Tfr in busta paga: quando conviene davvero

Alcuni aspetti per valutare l’eventuale convenienza di questa opportunità, se mai verrà approvata dal Parlamento

Luigi dell'Olio I conti della serva
Andria - venerdì 10 ottobre 2014
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Se il sistema bancario darà il suo contributo. Se l’approvazione avverrà senza modificare il regime attuale di tassazione separata. Qualsiasi ragionamento attuale sull’ipotesi di inserire il Tfr in busta paga si colloca nel piano delle ipotesi. In ogni caso può risultare utile analizzare alcuni aspetti per valutare l’eventuale convenienza di questa opportunità, se mai verrà approvata dal Parlamento.

Altri 80 euro in busta paga?
Secondo un sondaggio di Ipr-Marketing, il 52% degli italiani appoggia la proposta di incassare subito la liquidazione, anche se il 57% preferirebbe rinunciare a questa possibilità per garantirsi una vecchiaia più serena. Dunque vi è un duplice atteggiamento: da una parte gli italiani vogliono poter scegliere se incassare o meno le somme di denaro; dall’altra vorrebbero incassare solo in caso di stretta necessità.
La somma in gioco varia in base al reddito, ma dalle prime stime degli analisti si parla di circa 100 euro lordi al mese per un lavoratore che guadagna 23mila euro lordi all’anno. Mantenendo l’attuale tassazione differenziata prevista per il Tfr, l’impatto netto in busta paga sarebbe di poco inferiore agli 80 euro mensili.

A favore della misura
Una misura di questo tipo aumenterebbe la capacità di consumo con effetti immediati, affrontando la principale ragione della crisi che stiamo vivendo. Finora, infatti, non sono mancati gli interventi di politica monetaria (tassi ai minimi storici e altro) per aumentare la liquidità nel sistema, ma i benefici si sono fermati al sistema finanziario senza raggiungere l’economia reale.
Per questo in primavera è stato introdotto il bonus di 80 euro, che tuttavia non ha prodotto gli effetti sperati perché molti italiani hanno preferito metterli da parte in attesa di capire se si trattava di un provvedimento temporaneo. Con la sua stabilizzazione, e l’eventuale incasso di altri 80 euro con l’anticipo del Tfr, le buste paga diventerebbero indubbiamente più pesanti.
A favore di questa misura depone anche un’altra ragione: le somme che oggi vengono accantonate dai datori di lavoro in realtà appartengono al lavoratore (il Tfr è, infatti, una retribuzione differita). E’ giusto, dunque, che sia il dipendente a scegliere se utilizzare subito o in futuro una somma che gli appartiene.

I contro
Non mancano le criticità. In primo luogo un incremento del reddito potrebbe far venir meno una serie di sconti (ad esempio sui libri scolastici) legati alla dichiarazione Isee. Occorrerà, quindi, valutare di caso in caso se il gioco vale la candela.
Per le piccole aziende, che spesso oggi utilizzano il Tfr per finanziarsi, il quadro si complicherebbe. E non a caso sono state proprio le organizzazioni imprenditoriali a criticare per primi questa ipotesi. L’ostacolo potrebbe però essere superato con l’intervento delle banche (che oggi possono finanziarsi al tasso dello 0,25% presso la Bce), chiamate ad anticipare le somme. Al momento della chiusura del rapporto di lavoro, l’impresa erogherebbe la liquidazione non al lavoratore (che già l’ha ricevuta), ma all’istituto di credito che ha erogato l’anticipo, con l’aggiunta degli interessi.

Conviene aderire
A questo punto si arriva al punto nodale: il lavoratore ha convenienza a chiedere il Tfr in busta paga? La risposta non potrà che dipendere dalla situazione individuale. Chi opterà per l’anticipo dovrà essere consapevole che in questo modo accantonerà somme inferiori per il momento in cui andrà in pensione. Ma va ricordato anche che la sostenibilità del sistema pensionistico è legata alla crescita dell’economia (a sua volta dipendente dai consumi). Senza la quale, l’erogazione delle pensioni (più o meno ricche) non sarà assicurata.

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