Ottobre

Taverna Sforza, Castel del Monte. Dal susseguirsi di epoche storiche, rimangono indelebili icone, e a volte, anche pilastri. Perché sono di pietra

Adriana Versi Il Visitatore
Andria - venerdì 24 novembre 2017
Taverna Sforza
Taverna Sforza © n.c.

Ad ottobre le cicale hanno smesso di cantare, già da un po’. Forse muoiono, o forse cercano luoghi diversi dove cantare, dove ancora autunno non è. O, più semplicemente, non hanno più voglia di farlo. Anche il vocio dei turisti, quelli rumorosi, che hanno i bambini, i passeggini, i cani a guinzaglio, anche quello non si ode più. Le navette arrivano volentieri piene, ma d’estate. Gente diversa che scende e che sale, che parla straniero, che pensa ad alta voce o che guarda in silenzio. Ottobre, invece, è il mese dei Low cost, degli anziani, più lenti e sereni, il margine della grande stagione. Il fresco, che lì a Castel del Monte arriva anche quando il caldo attanaglia in città, ora è solo più intenso, pungente, presagisce l’arrivo delle ore più corte, del cambio dei colori, delle luci al tramonto, dell’intera stagione. Tutto accade in modo inesorabilmente naturale, quasi ne sentisse, la natura,la necessità di farlo. L’integrità del luogo prende vita nuova. L’odore del caffè, che sembra aver fatto pace con il profumo del bosco muschiato, finalmente distingue il mattino. I quattro passi dei pochi, sono quasi un rintocco sulla linea del tempo. E la meraviglia del silenzio notturno, che dà volto alla stella, al centro di milioni di stelle, alle sue otto torri, e alle ombre nascoste. Quel silenzio eloquente lo comprendono in pochi e rimane per pochi, e tutti i dodici mesi. Il fruscio dei gufi reali sull’orlo merlato, delle poiane più in basso, delle civette infrascate, l’ululato lontano dei cani, a volte dei lupi. La lontananza dai rumori comuni, il piacere di chi vive sereno su un eremo al buio, è davvero per pochi. È di chi tenta di pulire il calpestio dei giorni passati, uno dopo l’altro. Dei decenni, uno dopo l’altro. Di un secolo e più.

Centosette anni. Risolti in qualche viaggio a bordo di un mezzo. Per trarne in salvo almeno i cocci. L’cicn’,imballati. Forse più di trecento, tra quelli storici, nati per conservarvi il vino con il tappo in ceralacca, e quelli di fattura più recente, ma appesi allo stesso modo, unico, alle travi del vecchio soffitto, che chiunque ha ammirato con il naso all’insù. Il ritratto di Federico erge all’ingresso, con dentro agli occhi l’azzurro del cielo, rivolti a chi arriva e a chi mangia seduto. Il gallo dipinto a Grottaglie, fiero,nella nicchia scavata nella spessa parete,com’è fiera la civetta di fianco, solo più sobria. Emblemi di un territorio a tratti marcato e poi consacrato, ma che nessuno volle per sé. E le foto in bianco e nero, nostalgica sequenza di pellicole analogiche, come fossero intangibili presenze. Nonno Giovanni l’aviatore, gli scalpellini degli anni ’60 e le figlie di nonno Giovanni, le zie. Carletto ritratto con le sue camicie a quadri, tra le sue tovaglie a quadri, tutt’uno con le ceramiche del primo pavimento vietrese. La sua fiat 1100 fuori sul cortile, quando il castello non aveva cancelli. La vetrata verde bosco, quella in ferro che solo gli anziani hanno in memoria. Imprecisa, irregolare, lasciava entrare spifferi di vento, ma anche l’aria buona. Ne uscivano profumi di braciere, di cucina,come a casa, di ruspante pollo fritto, di salsa ad agosto e vino cotto a Natale. Le mandorle attrrait’ sul marmo, le tostavano le zie. La stufa a legna non bastava allora, così quanto oggi non basta la targa :ristoratori dal 1910. Sui gattelli in pietra ci poggiavano le travi, ma anche tutto ciò che una pietra può sorreggere e sopportare. Solo i muri rimangono, bianchi, quanto un muro che trasuda storia, bianco può restare. Passaggi di uomini illustri, capi di stato, gente famosa. Tutti, la firma deposero. Un archivio conserva gli scritti. Restano i muri, disadorni, e neppure troppo bianchi. Hanno il segno evidente di ciò che troppo tempo, quello spazio occupava. Tante cose. Troppe. Che nemmeno la pietra può mai sopportare.

Lo sguardo rivolto al passato, non sempre insegna ad affrontare il futuro. La responsabilità di portare un nome, diventa un macigno. Come macigni, le moltitudini di sguardi che sull’accaduto si sono posati. Talvolta errati, più spesso travisati, raramente compiaciuti. Non si diventa mai padroni degli animi altrui. Si può intravederne da lontano i contorni, o scrutarli con coraggio più da vicino, pensando di poterli toccare. Costruirne immagini e somiglianze e storie fantasiose. Ma l’anima è una cassaforte, capace di contenere quanto di più caro si ha. Difficile scalfire i ricordi, quando l’anima è forte.

Nessuno saprà mai dell’ultima generazione,che la quarta sarebbe stata. Nessuno saprà mai che ruolo avrebbe avuto, erede di un passato ricucito con “ i ma e il senno di poi”. Poco più che ragazzini, coscienti tuttavia, più di quanto si possa immaginare, che si sia trattato di “qualcosa” di davvero importante. Ma non ne sentiranno il peso, stimato e approssimato nei brevi racconti, che il tempo renderà man mano imperfetti. Un lungo tempo imperfetto, tutto grammaticalmente italiano.

Nessuno dei loro nonni amò quel lembo di colle, pensando ad un amore fallito. Nessuno dei loro padri fu educato a fallire in amore. A loro invece, troppo giovani per averlo, non è stato dato il tempo di mostrare, quanto l’avrebbero amato, il lembo di quel colle. Troppo giovani, ora, e per fortuna. Reduci, appena, di un brusco risveglio, durante un bel sogno.

Allora cerchi di spiegare ai tuoi figli, quanto valore può avere un animale ferito, abituato, da sempre, ad attraversare una strada. La stessa, da sempre. Poi incontra un muro che poco prima non c’era. La consapevolezza, in un pensiero lungo quanto un secondo, di non avere più scampo. Dignitoso rimane il suo sguardo, aspettando che arrivi la fine. La buona parte di chi passa tira dritto. La parte buona pensa di non farlo. Si, poi ci penserà.

Allora cerchi di rispiegare ai tuoi figli, e anche a te stesso, che bisogna attraversarla la strada, correndo i tuoi rischi, sperando di farcela al prossimo muro. Dici loro, che non sempre vince il più forte. Vince chi riesce a darti la forza. Vince chi non ha voglia abbastanza, di farla finita, in un secondo lungo quanto un pensiero.

Dal susseguirsi di epoche storiche, rimangono indelebili icone, e a volte, anche pilastri. Perché sono di pietra. Di questa epoca, invece, si volge il saluto a chi ha fatto finta di niente o finta di tutto. Gli altri, si è avuto il piacere di guardarli negli occhi.

È già inverno. Non fuma più il caldo camino. Al suo posto, una coltre di nebbia.

Poi le cicale torneranno a cantare. E canteranno di gioia.

Agli Sforza