Le famiglie e le famiglie

Sono molteplici ormai i modelli di vita familiare presenti nella società, modelli che non sempre comportano riflessi positivi per la crescita armonica dei figli

Liliana D'avanzo La rubrica delle carezze
Andria - venerdì 15 maggio 2015
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Che cosa s’intende per famiglia?

Darne una definizione soddisfacente ed esauriente non è affatto facile, dal momento che ogni tentativo al riguardo risente di un preciso contesto storico e culturale. I dizionari definiscono la famiglia come un “nucleo fondamentale della società umana costituito da genitori e figli” (Cortellazzo – Zolli, 1989), oppure come un “nucleo sociale rappresentato da due o più individui legati fra loro da un vincolo reciproco di matrimonio o di parentela o di affinità” (Devoto – Oli, 1971). In linea di massima possiamo definire la famiglia come un’organizzazione piuttosto complessa di rapporti di parentela. Essa inoltre ha un suo caratteristico ciclo vitale costituito da diverse tappe: coppia coniugale, coppia con bambini, coppia con adolescenti, uscita dei figli dalla famiglia, coppia in tarda età.

Tuttavia, siamo coscienti che la definizione, anche se ampia e articolata, non rispecchia in modo adeguato la situazione concreta. Attualmente infatti la famiglia, rispetto al passato, appare essere una realtà sempre più fluida e con sfaccettature sempre più sfumate.

Riferendoci al contesto socio- culturale del mondo occidentale, ciò può essere interpretato come il risultato dei notevoli mutamenti che il nucleo familiare ha subito in questi cent’anni. Ciò evidentemente ha reso l’equilibrio interno piuttosto fragile. In questi ultimi decenni è infatti diventato sempre più marcato il passaggio da una famiglia sostanzialmente stabile a una famiglia dalle basi precarie a vari livelli: ambientale, affettivo, economico e giuridico.

Innanzitutto, il figlio non è più vissuto come destino, ma come scelta e ciò a seguito anche di un’accentuazione del ricorso alla regolazione delle nascite. In un primo tempo, (periodo precedente gli anni 70), perseguita come mezzo che permetteva d’investire il meglio delle energie parentali su pochi figli e ciò al fine di favorire una loro crescita più armonica. Attualmente invece è praticata prevalentemente come ricerca del benessere della coppia, comportando, di riflesso, la perdita della centralità del figlio all’interno della famiglia. Esso infatti sembra destinato prevalentemente a rivestire il gravoso compito di essere funzionale alla felicità della coppia coniugale, tra l’altro, tendenzialmente sempre più fragile e quindi sempre più frequentemente soggetta a fissioni e nuove fusioni.

In secondo luogo, la diminuzione del numero dei componenti (sono sempre più numerose le famiglie con un solo figlio e le famiglie monoparentali) fa sì che all’interno della famiglia le relazioni emotive tra i vari membri risultino essere molto più coinvolgenti, talvolta fino alla sensazione del soffocamento reciproco. Anche se va sottolineato che, allo stesso tempo, le occasioni per un’autentica condivisione tra marito e moglie e soprattutto tra genitori e figli si fanno purtroppo sempre più rare e frettolose. A questo riguardo, si nota che spesso i bambini, più baby-sitter di turno, oltre che dei vari insegnanti della scuola ed istruttori e animatori del tempo libero.

Ma la novità forse più significativa è data dal fatto che oggi, più che di famiglia, bisogna parlare di famiglie. Sono infatti molteplici ormai i modelli di vita familiare presenti nella società, modelli che non sempre comportano riflessi positivi per la crescita armonica dei figli. Ci sono:

  • Famiglie mononucleari a una carriera;
  • Famiglie mononucleari a doppia carriera;
  • Famiglie con un solo figlio;
  • Famiglie di genitori separati in casa;
  • Famiglie monoparentali;
  • Famiglie ricostituite o famiglie patchwork;
  • Famiglie adottive;
  • Famiglie miste;
  • Famiglie di fatto;
  • Famiglie con figli avuti per fecondazione eterologa;
  • Famiglie omoparentali;
  • Famiglie uni personali.

Si giustifica tutto questo con il pretesto della carriera professionale. A monte però, sembri si celi, sempre più frequentemente, un’angoscia relazionale. Stante un’identità non ben definita, si decide cioè di stare soli, perché si teme di annullarsi nell’altro. Per non correre il rischio di perdere la propria fragile autonomia, si evita quindi qualsiasi profondo coinvolgimento affettivo.

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