Milano 2015/EX-POST

Un momento di riflessione, sugli approcci metodologici utilizzati nella interpretazione del tema “Nutrire il pianeta_Energia per la vita”

Marialba Berardi architettur_A_ltrove
Andria - venerdì 09 ottobre 2015
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C’è stata già occasione di parlare di EXPO Milano 2015, ma lo si è fatto informandosi e documentandosi “a distanza”, tramite i mezzi di informazione che ci hanno descritto una realtà multiforme ed in evoluzione, approfondendone volta per volta i diversi aspetti ed implicazioni: passando dalla tempistica dei cantieri, che a meno di un anno  dall’inaugurazione dell’esposizione, faceva presagire una debacle dell’Italia agli occhi del mondo (in  parte smentita - a dire - dalla prova dei fatti), al ciclone per lo “scandalo appalti” che ha azzerato il vertice dell’organizzazione, mettendo tutto nelle mani dell’Autorità  garante guidata da Raffaele Cantone, alle lamentele per le interminabili code all’ingresso di alcuni padiglioni.

A visita avvenuta, in una due-giorni assolutamente non sufficiente a visitare tutta l’area espositiva, è possibile fare un bilancio di questa esperienza, atteso che ciascuno ha un proprio vissuto culturale-conoscitivo, recepisce le esperienze in maniera del tutto personale e ne restituisce un giudizio che si differenzia sempre da quello degli altri.
Gli spunti di riflessioni sono stati molteplici, a partire dal giudizio sulla qualità progettuale dei padiglioni, che sicuramente risulta il primo elemento di valutazione, e la capacità di interpretare il tema: “Nutrire il pianeta_Energia per la vita”, per giungere all’apprezzamento per le “performance” che erano programmate nella maggior parte degli stands, che puntavano perlopiù ad emozionare il visitatore con proiezioni, suoni, installazioni e allestimenti fantasiosi.

Il tema dell’Expo di certo non facile, a mio giudizio, non è sempre interpretato in modo corretto, tanto che alcune nazioni hanno fatto dei loro padiglioni una semplice vetrina del paese limitando l’esposizione ad un’occasione per la promozione turistica della nazione, perdendo di vista  lo scopo ultimo, cioè la riflessione su come raggiungere un modello di produzione del cibo che possa essere sostenibile ad ogni latitudine, dando a tutte le popolazioni del mondo le medesime opportunità di vita.

Diversamente, sono rimasta sorpresa dalla capacità espressiva di alcuni progetti, declinata in alcuni casi con forme e materiali semplici ma di grande impatto visivo – come nel caso del Marocco, dove il rivestimento realizzato – presumibilmente - con intonaco in terra cruda, rimanda, grazie anche alla scelta del colore, al fortissimo rapporto con la “terra” e dove all’interno ho reputato efficace la resa dei diversi ambiti paesaggistico-climatici che diversificano questo territorio, dove è stato possibile sperimentare colori, profumi, temperature diversissime – oppure a forme architettoniche ardimentose, realizzate con materiali altamente tecnologici – come nel caso del padiglione russo, realizzato con una chiglia avveniristica dallo sbalzo molto accentuato, rivestita totalmente con acciaio lucido, che innesca subito un “rapporto dialogante” con il visitatore, dialogo che prosegue all’interno dove il tema del cibo viene declinato attraverso la storia del grano e della classificazione delle piante, per culminare con la visita del tetto-giardino che si conclude con una terrazza assolutamente “sospesa” nel vuoto. Quindi non solo capacità progettuale tu-cur, ma anche e soprattutto capacità di saper interpretare il tema della sostenibilità della nutrizione,  di un  equilibrio possibile nel rapporto tra cibo, ambiente, energia, uomo.

Come anche è stata apprezzabile la creatività di alcuni progetti: il padiglione del Brasile, ad esempio, nella sovrapposizione di una grandissima maxi-rete sulla quale letteralmente arrampicarsi, sospesa su una sorta di piccola foresta tropicale, oltreché dichiarare la creatività giocosa di un popolo, trasmette la duplice identità di una nazione, sospesa per l’appunto tra l’amore per lo sport (il calcio) e le potenzialità offerte da una natura tanto prorompente, quanto delicata e da difendere. Al contrario quello della Germania, didatticamente efficace ed inappuntabile, risulta un po’ freddo, pur nella condivisione dei messaggi trasmessi.

In alcuni casi il progetto denuncia un esercizio intellettuale che, pur in un esito complesso, parla di un alimento “semplice” come il  miele: è il caso del padiglione inglese, composto da un labirinto verde attraverso il quale accedere ad una grande sfera metallica che rimanda la mente alle strutture degli alveari, dove emerge la grande capacità comunicativa di questi esseri viventi. In altri la stessa complessità, pur essendo sostanziata da una tecnologia performante che emerge prorompente negli ambienti interni – come la sala cinematografica multimediale – non riesce ad emozionare nell’ambientazione esterna, deludendo le grandi aspettative create da promozioni mediatiche da archi-star (è il caso del padiglione degli Emirati, progettato dallo studio Rogers).

Infine il padiglione Italia: espressione duale anche questo della volontà da un lato di “essere sul pezzo”, al passo con i tempi, attraverso l’utilizzo di un linguaggio progettuale tanto internazionale quanto poco autoctono, e dall’altro di parlare il nostro lessico e trasmettere i nostri valori: l’esercizio progettuale dà comunque esiti molto apprezzabili, nella sperimentazione di materiali innovativi e tecnologie di realizzazione, nell’articolazione degli spazi e dei percorsi, sempre dialoganti con un grande atrio interno, in cui prendono vita concerti e sono esposte tre opere d’arte - tra cui una stupenda scultura policroma proveniente da uno scavo canosino - come anche nella scelta di animare alcuni ambienti, completamente specchiati in tutte le loro superfici, attraverso proiezioni di immagini opportunamente montate ed “animate”, sottolineate da colonne sonore sempre molto efficaci nella loro “assonanza o dissonanza”, in cui esplode la bellezza paesaggistica, architettonica e artistica del nostro paese – concessione anche in questo caso “perdonabile” ad una promozione della bellezza della nostra Italia.

Interessante la galleria dedicata alle imprese innovative che lavorano nell’ambito dell’agricoltura e della ricerca bio-tecnologica. Nota stonata per la rappresentazione delle essenze che caratterizzano il nostro paese, dove un vivaista molto poco attento (a dir poco), o chiunque ne abbia curato la realizzazione, nel realizzare una sorta di Italia in miniatura - composta da aiuole che ridisegnano le regioni del nostro paese e che accolgono le piante caratteristiche dei luoghi -…… ha dimenticato, in Puglia l’ulivo, e in Sicilia gli agrumi.
Ma tant’è…..nulla è perfetto.

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