L’indifferenza sui profughi climatici: cicatrici incurabili della nostra Casa Comune

La crisi climatica in atto minaccia i diritti umani fondamentali e gli spostamenti causati dai cambiamenti del clima sono in continuo aumento, nell’incoscienza generale

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 24 giugno 2022
L’indifferenza sui profughi climatici: cicatrici incurabili della nostra Casa Comune
L’indifferenza sui profughi climatici: cicatrici incurabili della nostra Casa Comune © n.c.

Con l’aumento delle temperature e la costante percezione di un caldo sempre più torrido e non tollerabile arriva il momento in cui ci interroghiamo sugli effetti del cambiamento climatico. “Prevenire è meglio che curare” resta un detto affascinante ma assai impraticato, considerando la nostra indole e quella delle istituzioni di rendersi conto dell’emergenza climatica solo quando riprendono le catastrofi annuali.

Nonostante questo, ci troviamo in una zona di comfort in cui possiamo continuare a ignorare, nella nostra incoscienza, ciò che accade intorno, almeno fino a quando non si ridurranno severamente le distanze. Ad oggi ci risulta inimmaginabile l’idea di dover fuggire dal nostro paese perché diventato invivibile per l’essere umano. Eppure questa è una realtà concreta e quotidiana in tanti paesi.

Il concetto di “profugo climatico” non rientra nelle definizioni della Convenzione di Ginevra del 1951, dove piuttosto si fa riferimento ad altre categorie (il concetto di categorizzazione dei migranti è alquanto controverso) di persecuzione o necessità. Piuttosto, questa espressione è diventata sempre più attuale, specialmente in seguito alle conseguenze delle azioni dell’uomo (e del potere) sul pianeta che lo ospita.

Non vi è solo un effetto sull’ambiente, come desertificazione, aumento esponenziale dei fenomeni estremi, ma c’è sull’uomo un riflesso rappresentato da altri schemi, con un incremento continuo di carestie, mancanza di risorse, insostenibilità per la sopravvivenza. Per esempio, nel 2018 L’International Displacement Monitoring Centre ha stimato che circa 17 milioni di persone sono dovute fuggire a causa di fenomeni distruttivi e rischi meteorologici, arrivando a toccare i 33 milioni nel 2019. Questo dato rimane costante nel suo progredire, soprattutto in quelle zone dilaniate dallo scomparire perpetuo delle risorse naturali. Una foresta che si fa ogni anno più piccola non significa solo “bellezza che viene a mancare sulla terra”, ma acqua e ossigeno in meno per tutti, e futuri conflitti per possederli a sufficienza, non essendoci più posto per tutti.

Invece il cambiamento climatico viene spesso ignorato nella sua continuità con gli altri fenomeni (abbiamo mosso simil guerre civili per la farina nei supermercati, è facile comprendere cosa si fa per bere acqua pulita).

Mentre le varie nazioni cercano di prendere delle misure per contrastare la minaccia più grande per l’uomo odierno, se stesso, facendolo con una lentezza pari al regredire dei territori vivibili, dall’altro lato sempre più persone sono piegate dalla giusta ribellione della natura e dall’indifferenza di chi, in un summit organizzato con aria di festa, decide di fissare solo date di scadenze lunghe piuttosto che farsi carico di un’agenda immediata e con azioni concrete.

La Chiesa non è indifferente, in quanto comunità, ai pericoli e alle minacce che incombono su sempre più individui costretti ad abbandonare la propria casa, rimasta distrutta o isolata al centro di uno spazio insostenibile. A questo proposito, molto utile è la chiave di lettura fornita da Gli Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici, documento fondamentale per comprendere il collegamento tra “sfollati climatici” e le responsabilità umane nell’aver creato un probabile punto di non ritorno. Come dice Papa Francesco, «ci troviamo nel mezzo di un'emergenza". La crisi climatica in atto minaccia i diritti umani fondamentali e gli spostamenti causati dai cambiamenti del clima sono in continuo aumento. Importante è anche il "volto umano" di questa crisi. Essa minaccia l'esistenza di una moltitudine di persone in tutto il mondo, obbligando quelle più vulnerabili ad abbandonare la loro terra». A questo proposito, mai come in questo tempo è necessario parlare di pace e promuoverla, in quanto il suo arrivo passa dal termine dei conflitti armati ma anche da una forte presa di coscienza sui rischi che corriamo, come specie umana, nel manifestarsi di eventi sempre più incontrollabili: «La pace reale e duratura è possibile solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana».

Come in ogni gioco di potere, la sfera è in mano a chi lo rappresenta. Tuttavia, la responsabilità individuale gioca un ruolo cruciale nel contrasto a un’ondata che non ha coda.

Stiamo vedendo, in Italia, gli effetti di decisioni non prese. Il Po non è mai stato così asciutto, la Sardegna è in fiamme ogni estate, il Piemonte è in calamità naturale, dappertutto scarseggiano sempre più acqua e terreni coltivabili. Eppure, tendiamo a pensare che ci sia qualcosa di peggiore per cui valga la pena attendere. Anche perché ci bastano un bagno fresco e l’aria condizionata, incuranti di ciò che accade fuori.  

Come il Papa la definisce, la nostra “Casa Comune” è in pericolo ormai da troppo tempo. E chi fugge dagli spazi propri di questa casa lo fa anche perché ne abbiamo rovinato le mura. È ora di ricostruirla, prima che venga risucchiata dall’indifferenza di chi non ci sarà più quando inizierà a bruciare.

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I commenti degli utenti
  • Franco ha scritto il 25 giugno 2022 alle 07:31 :

    In pratica abbiamo trovato nel clima un nuovo alibi al traffico di esseri umani da sfruttare in agricoltura. Rispondi a Franco

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