Folklore, storie e ricordi che emozionano sempre

I proverbi andriesi, gli indovinelli, i canti politici e storici. Eccone alcuni

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 19 settembre 2014
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Il libro sul folklore andriese pubblicato dal prof. Riccardo Zagaria nel 1913*, ci offre un paniere ricco di ricordi e di saggezza popolare, e  restituisce, con nostalgia per chi è adulto, molte immagini ancora vive nella memoria. 

Immagini che richiamano anche sensazioni contraddittorie: anni di stenti ma di  solida moralità; di vita semplice con  scarse risorse ma ricca di creatività; di assistenza pubblica limitata ma di un forte senso di solidarietà tra la gente comune; di soverchiante autorità ma di rispetto per l’esperienza e le capacità; di  modesta tecnologia ma di grandi abilità artigianali; di alimentazione povera  ma soprattutto più sana; di scarsa partecipazione alla politica ma di corruzione non paragonabile alla piaga odierna dei nostri governanti.

Emozioni  e giudizi contrastanti per chi ha vissuto o ha dei ricordi di quegli anni, che rimbalzano tra i piaceri irrinunciabili della modernità ed il rimpianto per una vita molto più ricca di umanità.

Dei tanti proverbi popolari, ne leggiamo alcuni e proviamo a tradurre:
Vail cchiièu a ssapà doice  c’a ssapài fad’ghè,  (vale più saper parlare che saper lavorare) molto attuale, si riferisce a quello che ora si dice  della immagine e della comunicazione  cui quasi sempre si dà   più valore della sostanza delle cose e ci porta inevitabilmente al nulla.

Iai megghie  ad ess’ caip d’ ciucce i  naun caut d’ liòun (è meglio essere una testa d’asino  che una coda di leone) ; un esempio di concretezza contadina per cui una testa ancorchè di poco valore comunque conta e ragiona in autonomia; di contro una coda, sia pure del re della foresta  o di un potente, non ha alcun peso se non quello di servire la parte posteriore dell’animale e/o del potente di turno;

Ch’ l’ammìdia èiva tign tutt u munn addavendeiv  tigneus  (se l’invidia fosse tigna, tutto il mondo sarebbe tignoso) Non c’è  azione umana di valore, di coraggio o di fortuna che non sia seguita dalla invidia di chi sta a guardare.
A  mangè vein u gust, a paghè  vein la sust  (si mangia  con  gusto  e si paga  con fastidio) qui è uno dei tipici atteggiamenti di chi quando è a tavola mangia senza lamenti ma nel momento di pagare……

Quann chiouv zapp Crist (quando piove è come se Cristo zappasse la terra) L’acqua piovana ha sempre un effetto straordinariamente fecondo sulla terra più di ogni intervento irriguo.

La femmena iai segreit cumm au tramout  (la donna è segreta come il terremoto) Vale a dire che la donna è soprattutto imprevedibile come una scossa tellurica e come tale va temuta.

C’ marz  voul t’ feic’  arrost d’ouv’; c’ marz s’ ingrugn t’ feic’ z’mbè  d’ugne (se marzo vuole, fa arrostire le uova; se marzo si grugnisce, può farti saltare le unghie) è la massima che rispecchia la incostanza del mese di marzo sulla cui instabilità ci sono tanti altri detti popolari;

U ciucc’ s’attacch  p’  la capezz, ma l’om’n  p’ la paraul (l’asino si lega con la capezza; ma l’uomo con la parola) e qui  c’è la constatazione della forza persuasiva della parola  che può convincere e fermare un uomo , soprattutto quando si confrontano uomini istruiti dalla facile dialettica con  gente  del popolo dal linguaggio ed abitudini semplici.
 

E gli indovinelli:
Quann vè, vè r’denn; /Quann vein, vein chiangenn?
Si riferisce al secchio dell’acqua che vuoto cigola e pieno sgocciola.
Nu   l’nzoul grann grann i nnan s’arrapizzaisce mei?
Il cielo
Quattordic’  freit s’ corr’n  nguedd ieun l’olt senz ca arriv’n   mei
I raggi delle ruote.

Un capitolo interessante è costituito dai giochi di strada e dalle canzoncine che li accompagnavano:
I  u cetraun sond ioi /i m volt i m’aggioir
m vaich aggerann aggerann/Lu cetraun vaich acchiann.
In un cerchio di bambini quello al centro canta la strofa per individuare il bimbo che si è nominato cedro.
Varvaredda /Muss bbedda,/reucch  reucch
fenestredda fenestredda /chiangaredda chiangaredda
versi che i ragazzi pronunziavano portando le mani  dal mento alla fronte
Con le  cantilene e filastrocche si esprimevano più spesso sentimenti ed emozioni . Ecco ad esempio un piccolo affresco popolare della Natività:
Maria lavava, /G’sepp spanneiv/Gisù piangeiv/Zizza vuleiv
-Zitt, miu figlio/Our t’ piglio,/t’ sfass i t’imbass,/t’ daich la zizza
t’fazz durmì-

Richiamo alla luna:
Luna i luna  nouva/Nan t’agghi’ vist angour
I mou ca t’agghi’ vist/T’arraccumann a Crist.

Fra i canti politici e storici eccone alcuni (risalenti al 1860 circa) con echi nostalgici nei confronti dei borboni:
Send na vauc’ abbasc’/Frangisc s’ n’ và
-Regn d’ Napule/Dopp n’ann ritornarà.

Kiellu mbis’ d’ Frangeschiell /Feic’ la guerr cu mazzariell
I ci tu nan creit  a mei/Vè a Gaeta i  vve a vedei

E su Garibaldi
Tocca la tromm, passa sargenda,
cammisa rossa, cammis’ ardenda
Angiulina i Iangiuletta /Alla chiazza a fè la speisa
Hann calait l’ piemundeis/Ca s’ voul mar’tè

 

• R. Zagaria – Folklore andriese con monumenti del dialetto andriese-
Forni ed. –ristampa anastatica edizione 1913- Bologna 1970

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