La Storia che non ti aspetti

Fame, miseria, disoccupazione diffusa: una moltitudine di 5.000 tra braccianti ed operai senza lavoro che non fanno più da semplice scenario della triste storia dell’eccidio, ma ne costituiscono uno dei fattori principali

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 04 aprile 2014
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Non sempre quello che ti aspetti dalle premesse di una conferenza si verifica tal quale; e il bello della vita  (se ce n’è ancora)  è proprio in quella imprevedibile leggerezza delle situazioni che si danno per scontate. Allora ti può capitare in una serata di tardo inverno di partecipare ad un incontro sul tema “gli avvenimenti cittadini  nel secondo dopoguerra (leggasi di Andria)”  ed accorgersi che qualcosa sta effettivamente cambiando nella visione storica,  che sia laica o militante. Si  parla di Andria  degli anni  1945-47, delle rivolte  e del triste ignobile episodio delle  sorelle Porro. Ma quello che ti stupisce è  che dal relatore  (uomo e giornalista rispettabilmente moderato)  non proviene la solita trita e stanca retorica sulla violenza, sulle rivolte dei rossi, sulla massa governata da forze  de stabilizzatrici, e così via.  Ma ti capita di ascoltare un misurato quanto responsabile intervento che include nell’analisi dei fatti e delle cause, la devastata condizione sociale  ed economica lasciata dalla guerra.

Fame, miseria, disoccupazione diffusa:  una moltitudine  di 5.000 tra braccianti ed operai senza lavoro che non fanno più da semplice scenario della triste storia dell’eccidio, ma ne costituiscono uno dei fattori principali. Una insostenibile situazione di degrado  cui si accompagnava soprattutto una pervicace chiusura ad ogni forma di collaborazione da parte  della èlite proprietaria terriera; atteggiamento  stigmatizzato  più volte anche dalle stesse autorità  prefettizie e di polizia, impegnate nella mediazione tra le parti sociali, e  costrette a redigere allarmanti rapporti  sulla conflittualità  crescente in maniera esponenziale.

Non ti aspetti il sincero elogio di Alfonso Leonetti, nostro grande concittadino,  cofondatore del Partito Comunista Italiano  nel 1921 a Livorno e caporedattore  del quotidiano Ordine Nuovo  diretto da Antonio Gramsci. 
Ti  sorprende  soprattutto se questo viene da un esponente  (illuminato) della Chiesa  e, non per sottolineare la solita questione strumentale  che riguarda  il dissenso nei confronti della Direzione e della linea politica del Partito , ma per esaltarne le doti umane  e civili  in valore assoluto attribuitegli.

E poi sentire parlare, senza inutili eufemismi.  di una Chiesa che tenta di rinnovarsi con Mons. Di Donna  e di svincolarsi dalle buie pastoie ottocentesche nelle quali sguazzava gran parte del clero blasonato.
Certo, qualcosa sta cambiando anche nel modo di vedere i fatti  ed i personaggi della nostra Storia. Una prospettiva che non è più quella fortemente ed inevitabilmente  critica  per appartenenza ; ma  si sta evolvendo secondo una esigenza di verità che ci spinge ad affacciarci oltre il muro delle  convinzioni e delle convenzioni, per guardare a quel mondo che abbiamo sempre ignorato. Ha scritto Karl Dietrich Bracher alla fine del secolo scorso: ”Dopo gli smarrimenti del secolo dell’ideologia, è lecito nutrire qualche dubbio su quanto possano reggere ancora le idee che hanno subito una sistematica distorsione, manipolazione e profanazione della loro sostanza originaria. Nessun dubbio invece può esserci sul fatto che anche nella politica del secolo venturo noi continueremo a confrontarci con esse e ne subiremo la provocazione”.

Forse sta cedendo anche il muro del “conformismo” e della “moderazione a tutti i costi” che ci risulta  pesante e resistente quanto quello di Berlino.


Karl Dietrich Bracher -Il Novecento,secolo delle ideologie. a cura di E.Grillo- ed. Laterza 2006 . Bari

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