Il racconto in occasione del 66° anniversario dalla morte di Mons. Di Donna

Il vescovo degli ultimi

Il giorno dei suo funerali Andria era ai piedi della sua bara, tutta intera, accogliendo l’invito del sindaco comunista che con tutta l’amministrazione si “inchinava riverente e rendeva omaggio alla memoria dell’uomo probo"

Attualità
Andria martedì 02 gennaio 2018
di Vincenzo D'Avanzo
il giorno dei funerali di mons. Di Donna
il giorno dei funerali di mons. Di Donna © n.c.

Il vescovo quel pomeriggio domenicale era stanco e anche giù di tono. Era all’inizio del suo episcopato e, come spesso gli capitava, era stato in una parrocchia a celebrare la messa e aveva notato pochi uomini. Dove sono tutti quegli uomini che sono venuti a festeggiarmi al mio ingresso in Andria? Chiese al parroco e a un paio di uomini che erano accorsi a salutarlo in sacrestia. Il parroco, preso alla sprovvista, si rifugiò dietro parole di circostanza. Uno degli uomini invece rispose: eccellenza, i nostri uomini devono risolvere ogni giorno il problema del pane quotidiano. Qui si passa da un affanno all’altro, per cui non si ha tempo di pensare all’altra vita, già questa ci stanca molto. Mons. Di Donna ammutolì. Aveva passato tanta parte della sua vita a percorrere con la sua motoretta le strade impervie e polverose nel Madagascar per portare conforto e speranza alla povera gente, sapeva benissimo che senza guardare oltre la vita terrena non si può realizzare la dignità umana su questa terra.

Mi meraviglio, disse ancora il vescovo, eppure mi sembra che qui tutti lavorano. Si, rispose l’uomo, tutti faticano ma è sempre poco quello che riescono a portare a casa. E qui si fece sfuggire una verità: da noi i proprietari terrieri si arricchiscono con lo sfruttamento del bracciantato che non solo è tenuto nella ignoranza ma è anche abbondante. Mons. Di Donna ammutolì di nuovo, in silenzio salutò e a piedi si incamminò verso l’episcopio accompagnato dai due uomini. Uno dei due era della compagnia di San Vincenzo dedita all’assistenza dei poveri, che ebbe modo di ragguagliare il vescovo della immane tragedia della povertà.

Tornato in episcopio il cameriere informa il Vescovo che quel giorno la dispensa era vuota, come spesso accadeva perché quel sant’uomo era solito regalare tutto ai poveri: non il superfluo (quod superest) ma tutto quello che aveva ( quod super est). Mons. Di Donna non si perse d’animo e mandò il cameriere da una nobildonna che frequentava la chiesa perché provvedesse. La signora non si fece pregare e riempì la cesta di generi alimentari e la diede al cameriere, che subito tornò al palazzo. Conoscendo il Vescovo ebbe l’accortezza di mettere da parte una pagnotta di pane e va per invitarlo in cucina. Trova una donna miseramente vestita che piangeva perché non aveva nulla per far mangiare i due figlioletti. Il vescovo disse al cameriere di consegnare la cesta alla donna, che, incredula, scappò nel suo tugurio nel centro storico a sfamare i figli. Quando il cameriere gli disse che si era mantenuto una pagnotta lo rimproverò anche se ringraziò il Cielo per quella fetta di pane che il cameriere gli porse. Mangiato il pane disse al cameriere che andava a riposare, invece prese la strada della cappellina per andare a consigliarsi con il Maestro: gli uomini prima e la donna poi avevano rattristato il suo animo e voleva capire cosa il buon Dio si attendeva da lui, perché aveva disposto che lui, missionario nelle sperdute terre africane, fosse stato inviato in questa terra di missione.

