la più “blasfema” delle discordanze, per offrire un cammino. E non con il fine di indottrinare e aggiungere individui alla lista dei credenti, ma per non farli sentire soli, per dare un chiarore all’oscurità del presente, una possibilità di uscita alle incertezze. Il primo passo della fede è l’ascolto reciproco e ascolto non di una parola, ma della Parola.

Quindi, piuttosto che chiedersi il perché i giovani non credono più o abbiano preso le distanze, chiediamoci prima cosa davvero significhi recuperare il valore di comunità e di cristianità. Perché in tanti, che millantano di essere credenti, comunicano di Dio meno del più convinto degli atei.

 

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I commenti degli utenti
  • Riccardo ha scritto il 09 maggio 2022 alle 10:39 :

    I giovani si allontanano perché la chiesa si occupa troppo delle cose temporali e poco delle cose eterne... Si ricominci a curare le ferite dell'anima che per quelle del corpo ci sono talmente tante Onlus che la metà bastavano. Si ricominci a parlare di paradiso purgatorio e inferno come realtà e non come favole medioevali Si parli del peccato come della peggiore pandemia del nostro tempo e si spieghi che i comandamenti non sono una privazione, ma istruzioni per avere una vita felice fin da ora. Insomma a coloro che cercano un senso a questa vita si dica che il senso è conoscere amare e servire Dio, per poterlo poi godere nella vita eterna.... Si faccia così e magari le chiese torneranno a riempirsi così come erano piene quando queste cose erano proclamate dai pulpiti Rispondi a Riccardo

  • Gino Piccolo ha scritto il 07 maggio 2022 alle 14:29 :

    Poiché qualche intoppo tecnico ha fatto scomparire il commento che stavo esprimendo in questo stesso spazio, mi preme solo aggiungere di aver fatto già pervenire a Don Geremia l'apprezzamento per l'articolo di cui sopra. Mi sta a cuore incoraggiare nel continuare a tener vivo l'argomento con un supplemento di delicatezza e ciò perché l'ateismo contemporaneo è, in realtà, uno dei fatti più gravi, "il dramma spirituale della nostra epoca". (Così Papa Woitila il 10.10.1980 al Congresso "Evangelizzazione e ateismo".) Pertanto, è per la Chiesa ed i singoli cristiani una seria sfida, che esige una presa di coscienza sempre più adeguata dell fenomeno e di conseguenza, un instancabile impegno nella ricerca non solo delle sue radici e delle sue forme, ma di tutti i rimedi possibili da offrire. Rispondi a Gino Piccolo

  • Marco ha scritto il 07 maggio 2022 alle 11:05 :

    La Chiesa è un po' obsoleta? Non è che sono i ragazzi troppo viziati, troppo "neet" e troppo (s)connessi? Partiamo male con l'autocommiserazione. Rispondi a Marco

  • Maria P. ha scritto il 06 maggio 2022 alle 16:22 :

    Questa generazione è persa, speriamo e lavoriamo per la prossima. I giovani sono stati manipolati attraverso il cellulare da menti sopraffine. Direi ipnotizzati. Rispondi a Maria P.

    Gino Piccolo ha scritto il 07 maggio 2022 alle 13:39 :

    Riscrivo qui di seguito l'apprezzamento espresso già a don Geremia per l'articolo di cui soprnfaccio con un supplemento di delicatezza avendo constatato quanto a volte è dolorosa la ricerca di Dio da parte di persone che spesso, con leggerezza, definiamo come "lontani". "...Sento che è il momento di porre le basi di una progressiva e sempre più profonda conoscenza di questi nostri fratelli per muoverci con competenza e poter aprire con loro un dialogo che sia un servizio autentico Questo domanda un impegno notevole. Infatti per penetrare nel pensiero degli altri bisogna conoscere il linguaggio, le idee di fondo, il cammino che li ha condotti a essere davanti a noi quelli che sono. Ed occorre capacità di "capire", accoglienza dell'altro senza riserve nè giudizi che separano. Da qui la Rispondi a Gino Piccolo

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