L’oratorio salesiano, amarcord di una grande intuizione laica

Una scuola di vita senza libri e senza voti dove si poteva imparare a vivere giocando

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 06 novembre 2015
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I successi sportivi di Michael Conlan, olimpionico e campione  mondiale irlandese di pugilato dilettantistico, e le sue  origini, danno un’idea  della straordinaria diffusione della missione salesiana. Sì, perché questo campione, orgoglio dello sport irlandese, è cresciuto e si è formato in una palestra dell’Oratorio Salesiano di Dublino. Dall’Irlanda è inevitabile un salto nel passato delle nostre meno verdi giornate  in Oratorio Salesiano; un amarcord  di quella grande, spesso caotica, ma insostituibile palestra di vita dalla quale, per oltre 80 anni nella città di Andria, sono passati migliaia di ragazzi; oggi uomini il cui passato oratoriano tra  giochi, calci ad un pallone e ore di catechismo, ha segnato fasi dell’adolescenza per molti versi  sane e spensierate.  La grande intuizione di Don Bosco nel 1859, a Valdocco, quartiere povero della Città di Torino in odore di prima capitale del Regno d’Italia, costituì una vera rivoluzione nella Chiesa e nella Società dell’epoca.

Chiusi in un rigido conservatorismo, ed  intenti a tutelare logore prerogative dottrinali e  territoriali, i Palazzi del potere furono spiazzati da un modesto ma geniale sacerdote  che apriva un capitolo nuovo ed entusiasmante nella storia della Chiesa; la nuova missione era nella concreta attenzione a quella fascia debole e vulnerabile della Società costituita dai ragazzi, soprattutto  quelli che vivevano ai margini fisici e morali delle città  senza alcuna istituzione educativa che non fosse la strada. E l’importanza del progetto era in una idea di formazione che non includeva un semplice indottrinamento e reclutamento,  ma che voleva offrire ai ragazzi interessi, conoscenze (con i limiti dell’epoca) ed opportunità utili alla vita futura.

L’educazione proposta da Don Bosco non poteva prescindere da una formazione religiosa, ma questo anche per i non credenti era un prezzo accettabile, in confronto al totale disinteresse e al degrado che circondava la vita della gran parte della gioventù delle periferie dell’epoca (che in una dimensione diversa, si presenta forse oggi peggiore!). Lo straordinario seguito e successo dell’iniziativa fu testimoniato dalla rapida espansione degli Oratori, per i quali non si riusciva a soddisfare la richiesta di  salesiani che proveniva da ogni parte d’Italia. Ad Andria il canonico don Sabino Troja pare, sin dal 1880  si sia recato a Torino per chiedere personalmente a Don Bosco la realizzazione di un Oratorio Salesiano nella Città di Andria. Le assicurazioni del fondatore, e la generosa disponibilità del sacerdote, (il quale nel testamento donava  all’Opera Salesiana un immobile di sua proprietà di via Cavour, nucleo dell’attuale sede dell’Oratorio), contribuirono a creare nel 1934  la prima  struttura precaria ma estremamente viva.

Coloro che hanno vissuto l’Oratorio tra la fine degli anni 50 e la metà dei 60, come chi scrive, ricorderanno il primo campo di calcio, sterrato e polveroso nel quale si confondevano ragazzi di ogni età, con palloni approssimativi e, nella migliore delle ipotesi, di cuoio consunto con una larga cucitura centrale da cui spesso fuoriusciva una camera d’aria consunta e gonfia come una cisti. E la successiva pavimentazione che sebbene avesse risolto tanti problemi, comunque procurava bernoccoli ed ematomi per i piccoli calciatori. E poi il cinema nell’attuale cappella a piano terra, le affannose corse a Messa ed a catechismo, con in mano il tesserino sul quale un  timbretto  suggellava  il diritto al panino, alla visione dello spettacolo domenicale e ad altri, per noi, preziosi bonus. Come non ricordare poi quei piccoli dissidenti che, allorché il salesiano  fischiava la fine delle attività ludiche per l’ora della preghiera serale, si davano alla fuga sperando di arrivare al cancello prima della sua chiusura da parte del custode. Come dimenticare l’austera e rispettata figura dei direttori e dei sacerdoti. In particolare quella di don Nitti (poi pare passato ad attività laiche), che si ergeva alta snella e imperiosa  tra di noi incutendo al tempo stesso grande rispetto ed entusiasmo per le sue frequenti partecipazioni ai giochi. E quella burbera e sempre presente di don Tescione alla cui ferma e severa figura era difficile disobbedire.  E poi i tanti altri salesiani e volontari che si sono avvicendati per offrire ai ragazzi di ogni ceto e istruzione, un momento di concreta socializzazione e piccoli  esperimenti di vita, nei quali si insegnava che si può vivere bene solo “nel rispetto delle regole  e degli altri”.

Una scuola di vita senza libri e senza voti dove si poteva imparare a vivere giocando e, se lo si voleva, avvicinandosi alla fede; una scuola  che ha fatto la storia di tanti di noi. Una istituzione fondata sulla capacità degli uomini di amare i giovani, di dare concreta importanza al loro futuro e, per i ragazzi, la possibilità di accumulare un tesoretto di conoscenze da spendere bene nel mercato della vita da grandi.  Da quel lontano 1859 gli oratori, riconosciuti come importante alternativa nei quartieri ad una presenza laica del tutto assente, (visto che le scuole solo di recente hanno iniziato ad aprire le loro strutture in orari extra scolastici), sono diventati la struttura fondamentale di tutte le parrocchie ed hanno realizzato utili presìdi nei quartieri e in ogni parte delle città del mondo. Oggi gli oratori sono il riferimento di ragazzi di ogni ceto ed estrazione sociale ed anche nazionalità; questo importante sviluppo teso all’integrazione, forse, non era nemmeno nei sogni del Fondatore ma conferma ancora di più la genialità del progetto. Chiunque abbia a cuore i giovani ed il loro futuro, che sia credente o meno, non può non riconoscere la grandezza di Don Bosco, un “santo” ma anche  un “formidabile organizzatore laico”.

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