Durò a lungo quel colloquio. Il Padre trinitario era abituato ai lunghi disloghi con il Tabernacolo, a volte parlava ad alta voce per farsi sentire meglio dall’Interlocutore nascosto e pur sempre vivo. Sul calar della sera uscì dalla cappellina stanco ma sereno. Chiese al cameriere di procurargli un cappotto nero, indossato il quale sulla veste bianca si incamminò per le stradine del centro storico spingendosi fino alle grotte di sant’Andrea. Invano il cameriere cercava di dissuaderlo, ma il vescovo volle toccare con mano le condizioni di povertà del popolo che gli era stato affidato.

Qualche giorno dopo fu il primo a sollevare alle autorità il problema delle condizioni igieniche nelle quali vivevano gli abitanti del centro storico ponendo con autorevolezza il problema di cercare una soluzione di civiltà. Si era in guerra e non era facile un rapido intervento. Ma il messaggio fu percepito da mons. D’Oria e soprattutto dal giovane dott. Marano, che anni dopo porterà a soluzione il problema.

Già nel 1941 con una lettera pastorale egli indica la direttrice del suo apostolato: si può amare se si conosce. Nascevano i ritiri di perseveranza per gli uomini. Da uomo abituato al contatto costante con Dio voleva che anche gli uomini prendessero questa sua abitudine. Anche i preti dovevano partecipare: era il momento in cui era possibile conoscere meglio il proprio gregge. All’inizio gli uomini furono prudenti: gli agrari erano contro i proletari e gli agrari erano generosi con la chiesa, di conseguenza la chiesa era percepita come amica degli agrari. Il proletariato pertanto andava organizzandosi sindacalmente e, finita l’occupazione tedesca, anche politicamente nelle fila del partito comunista. La contrapposizione era violenta perché la fame tutto suggerisce tranne che la moderazione. Quando il popolo si accorse di che pasta era fatta il novello pastore soprattutto per l’attenzione che egli portava per i poveri, cominciò ad avere fiducia nella svolta che il vescovo stava imponendo alla chiesa di Andria. Le iscrizioni ai ritiri di perseveranza aumentavano sempre di più fino a diventare migliaia: la forza di questa truppa si manifestava soprattutto nella processione della Croce all’alba del tre di maggio, accettando la sfida quantitativa con il corteo del 1° maggio.

Questa intuizione del Vescovo santo sarà un capitale da spendere negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando gli animi esagitati facevano temere il peggio. La storia non si fa con i se e i ma. Tuttavia mons. Di Donna potette esercitare un ruolo pacificatore durante le tensioni che portarono alla uccisione delle sorelle Porro e non solo, proprio per la fiducia che la gente riponeva nel vescovo e anche perché le forze lavoratrici cattoliche si rivelavano sempre più efficaci a combattere le provocazioni. La stessa sentenza del processo del delitto Porro sa di compromesso storico: pur essendo chiara la responsabilità almeno morale degli oratori comunisti, i giudici preferirono ridimensionare l’evento indicando solo le responsabilità personali degli autori dell’azione criminale. La storia non racconta proteste da parte dei due legali (Jannuzzi per le Porro e Sforza per gli accusati).

Fu in questo complesso periodo storico che mons. Di Donna diede impulso all’associazionismo dei lavoratori cattolici, non tanto per sottrarli alle organizzazioni comuniste quanto per formare uomini di fede capaci anche di diventare essi stessi strumenti di apostolato. Fu compiuta allora una scelta che dopo susciterà qualche polemica all’interno del clero. Mons. Di Donna aveva intuito, fors’anche per la sua esperienza missionaria, che gli uomini, sia adulti che giovani e persino ragazzi avevano bisogno di un proprio ambiente specifico per apprendere, per aprirsi, per aiutarsi e incoraggiarsi, per farsi forza. Di qui il suo incoraggiamento a veicolare gli uomini verso le associazioni cattoliche di lavoratori, i giovani verso l’oratorio salesiano, i ragazzi negli oratori parrocchiali che egli incoraggiò a realizzare tanto che nel 1949 decretò san Giovanni Bosco patrono degli oratori parrocchiali. Negli anni successivi molti parroci si lamentarono che le messe celebrate da don Zingaro (responsabile delle organizzazioni sociali) erano piene di uomini, l’oratorio salesiano era stracolmo di giovani mentre le parrocchie erano frequentate prevalentemente dalle donne. Oggi avremmo dato ragione a questi parroci. Tanto è vero che poi le organizzazioni sociali hanno perso mordente. Ma allora il problema era che gli uomini e giovani non frequentavano proprio le chiese e quello fu un mezzo per attrarli, educarli e farli innamorare della propria fede. E siccome quel Vescovo organizzava il tutto dialogando continuamente con il suo Principale nascosto nel Tabernacolo, possiamo oggi affermare che quella iniziativa fu provvidenziale per la pace sociale in città.

