Architettura in crisi

La professione schiacciata dalla crisi, in cerca di nuovi spazi espressivi, alla ricerca continua di un equilibrio tra "regola" e "norma"

Marialba Berardi architettur_A_ltrove
Andria - venerdì 06 febbraio 2015
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Ormai parlare di architettura, nel nostro tempo e nel nostro paese, non significa quasi più individuare la categoria professionale degli ‘inventori’ delle architetture, di coloro che colmano uno spazio vuoto con una loro idea/sogno trasformata dalla materia in oggetto; in definitiva il nostro lavoro non ha quasi più una valenza di creazione ex-novo ma significa parlare principalmente di come trasformare l’esistente. Dopo la scellerata “trasformazione” del territorio italiano, con un’edificazione selvaggia e priva di ogni visione futura, dove è stato importante costruire/per costruire, dove non si sono minimamente presi in considerazione effetti e problemi conseguenti a tali interventi, ma neanche le drammatiche ricadute sul piano ambientale, paesaggistico, senza parlare della scarsissima qualità progettuale/architettonica degli interventi realizzati ……. oggi in tutti i forum, convegni e occasioni di approfondimento le parole d’ordine sono: riuso, recupero, riqualificazione, riammagliamento….dell’esistente.

Si chiede all’architetto di ‘ridimensionare’ in certa parte quella vena creativa che caratterizza il suo profilo professionale, in virtù di un esercizio progettuale che è altrettanto complesso e variegato (e quasi sempre più articolato), applicato però su un oggetto pensato e progettato da altri, su pezzi di città privi di identità, su una realtà che attraverso il suo intervento possa recuperare la dignità sociale perduta ed il valore urbano che risiede non soltanto nel recupero fisico degli oggetti architettonici ma che si concretizza nella ricomposizione armonica del rapporto uomo/città/ambiente, dei legami percettivo-sensoriali che rendono i luoghi, amati ……..

……..il che non è affatto una diminutio del significato del lavoro dell’architetto, anzi.

La delicatezza ed importanza di questo ruolo si avvalora ancor di più in funzione dell’apparato normativo assai variegato che ‘pesa’ sulla nostra attività, fatto di strumenti pianificatori e regolamenti sempre più specialistici e stringenti; una strana contraddizione tra una ‘teorica’ tensione alla semplificazione burocratica ed allo snellimento procedurale (sbandierata in ogni campagna elettorale che si rispetti), che però immancabilmente finisce per naufragare in un dedalo labirintico di paletti e stringenti balzelli che ‘appesantiscono’ il nostro operato lasciando sempre meno spazio alla creatività ed obbedendo sempre più ad iter che – ahimè – non sempre riescono a raggiungere l’obiettivo della qualità del progetto, qualità che ne dovrebbe costituire il presupposto prioritario.

Sintomatica è la circostanza per la quale è stata istituita ‘a norma di legge’ – art. 44 bis del D.L. 06/12/2011, n. 201 e del D.M. attuativo del 13/03/2013 n. 42) una vera e propria “anagrafe delle OPERE INCOMPIUTE” (a tutto il 2014 sono 692, per un valore di 2,9 miliardi di euro e di 1,3 miliardi necessari al loro completamento); una sorta di MANIFESTO DEL FALLIMENTO delle opere pubbliche, e con esso la dichiarazione di sconfitta di un paese di fronte alla sua incapacità di scegliere figure alte e competenti in grado di governare processi e programmi più o meno complessi, di gestire risorse e dare risposte alle esigenze della comunità.

L’architetto si trova così a gestire due diversi e prioritari ordini di problematiche: quelle che afferiscono alla regola e che riguardano la qualità del progetto, quelle che, di contro, appaiono come antagoniste, le norme appunto, che nel nostro paese – a differenza di quanto accade nel resto d’Europa e non solo – sono moltiplicate all’ennesima potenza rendendone  difficile l’approccio e pachidermica l’applicazione.

Così assistiamo alla ‘fuga’ di professionisti, giovani e non, che trovano  in altri paesi un contesto maggiormente favorevole o dobbiamo prendere mestamente atto di un immobilismo del nostro mercato, a differenza di altre realtà in espansione che danno grande spazio agli architetti, alle loro idee ed ai loro progetti, riconoscendone le peculiarità di “registi” del complicato processo costruttivo nella consapevolezza che tale ruolo può essere brillantemente ricoperto da chi – per formazione tecnica e culturale – ha la capacità di convogliare in sintesi progettuale le singole risoluzioni tecniche proposte dagli specialisti, facendo rivivere il nostro ruolo nella sua reale importanza, riconferendogli l’innegabile rilevanza ed incidenza sul progresso di una civiltà…….. come è sempre stato nel nostro glorioso passato.

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