Le turbolenze sociali del dopoguerra furono velocemente incanalate nell’alveo della democrazia, nonostante il sangue versato e le sofferenze talvolta procurate. Il fatto poi che nelle organizzazioni cattoliche si formassero gli uomini alla vita sociale costrinse anche le forze comuniste (sindacato, cellule di partito) a formare i propri aderenti. Può essere qui anche la spiegazione se Andria ebbe allora una classe dirigente politica e professionale di tutto rispetto. Le battaglie dure e severe in consiglio comunale erano espressione di grande preparazione, passione per il sociale, pressione della popolazione. Anche un bracciante o un artigiano o un commerciante potettero allora fare bella figura come amministratori. Per i consigli comunali si fermava la città e la pressione popolare impediva ogni abuso. Bastava un uso distorto di un buono di benzina per far finire una carriera. Io non so se per essere proclamati santi occorre per forza guarire qualcuno, so invece, per quello che consentono le mie conoscenze, che questo fu un autentico miracolo realizzatosi su imput di quell’uomo santo magari su suggerimento del misterioso Ospite del Tabernacolo. Era proprio davanti al Tabernacolo che egli passava le ore che l’ansia pastorale gli lasciava libere. Al culmine della crisi del 1946 uscendo proprio dalla cappella, alle suore che gli consigliavano di lasciare l’episcopio per rifugiarsi in seminario: qui i comunisti ci ammazzano tutti, dissero le poverette. E che paura avete, rispose il vescovo, andiamo diritti in paradiso, non è quello che vogliamo?

Ed eccolo il giorno dopo solo, con il cameriere e una sacca di viveri, attraversare la città per recarsi nella sede dei Combattenti dove un gruppo di rivoltosi aveva portato 18 carabinieri fatti prigionieri. Nel vederlo solo e inerme la gente ebbe paura per la sua vita. Ma egli era tranquillo: sapeva di non essere solo. Appena giunto distribuì i viveri ai carabinieri e agli insorti: per lui erano tutti uguali, tutti figli. Conquistò il rispetto che si deve a un padre. Ai malcapitati carabinieri non fu torto un capello. Il giorno dopo l’eccidio delle sorelle Porro e Lui ancora protagonista della conciliazione.

Il giorno dei suo funerali Andria era ai piedi della sua bara, tutta intera, accogliendo l’invito del sindaco comunista che con tutta l’amministrazione si “inchinava riverente e rendeva omaggio alla memoria dell’uomo probo e del Sacerdote integerrimo”. Dopo di che il sindaco invitava tutti a partecipare ai funerali “in segno di affetto verso Colui che non disdegnò accostarsi costantemente ai più umili”. Così il manifesto. Molti in Andria quel giorno piansero.

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I commenti degli utenti
  • Fabrizio Tanucci ha scritto il 02 gennaio 2018 alle 09:39 :

    È sempre piacevole conoscere particolari che ti aiutano a a capire il “perché”, iI “cosa” è sotto gli occhi, ma non basta. Rispondi a Fabrizio Tanucci